“Lasciare una religione, una comunità e una famiglia comporta il pagamento di un prezzo molto alto. Ho dovuto imparare a trovare la pace anche di fronte all’odio”. Storia di una ex ortodossa

Posted on Ottobre 15, 2020, 12:25 pm
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Lo scandaloso rifiuto delle radici ebraiche chassidiche di Deborah Feldman, autrice del libro Ex ortodossa, pubblicato dalla elvetica Abendstern Edizioni, nel 2019, e tradotto a cura di Simona Sala e Daniela Marina Rossi, non è poi così scandaloso come il titolo potrebbe indurre a credere. Dal libro scandalo è nata Unorthodoxuna miniserie televisiva americana e tedesca, creata da Anna Winger e Alexa Karolinski, basata sull’omonimo Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots e in rete sulla piattaforma Netflix, dal 26 marzo 2020.

Che cosa c’è di tanto scandaloso nel libro? Lo scandalo, se vogliamo ben vedere, sta proprio nel rifiuto delle radici ortodosse di Deborah Feldman e nel suo conseguente allontanamento da quella fitta maglia di obblighi e rituali a cui doveva sottoporsi per ragioni di culto. Ma il rifiuto, oltre ad essere una parola centrale e assai suggestiva nel titolo, si compie solo verso la fine del romanzo e le sue radici ebraiche ortodosse sono raccontate con dovizia di particolari, in lungo e in largo, nel libro. Un romanzo che, finalmente, esplora la vita ebraica quotidiana, senza la retorica a cui siamo forse un po’ troppo avvezzi. Scrivere è spesso una prova di coraggio e non si può non guardare con ammirazione chi come Deborah Feldman, o come Tara Westover l’autrice di L’Educazione, riesce a buttare in pasto alle pagine di un libro la propria vita, ad affrontare un doloroso passato e prenderne le distanze, mettendosi in gioco. Assumendosi, poi, le spinose conseguenze di questa operazione. Quando affrontare il passato significa mettere a nudo la propria famiglia di origine e prenderne le distanze, fuggire da una religione asfissiante, il romanzo che nascerà sarà travagliato e, perciò, autentico. Ma torniamo a Williamsburg, New York.

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La comunità chassidica Satmar si distingue, fra i gruppi ultraotodossi ebraici, per la severità delle sue regole. L’Olocausto (nel libro passa questo vocabolo) viene vissuto dai chassidici come una punizione divina per assimilazione e Sionismo quindi, per evitare che la storia si ripeta, la comunità Satmar vive seguendo, in modo assiduo, alcuni precetti, come la riproduzione, per il “desiderio di rimpiazzare le molte persone che erano morte e di rinforzare ancora una volta le proprie fila”. La tradizione è sacra, i chassidici vestono abiti tradizionali e parlano yiddish, come i loro antenati. L’abbigliamento deve essere morigerato, la virtù di una donna si manifesta attraverso la sua pudicizia. Come Rachele, la moglie di Rabbi Akiva, che, per evitare che il vento le sollevi la gonna mostrando le ginocchia, arriva al punto di infilzarsi gli spilli nei polpacci. Deborah Feldman non ha avuto propriamente un’infanzia felice. Sua madre, nata e cresciuta in Inghilterra in una comunità ebraica tedesca, figlia di genitori divorziati poveri, riesce a trovare un partito in America, dove sposa, grazie a un matrimonio combinato, il padre di Deborah, primogenito di una famiglia della comunità chassidica, che, a ventiquattro anni, è ancora single, perché, in realtà, è malato di mente. Finché il primogenito non si sistema, i fratelli minori non hanno il diritto di sposarsi. Il matrimonio dura poco, dopo la nascita di Deborah, sua madre si allontana dalla famiglia chassidica. Avere un figlio difficile è una punizione divina. “Affrontare il problema vuol dire sfuggire alla sofferenza che Dio ti ha inflitto perché secondo lui la meritavi”. La piccola Deborah cresce, quindi, con i nonni paterni, in un mondo antico intriso del recente passato. Dove nasconde nel letto classici della letteratura che sono considerati opere proibite.

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“Sebbene Bubby non parli volentieri del passato, a volte riesco a farmi raccontare la storia di sua madre. Si chiamava Chana Rachel, e molte mie cugine portano il suo nome. Chana Rachel era la quinta di sette figli, ma quando si sposò le erano rimasti solo due fratelli. La cittadina ungherese in cui viveva fu colpita da un’epidemia di difterite quando lei era ancora una bambina, e la nonna Bubby vide morire i suoi figli uno dopo l’altro, con la gola tappata e l’ossigeno che non riusciva più a raggiungere i polmoni. Dopo averne persi già quattro a quel modo, anche la piccola Chana Rachel fu colpita dalla stessa febbre alta e si riempì di macchie sulla pelle. A quel punto la mia bis-nonna cacciò un urlo disperato e con la rabbia di un folle sferrò un pugno in gola alla figlia, lacerando l’escrescenza epidermica che le impediva di respirare. Chana Rachel raccontò quella storia molte volte ai suoi figli, ma solo Bubby è sopravvissuta per raccontarla a me”. Le tradizioni si celebrano con un lungo rituale che circonda le nozze in maniera opprimente. Un matrimonio, per una giovane chassidica, resta una garanzia per il futuro, la certezza di conquistare libertà e indipendenza. Ma il matrimonio è imposto dall’alto, deciso a tavolino dalle famiglie, con il costoso aiuto di una sensale. In occasione del fidanzamento, si rompe un piatto del tenaim di fine porcellana con i bordi decorati a rose. Non è altrettanto decorato, con rose e fiori, il nudo resoconto del corso prematrimoniale, dove la giovane sposa Deborah impara le leggi della niddah e poi affronta la terribile prima notte di nozze. “Niddah, dice l’insegnante del corso prematrimoniale, letteralmente significa ‘scalciata via’, ma in realtà non vuol dire proprio così, si affretta a rassicurarmi”. In quel periodo, insomma, una donna, per la comunità chassidica, è scalciata via. Senza neppure un piatto di minestra. Ai nostri occhi appare come una situazione antidiluviana. “Quando una donna è niddah suo marito non può toccarla, neanche passarle un piatto di minestra. Non può vedere nessuna parte del suo corpo. Non può nemmeno sentirla cantare. Insomma, gli è vietata”.

