Evviva, i Negrita son tornati. Con un album convincente. Ode a una delle più belle voci rock della storia italiana

Posted on Marzo 16, 2018, 10:38 am
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Un viaggio a perdifiato tra sentieri scoscesi, a volte audaci e rassicuranti approdi già noti, ma non banali. Tornano i Negrita, da ormai un quarto di secolo realtà vibrante e mai statica della musica italiana, partiti da Arezzo a duecento all’ora, con la rabbia giovane tipica degli anni Novanta. Il nuovo album, Desert Yacht Club, è un bel passo in avanti, specie se confrontato con il penultimo, Helldorado, tentativo riuscito a metà di ripetere la bellezza e l’acume compositivo di Dannato vivere. Gli ex ragazzi di Arezzo ora sono uomini, padri, consapevoli che essere artisti significa anche rinnovarsi senza essere pretenziosi né stucchevoli. Il disco va che è un piacere, oscillando costantemente tra le certezze e le – piacevoli – sperimentazioni.

NegritaSi apre con Siamo ancora qua, un world rock autoreferenziale pieno di carica, perché “nei dischi capisci la tua affinità”. Si parla anche di identità in No problem, brano in cui Pau canta che “più che essere qualcosa è meglio essere qualcuno”. Ci sono anche l’elemento autobiografico – Scritto sulla pelle – e la struggente dedica all’amico di Non torneranno più, una vera e propria reverie, un tuffo nei ricordi che non risulta patetico, ma coinvolgente sia liricamente che musicalmente. Si riflette profondamente nella critica alla solitudine social di La rivoluzione è avere 20 anni, dal taglio non banale e dalla ritmica accattivante, sorta di reggae rock alla Clash degli Ottanta, con tanto di citazione di Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Le due ballad dell’album sono di spessore: una, Voglio stare bene, è uno splendido ibrido romantico tra le chitarre western di Drigo e Cesare e la voce di Pau che si fa poetica e positiva. L’altra, Ho scelto te, è un’autoanalisi matura e consapevole che diventa dichiarazione d’amore. Il vero pezzo old style, i Negrita lo piazzano verso la fine. In Talkin’ to you c’è tutto: i riff classici che ricordano i tempi d’oro di Reset e XXX, e gli assoli tentacolari rock blues che si intrecciano all’originalissimo inserto hip hop del rapper Ensi, forse una “furbata” che strizza l’occhio alle nuove generazioni. I brani più deboli, come Milano stanotte, non tolgono nulla a un disco convincente, che ci restituisce il sapore e il colore di una band sempre fedele a se stessa ma proiettata in avanti, con una delle più belle voci rock della storia italiana e una coppia di chitarre che fa ancora la sua bella figura. Perché la musica può e deve essere evasione, come recita il singolo Adios paranoia.

Cesare Orlando