Eureka, abbiamo trovato un poeta: Giorgio de Chirico!

Posted on Ottobre 03, 2019, 6:28 am
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Eureka. A spallate occorre far posto nel ‘canone’ della poesia italiana del Novecento. Abbiamo acquisito un poeta in più. Si chiama Giorgio de Chirico. L’obbiettivo dichiarato da Andrea Cortellessa, che dopo gli Scritti (Bompiani, 2008) cura le liriche del grande artista come La casa del poeta (La Nave di Teseo, 2019; lo stesso editore ha stampato “una nuova edizione aggiornata” delle Memorie della mia vita), è quello “in sostanza, di far conoscere al pubblico letterario un poeta che restava sino a oggi – seppur di così gran nome – quasi del tutto ignoto”. Che de Chirico fosse scrittore si sapeva – l’Hebdòmeros, “pseudo-romanzo”, esce in Francia nel 1929, è in Italia nel 1942, è riedito quest’anno da Abscondita – che sia un genio è storia (ribadita dalla mostra in Palazzo Reale, a Milano, in atto dal 25 settembre, un secolo dopo la prima personale di GdC alla Casa d’Arte Bragaglia in Roma): le poesie circolavano tra specialisti – a parte il volume Poèmes-Poesie, a cura di Jean-Charles Vegliante, Solin, 1981, i versi sono raccolti nel numero di “Metafisica”, 7-8, 2008 della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico –, era necessario un volume ‘pubblico’, a onor di lettore comune. Gli interessi lirici, gli entusiasmi culturali, come dire, sono tanti: l’artista che scrive versi in francese (tradotti da Valerio Magrelli) e che si traduce, che gioca a dimenticarsi delle sue poesie – gliene pubblica una manciata, nei Trenta, Longanesi su “L’Italiano” –, pur dicendosi, con certezza, scrittore (l’11 maggio 1916 scrive a Papini: “ti vorrei anche leggere alcune mie poesie facenti parte di una raccolta che procurerò di pubblicare alla prima occasione”; d’altronde, rimarca Cortellessa, “Sin dall’inizio del suo percorso… de Chirico si considera altrettanto uno scrittore che un pittore”). Di per sé, da Michelangelo a Scipione (pittore che andrebbe meglio conosciuto e poeta che chiede miglior riconoscimento), non è strano il fenomeno del pittore che si fa Orfeo: l’importante è capire la ‘grana’ di questa poesia, se sia ornamento d’occasione, estro improvviso, scelta in coscienza, per quanto incosciente. Inutile giocare all’alchimista della critica letteraria: i testi di de Chirico ‘funzionano’. Col senno di poi – cioè ora, cresciuti nel disastro delle forme e della forma sformata – le prose francesi, bagliori sull’abbaino di un abbaio, sono da antologia. “La statua del conquistatore nel palazzo. La testa nuda e benedetta dalla sorte. Ovunque la volontà del sole. Ovunque la consolazione dell’ombra”. Il paradosso, il pensiero, l’agnizione meridiana che sfoga in sabbia: “Che cosa è successo? la spiaggia era vuota e adesso vedo qualcuno seduto là, su una pietra. Un dio vi è seduto e guarda il mare in silenzio. Ed è tutto”. Su tutto, il deragliamento del senso e una sensualità verso gli oscuri: “L’uomo bianco e nero si decompone/ chi mai potrà dirci/ perché questa bellissima rosa/ turba talmente il mio pensiero”. Nel 1916, a Guillaume Apollinaire, de Chirico scrive: “L’Efesino ci insegna che il tempo non esiste e che sulla grande curva dell’eternità il passato è uguale all’avvenire”. Così, una poesia senza tempo matura nell’oltreoceano del ‘canone’. (d.b.)

De Chirico poeta, de Chirico che scrive. Come s’inscrive l’atto di scrittura in quello di pittura? Insomma: lo scrittore influenza il pittore o viceversa? La scrittura serve forse a precisare il concetto espresso in pittura? Oppure, come accade in altri artisti, la scrittura è di per sé una pittura?