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Come se non bastasse, la purezza di una donna sposata deve essere accertata dal rabbino. Attraverso pezze di cotone. “Quando sei pura, di solito per due settimane al mese, va tutto bene. Per le donne ‘pulite’ le regole sono pochissime. Ed è proprio per questo che, secondo la mia insegnante delle kallah, il matrimonio ebraico sopravvive a qualsiasi cosa. In questo modo, mi assicura, il legame tra marito e moglie si rinnova di continuo. Non diventa mai noioso. (Vorrà dire che non diventa mai noioso per l’uomo? Credo sia meglio non fare questa domanda). Gli uomini desiderano solo ciò che non possono avere, mi spiega. Hanno bisogno di un modello solido fatto di diniego e concessione”. Un’altra singolare negazione della femminilità legata al matrimonio consiste nell’obbligo di tagliare i capelli. Al loro posto, la donna sposata deve indossare una parrucca. Al di fuori del marito, nessun altro uomo può vedere un centimetro di capelli naturali.

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Uno degli aspetti certamente più antiquati delle regole della comunità chassidica raccontati in Ex ortodossa, riguarda la sessualità: un tabù per entrambi gli sposi che devono conoscersi (biblicamente), con l’ignoranza della giovane età e all’interno della prigione di un matrimonio combinato. Con il fiato sul collo (figurato) dei parenti che attendono, frementi, l’annuncio di un’incipiente gravidanza. Le nozze di Deborah, anche in questo frangente, si rivelano un fiasco. Ma non solo per lei. Eppure, grazie a un’attrezzatura all’uopo acquistata in rete e un’adeguata esercitazione, finalmente la giovane chassidica resta incinta. La nascita del figlio Yitzy coincide con uno snodo fondamentale nella vita della giovane ebrea. Grazie alla maternità, riesce a prendere la forza di dire addio per sempre alla comunità chassidica. La consapevolezza di Deborah passa attraverso la lettura e la letteratura. Scopre, così, anche la vera natura di sua madre. “In biblioteca prendo in prestito un documentario sugli ebrei ortodossi omosessuali che lottano per conciliare la fede con la loro sessualità. Le persone intervistate parlano del desiderio di essere ebree e allo stesso tempo gay e della loro lotta identitaria, per natura conflittuale. Non posso credere che vogliano per forza far parte di una comunità così intollerante e oppressiva. Alla fine del filmato, mentre guardo scorrere i titoli di coda, vedo il nome di mia madre tra le voci dei partecipanti. Rachel Levy”.

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Il futuro stesso del bambino ebreo ortodosso diventa l’arma per trasformare la sua esistenza di donna, prima che di madre. Accarezzare il sogno di una liberazione. “A tre anni avrà i suoi payos e comincerà ad andare alla cheder, una scuola in cui i bambini maschi studiano la Torah tutti i giorni dalle nove di mattina alle quattro di pomeriggio. Non credo di riuscire a sopportare la vista della sua perfezione infantile rovinata dai riccioli e dallo scialle di preghiera che dovrà portare, o il fatto che la sua vita sarà piena di influenze maschili mentre io sarò relegata sullo sfondo. Come faccio a condannare mio figlio a un’esistenza fatta di umiltà e privazioni?”. Mentre Deborah, frequentando il college, allarga i suoi orizzonti, comprende che il tempo è maturo per abbandonare la comunità chassidica. Apre un blog anonimo, Hasidic Feminist, la femminista chassidica, ispirato a Sarah Lawrence. Pubblica articoli femministi e racconta le gesta della sua battaglia per consumare il suo matrimonio. Nell’epilogo al libro, Deborah Feldman accenna, dentro un paio di pagine, a che cosa è successo con l’abbandono dei Satmar e in seguito alla pubblicazione del suo libro scandalo, nel febbraio 2012. Non è stata certo una passeggiata. Rinnegare il proprio passato in pubblico ha un prezzo. “Lasciare una religione, una comunità e una famiglia comporta il pagamento di un prezzo molto alto. Ho dovuto imparare a trovare la pace anche di fronte all’odio e alle ingiurie della mia ex comunità, e ho finito per confidare nelle stesse risorse di quando ero bambina: i libri”. Assaporare, per la prima volta, la libertà, dopo una vita da reclusa, spiega Deborah Feldman, significa vivere in modo autentico e guardare l’orizzonte senza tanto struggimento. Con buona pace degli ex.

Linda Terziroli

*In copertina: una immagine dalla miniserie televisiva “Unorthodox”