L’amore vero è merce rara in ogni epoca. E le donne, se si parla di sesso, sono sempre sfavorite. La sociologa Eva Illouz sfida Michel Houellebecq

Posted on Agosto 09, 2019, 8:34 am
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È opinione di alcuni pensatori contemporanei, in primis Michel Houellebecq, che la libertà sessuale conquistata in occidente dal ’68 in poi abbia portato alla maggior parte delle persone più danni che benefici, trascinando i rapporti amorosi ed erotici in dinamiche molto simili a quelle di un mercato liberista. Un contesto quindi altamente competitivo, nel quale chi non dispone di sufficienti risorse è destinato a soccombere.

«In una situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine”, afferma infatti Houellebecq nel romanzo Estensione del dominio della lotta.

Su questa visione si innestano alcune moderne scuole di pensiero (Red Pill) e il fenomeno degli Incel sostenendo che il grande sfavorito in questo feroce contesto sia l’uomo. Secondo loro le donne, in quanto per natura sessualmente più selettive, in condizioni di libera scelta, si rivolgeranno solo agli uomini per aspetto e condizione sociale più attraenti, condannando gran parte degli altri alla solitudine. Le donne meno piacenti invece, proprio grazie alla minor selettività maschile, avranno comunque attenzioni maschili garantite.

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Ma siamo certi che sia così? Eva Illouz, docente di sociologia all’Università ebraica di Gerusalemme, nel trattato Perché l’amore fa soffrire (Il Mulino) parte dalle stesse premesse, ma arriva a conclusioni opposte: a subire il maggior danno dalla liberazione sessuale sarebbero in realtà le donne.

 «Intendo trattare l’amore alla stessa stregua in cui Marx trattò le merci, cioè mostrare che esso viene generato e prende forma da relazioni sociali concrete, che esso circola all’interno di un mercato di attori che competono tra loro in condizioni di imparità e che alcuni dispongono di maggiori capacità di altri di stabilire le condizioni della relazione» afferma Illouz all’inizio del suo trattato. E già qui capiamo che non avremo a che fare con sbrodolate sentimentali, bensì con l’identico approccio materialista di cui sopra, visto però dal punto di vista femminile.

In quello che Illouz chiama “regime di autenticità”, cioè in un mondo in cui ci si sposa non per interessi economici o convenzioni sociali, ma per scelta e sentimento vero, e soprattutto in cui il “mercato matrimoniale” avviene in un contesto di libertà sessuale, è l’uomo a essere favorito, in quanto gli è possibile “soffermarsi nella condizione pre-matrimoniale più a lungo”, non essendo biologicamente e culturalmente condizionato dalla funzione riproduttiva, o comunque essendolo molto meno della donna.

Da questo sono ovviamente escluse donne omosessuali o decise a non avere figli, ma si tratta per Illouz di gruppi numericamente meno rilevanti, quasi eccezioni elitarie. Invece per le donne eterosessuali non prive di desiderio di maternità, per quanto sofferto e posticipato, la situazione non appare favorevole. Ammettendo pure che anche alle donne meno attraenti non manchino, come sostengono i Red Pill, le offerte sessuali, esse soffrono però maggiormente la carenza di stabilità e affettività, poiché l’uomo, propenso per ragioni biologiche ed evolutive alle molteplicità delle relazioni sessuali, avverte più della donna la “fobia da impegno”, avendo per di più il tempo dalla propria parte.

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Le donne si trovano quindi, volendo tornare a una metafora economica, in una condizione di abbondanza di merce avariata e penuria di prodotti di qualità. Se le offerte di sesso fine a sé stesso non mancano, esso rimane per lo più poco gradito alle donne che, anche in un contesto libertino, cercano comunque l’esperienza ad alto tasso emotivo e non il sesso meccanico. D’altra parte, la penuria di relazioni solide ed emotivamente appaganti porta nuove forme di sofferenza e di incertezza che, pur coinvolgendo entrambi i sessi, si accentuano nelle donne a causa del già citato orologio biologico.

Ma Illouz aggiunge un elemento più profondo rispetto al solo aspetto riproduttivo. Nel mondo premoderno, quali che fossero i sentimenti, essi venivano concepiti in un vasto sistema di interessi economici e sociali, per cui la decisione di sposare o meno qualcuno, e quindi anche la possibilità di essere rifiutati, andava attribuita non tanto alla persona in sé, al suo aspetto fisico o carattere, ma alla sua posizione nella società. In pratica la società moderna espone maggiormente l’Io alla ferita narcisistica poiché, se siamo infelici e non siamo amati, percepiamo la colpa come soprattutto nostra. Non a caso oggi cerchiamo le ragioni dei nostri fallimenti sentimentali nella nostra storia psichica, anche a prezzo di lunghe e costose psicoterapie, molto più che nei costrutti sociali.

Anche questo, pur coinvolgendo entrambi i sessi, viene secondo Illouz a gravare maggiormente sulla donna, in quanto tuttora, nonostante parità ed emancipazione, gli uomini “investono meno delle donne nel riconoscimento affettivo, perché hanno altre e più importanti conferme del loro status, dal lavoro e dal successo economico”. Il bisogno di riconoscimento da parte dell’altro rimane quindi prevalente nella donna, nonostante questa tenti oggi di mascherarlo sotto atteggiamenti maschili, al punto di fingere a volte un distacco emotivo che non c’è. Non a caso, afferma Bridget Jones nel suo diario, “al giorno d’oggi la via per arrivare al cuore di un uomo non è né la bellezza, né il cibo, né il sesso, né avere una personalità interessante, ma semplicemente essere capace di non apparire troppo interessata a lui”.

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Nonostante tutto, Illouz non è reazionaria e non auspica un ritorno al passato. Afferma infatti che “la modernità del mondo occidentale, pur avendo generato molta distruzione e sofferenza, si fonda su valori che restano a tutt’oggi insuperati”, quali libertà, ragione, parità, autonomia. Il solo invito che fa ai lettori di entrambi i sessi, e appare un po’ ingenua come soluzione, ma forse non ce ne sono altre, è coltivare l’intensità emotiva, sfuggire all’eccessiva razionalizzazione delle scelte, abbandonarsi all’amore appassionato e consapevole, l’unico che può mettere fine al persistente stato di indecisione e liberarci dal “freno dell’irresolutezza”.

Se per assurdo possedessimo una macchina del tempo e un misuratore di felicità, forse scopriremmo quel che già la storia della letteratura ci dimostra: che l’amore vero è merce rara in ogni epoca. Non esiste alcun costrutto sociale che possa garantire a tutti l’appagamento erotico-sessuale, e un welfare del godimento, a dispetto di chi vorrebbe vederlo nella prostituzione – che pure non ha senso demonizzare, quando la prostituta non è una vittima di costrizione – non può esistere.

Il pensiero di Eva Illouz, come quello di Michel Houellebecq, risulta di grande interesse poiché squarcia il velo sulle contraddizioni del nostro tempo. Svela inoltre l’inutilità di certe posizioni misogine e misandriche che rimangono, al di là del personale sfogo di chi le propugna, del tutto isoclimatiche: lasciano il tempo che trovano. Il rapporto tra la società che ci plasma e il nostro Sé interiore, così come tra desiderio d’amore e di libertà, rimane un oggetto troppo complesso per essere riconducibile a teorie esatte. Allo stesso modo non è possibile stabilire se soffra più l’uomo o la donna, poiché ognuno può conoscere soltanto il proprio dolore e non quello altrui. E come diceva De Andrè, in Disamistade, “il dolore degli altri è sempre dolore a metà”.

Viviana Viviani