Questione delicata. Sin dall’inizio della sua fortuna (o sfortuna) critica, per esempio dalla celebre stroncatura di Roberto Longhi che salutò, si fa per dire, la sua prima personale in Italia (alla Casa d’Arte Bragaglia, nel febbraio del ’19), de Chirico si vide appioppata la qualifica mortifera di «pittore letterario», e lui protestava insistendo sulla materia specificamente pittorica della sua arte, della quale a un tempo rivendicava però l’ispirazione filosofica e “poetica” (poeti considerava, de Chirico, i suoi phares filosofici Nietzsche e Schopenhauer, entrambi autori in effetti di componimenti in versi: che del secondo lui stesso traduce in francese). In uno scritto degli anni Quaranta, cui darà il titolo eloquente Il cervello e la mano, continuerà a sostenere la cruciale alleanza di concetto mentale ed esecuzione materiale (la feticizzata tecnica, cioè: il «mestiere» di cui professava l’inevitabile «ritorno»). Ma già in un’importante lettera scritta a un amico tedesco nel 1910, dice de Chirico che ognuno dei suoi quadri «contiene una poesia», e ha ragione. Non però nel senso che illustrino testi preesistenti (ché in questo caso sarebbe davvero, la sua, “pittura letteraria” nel senso peggiore), bensì perché “funzionano” come una poesia: secondo procedimenti cioè di sostituzione, spostamento e condensazione ossia, detto in termini non freudiani, metaforici e metonimici. Per questo la sua pittura spesso è stata letta in termini onirici (Soffici parlò subito di una «scrittura di sogni»), quando invece questo procedimento (che attrarrà l’idolatria di Breton, Ernst, Magritte e tanti altri surrealisti) è in effetti presente, in de Chirico, ma tutto sommato abbastanza di rado. I suoi sogni sono a occhi aperti, o meglio chiusi ma non perché dormienti bensì perché accecati dalla visione poetica (come in quelli che sono i suoi eroi proiettivi: Orfeo, Omero e Apollinaire-Tiresia). Il suo maggior discepolo di oggi, Giulio Paolini, ha protestato contro il titolo di un’importante mostra parigina di de Chirico, La fabrique des rêves, sostenendo che, di contro, «niente è più prossimo, aderente alla condizione esistenziale dell’uomo su questa terra delle raffigurazioni dei suoi quadri». E credo abbia ragione.

Dubito poi che la scrittura di de Chirico possa precisare il senso della sua pittura. Piuttosto, come quella dei suoi titoli-indovinello (che a un certo punto gli vennero anche a noia, come dicono un paio di sue lettere stizzite), contribuisce a renderla ancora più ambigua o, come preferiva dire lui, “enigmatica”. Mentre è suggestiva l’ipotesi che la sua scrittura di per sé finisca per essere a sua volta un’“opera d’arte” (al di là, voglio dire, del suo valore letterario: che non sempre è straordinario come invece nella prosa del “romanzo” Hebdòmeros, del 1929, e dei suoi spin-off Le Fils de l’Ingénieur e Le survivant de Navarin – sino ad oggi dimenticati e ora, in questo libro, restaurati – nonché dei celebri manoscritti parigini del 1911-15). Questo farebbe di lui, come del resto è stato sostenuto, un precursore dell’«arte concettuale»: e in termini proprio “tecnici”, come sarebbe piaciuto a lui, cioè derivanti dall’interazione fra parola e immagine.

Da dove arrivano le poesie di de Chirico, che valore hanno, come si direbbe, ‘nel contesto della lirica… etc.’. Sono pura occasione, utili a testimoniare l’estro poliedrico dell’artista, o hanno una potenza autonoma? D’altronde, scrivi, «Sin dall’inizio del suo percorso… de Chirico si considera altrettanto uno scrittore che un pittore».

Sì, alla sua scrittura teneva assai. E non può stupire, considerando il ruolo simbolico altissimo che attribuiva all’icona del Poeta. Il titolo che abbiamo dato al libro, La casa del poeta, riprende quello di un disegno acquerellato del 1918, conservato alla Galleria Nazionale di Roma e ora esposto alla bellissima mostra curata a Milano, a Palazzo Reale, da Luca Massimo Barbero. Verso il 1918, quando lavora all’editing dell’opera prima di suo fratello Alberto Savinio, Hermaphrodito, dice a Papini di voler raccogliere i suoi testi in italiano di quel tempo (pallidamente impaginati sulla scia di temi e modi futuristi e dadaisti), ma non se ne fa nulla. Poi, quando nella seconda metà degli anni Venti scrive Hebdòmeros – gareggiando coi surrealisti, che ora lo avversano, sul loro stesso terreno –, riprende anche a scrivere versi, stavolta in francese, ma senza gli estri della sua prosa coeva. Sono componimenti “tornati al mestiere”, quelli del finora incondito Quaderno francese del 1928-29, col restauro del verso tradizionale e della rima. Ma è un «mestiere» che in effetti de Chirico padroneggia fino a un certo punto, quello della metrica tradizionale, così come zoppica del resto il suo francese (che nel libro ho lasciato nella sua veste peritosa, simile a quella del magnifico «italiano fantasma» del Savinio degli esordi; ed è stato un esercizio virtuosistico, quello di Valerio Magrelli nel tradurli, il restituire questa loro in parte preterintenzionale “stranezza” conservandone però l’intelligibilità). Poi da quel quaderno – che rappresenta comunque un tesoro di introspezione e a tratti, in un autore così catafratto, di persino abbandonata confessione – continuerà a trarre materiali che pubblicherà sempre in francese negli anni Trenta sulle riviste italiane, e infine riproporrà – traducendoli lui stesso nella nostra lingua – nel corso dei suoi impagabili siparietti televisivi degli anni Settanta (organizzati e condotti dal complice Franco Simongini). E a questo punto la sua diventa, oltre che una pop-art con la «Neometafisica» (che non a caso incanterà Andy Warhol), una vera e propria performance art.

Strano piuttosto che de Chirico non abbia più tentato di raccogliere i testi in volume, allora che poteva fare quello che voleva. Paolo Picozza ha trovato fra i suoi libri uno pubblicato negli anni Sessanta da Vanni Scheiwiller, che già aveva “riscoperto” Savinio prima che lo facesse nel decennio seguente Adelphi, e che nella sua dedica manoscritta si augura di poter pubblicare le poesie del Pictor Optimus. Ma non se ne fece nulla neppure quella volta. Abbiamo rimediato noi.

Citi una intervista piuttosto furibonda di de Chirico. «Gli italiani non sono comprensivi per natura e sfottenti per abitudine, si mostrano ostili a tutto il movimento moderno. […] Come pittore e spirito moderno, mi sento più in armonia in Francia che in Italia. […] Io amo le cose più avanzate e più nuove […] non stimo per niente la pittura italiana di oggi». Che rapporto ha dunque de Chirico con la letteratura italiana del suo tempo? Dobbiamo ricavare le sue fonti, letterarie per lo più in Francia?

De Chirico, nato in Grecia da genitori nati in Turchia (il padre di origine siciliana, la madre genovese), cresciuto in Germania e affermatosi in Francia (il che, al solito, i suoi connazionali non gradiranno), si sentiva e si voleva a tutti i costi italiano. Anche questa è una sua ambivalenza, perché nell’intervista che citi (e che gli costò seri guai coll’establishment fascista: un gruppo di imbrattatele milanesi scriverà alla Biennale di Venezia diffidandola dall’esporre le tele del «traditore» e minacciando di distruggere ogni opera di «questo livido bastardo» che si troverà a tiro) esibisce invece un compiaciuto cosmopolitismo che, pure, gli apparteneva davvero. Gli anni decisivi della sua traiettoria li vive a Parigi, francesi sono i suoi maggiori referenti intellettuali e di mercato, e passa – in anticipo rispetto all’ondata dei modernisti in fuga dai fascismi e dalla guerra – due anni a New York negli anni Trenta. Ciò non toglie che la sua ispirazione pittorica guardi, dopo aver passato un periodo simbolista molto “tedesco”, ai classici italiani (come quelli ferraresi che scopre nel periodo in cui, durante la Grande Guerra, è imboscato insieme a Carrà nella clinica per malattie nervose di Villa del Seminario) e riproduca la Stimmung delle piazze di Firenze e di Torino che lo avevano folgorato quando per la prima volta aveva messo piede in patria (seppur combinandole “capricciosamente” con paesaggi greci, parigini e monacensi). Dal punto di vista letterario, invece, c’è di sicuro Leopardi nel suo bagaglio, ma ancor di più si vedono in filigrana Baudelaire e soprattutto Rimbaud – che nel 1919 celebra per la sua «soppressione del senso logico». Evidenti poi come dicevo, ma non così produttivi, i prestiti da certo futurismo minore (il non particolarmente amato Corrado Govoni è personaggio di un suo componimento). È un frutto ricco e strano, de Chirico: come quelli esotici che all’improvviso spuntano nei suoi quadri metafisici per il resto, in apparenza, così heimlich. E forse, un secolo dopo, può aiutare anche noi a ripensare la nostra italianità. Non sarebbe, da parte sua, un regalo da poco.

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Si pubblica una scelta di poesie da: Giorgio de Chirico, “La casa del poeta”, a cura di Andrea Cortellessa, La Nave di Teseo 2019

 

Vita, vita, grande sogno misterioso! Tutti gli enigmi che tu mostri; gioie e bagliori…
Portici al sole. Statue addormentate.
Comignoli rossi; nostalgie d’orizzonti sconosciuti…
E l’enigma della scuola, e la prigione e la caserma;
e la locomotiva che fischia la notte sotto la volta gelida e le stelle.
Sempre l’incognito; il risveglio al mattino e il sogno che si è fatto, oscuro presagio, oracolo misterioso…

*

A Kant

(Il giorno in cui Kant disparve, c’era un cielo così chiaro, così sgombro di nuvole, come se ne sono visti pochi, da noi. Soltanto allo zenith si levò nell’azzurro del cielo un piccolo vapore sottile e leggero. Si racconta che un soldato, passando sul ponte, l’osservò a lungo e si mise a dire: “Guardate, è l’anima di Kant che vola in cielo.”)

Guardavo verso te nel cielo blu
Nel cielo blu dove il tuo volo svanisce
Adesso resto solo nel vortice.
Per consolarmi ho la tua parola, ho il tuo libro per consolarmi.
Grazie a te, cerco di animare per me la solitudine,
Grazie alle tue parole così piene che risuonano nella mia anima
Poiché tutti coloro che mi circondano mi sono estranei.
Il mondo mi è deserto e la vita lunga.

*

Rive antiche

È la rovina che diventa bianca, là in alto triste rovina
Due corsieri bianchissimi nitriscono sul greto
Si sentono morire dolcemente le onde sulla marina,
Sospirare un uomo che si lamenta nel suo sogno segreto

Giorgio de Chirico