“Ci sono follie che ridestano sorgenti creative altrimenti inconoscibili”: dialogo con Eugenio Borgna su poesia e malattia

Posted on Giugno 26, 2019, 6:37 am
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Incarnato in alcune figure ‘di frontiera’, francamente inafferrabili – Alda Merini, Dino Campana, ma pure Nietzsche e Van Gogh – il binomio, veritiero ma delicatissimo, arte e follia, o meglio, poesia è follia, è diventato pop, un logo pubblicitario come un altro, luogo e criterio di vendita. In realtà, non c’è alcun giudizio di valore – la cerca di una impalpabile ‘diversità’ rispetto alla palude della ‘norma’ – in un concetto che va auscultato, soprattutto nel suo nido di dolore.  “Gli schizofrenici soffrono della verità”, scriveva Norman O. Brown in un libro decisivo, Corpo d’amore. D’altro lato, è Eugenio Borgna, luminare della psichiatria, a tornare con gloria sul tema, disseminato nelle sue innumerevoli pubblicazioni – cito, un po’ a caso, in una bibliografia a suo modo salvifica, L’arcipelago delle emozioni, Le intermittenze del cuore, La solitudine dell’anima, La nostalgia ferita – anche nel libro più intimo, La follia che è anche in noi (Einaudi, 2019), che racconta gli anni della direzione del manicomio di Novara e la ‘rivoluzione’ di Basaglia, nel 1978, e ci fa toccare, con delicatezza, la nostra meridiana ‘diversità’. Borgna, che da sempre usa materiali poetici per giungere a soluzioni psichiatriche originali, improntate all’egida della gentilezza, al carisma dell’ascolto, è estremamente chiaro: “La psichiatria… non può fare a meno della poesia che l’aiuta a riconoscere la fragilità e l’umanità della follia”; “La grande poesia e i grandi romanzi consentono alla psichiatria di dilatare e di ampliare la conoscenza dell’anima che ne è l’orizzonte infinito… la follia e la poesia confluiscono in una straordinaria associazione creativa”. La prima frase conclude l’Introduzione al libro, la seconda sigilla il volume. Non importa qui la poesia come ‘terapia’ – nonostante nel volume Borgna ricalchi le “poesia di una straziante bellezza” di una sua rara paziente, Margherita – ma la poesia come lingua dell’eccezionalità e dell’eccedenza – cioè, dell’uomo ‘naturale’ –, selvaggia e inafferrabile, non delegata al ‘comunicare’, ma, finalmente, al ‘dire’, smascherando. In questo caso, sì, la poesia è il calco delle zone oscure, o delle inaccettabili luminosità, dell’uomo, e leggere è una cura, cara, feroce. (Davide Brullo)

Lei scrive, con gioia piena (o quasi) della ‘rivoluzione’ di Basaglia, aggiungendo, però, una nota di “nostalgia” per il manicomio, o meglio, “una comunità di cura”, che dirigeva a Novara. Come mai questo doppio sentimento, quasi contraddittorio?

I manicomi italiani non si potevano riformare, e questo perché in essi dilagavano contenzioni, porte e finestre murate, indifferenza e noncuranza negli psichiatri e negli infermieri, psicofarmaci somministrati in dosi esagerate, non accompagnati da ascolto e da attenzione alla sofferenza e alla disperazione dei pazienti. Come spiegare allora la nostalgia di un manicomio nel quale ho vissuto quindici anni della mia vita? La contraddizione sembra insanabile, ma, lo dico nel mio libro, il nostro manicomio era soltanto femminile, non si contenevano i pazienti, non si tenevano le porte chiuse, le pazienti potevano uscire nel grande parco del manicomio, suore e infermiere si sono rapidamente adeguate alla nostra psichiatria gentile, gli assistenti giungevano dalla Clinica psichiatrica della Università di Milano, e infine la follia femminile è molto più mite di quella maschile. Sì, il nostro solitario manicomio si poteva definire una comunità di cura, medici, suore, infermiere, in una cordata che non sarebbe stata più possibile nei servizi di psichiatria degli ospedali generali. Queste le ragioni della mia nostalgia di un sogno troppo fragile e troppo bello per sopravvivere.

Insiste, nel libro, sulla psichiatria come colloquio e soprattutto come gentilezza. Parole quasi paradossali in ambito medico. Il punto, forse, è capire che il male non è una astrazione, ma che “la follia è anche in noi”, dunque prendersi cura dell’altro è curarsi: è così?

La psichiatria come colloquio, la psichiatria come gentilezza, sembrano essere definizioni, come lei dice giustamente, inconciliabili con il discorso che dovrebbe fare la psichiatria come scienza, e nondimeno la psichiatria non è solo scienza, ma anche scienza umana e colloquio e gentilezza ne sono una dimensione essenziale. Il nostro non sarebbe stato un manicomio, nel quale si riusciva a fare una psichiatria umana e terapeutica, e Franco Basaglia non sarebbe giunto a ideare e a realizzare una psichiatria senza manicomi, se colloquio e gentilezza, ascolto e partecipazione emozionale, non fossero stati strumenti di cura, smascherando la violenza, che si nascondeva in ogni psichiatria manicomiale, e trasformando il modo di vivere dei pazienti. Ma di colloqui e di gentilezza, di ascolto e di partecipazione emozionale, si ha ardente bisogno se si vuole conoscere la follia che è anche in noi e, come dice, prendersi cura dell’altro è curarsi: cosa che ci è sembrato davvero avvenire a Novara, e prima ancora magistralmente a Trieste con Basaglia. Certo, di colloquio, e di gentilezza, di ascolto e di emozioni ferite, avrebbero bisogno anche i medici di base, e quelli di ogni altra specializzazione. Cosa che, come si sa, non sempre avviene.

A un certo punto cita Giorgio Colli, autore di quella frase magnetica e ambigua, “la follia è la matrice della sapienza”. D’altronde, pubblica e commenta le poesie, molto intense, di una sua paziente, Margherita, e conclude scrivendo che “la follia e la poesia confluiscono in una straordinaria associazione creativa”. Le chiedo di specificarmi meglio questo concetto e soprattutto, di che tipo di follia parliamo. 

Sì, la frase di Giorgio Colli, “la follia è la matrice della sapienza”, che lei definisce felicemente magnetica e ambigua, come anche quella di Clemens Brentano, il grande poeta romantico tedesco, che a sua volta definiva la follia “la sorella infelice della poesia”, sono metafore, ma la psichiatria non può non vivere di metafore, come diceva uno dei grandi psichiatri del secolo scorso, Eugène Minkowski, e questo perché la follia è un arcipelago sconfinato. Ci sono follie che si accompagnano ad angoscia e a tristezza, al deserto delle emozioni e alla disperazione, e che non possono non essere curate con farmaci, ma ci sono follie che, sia pure mediate dal dolore dell’anima, che non manca mai, ridestano in noi sorgenti creative altrimenti inconoscibili. Margherita non avrebbe mai scritto le poesie, che lei definisce molto intense, ma la stessa cosa non si potrebbe dire, sia pure ad altezze incomparabili, delle poesie di Friedrich Hölderlin, o delle narrazioni di Gérard de Nerval e di Robert Walser, che ha trascorso venti anni della sua vita in un manicomio svizzero, e che ha scritto romanzi di straziata bellezza. La follia e la poesia confluiscono in una straordinaria associazione: sono le cose che Karl Jaspers ha scritto delle liriche di Hölderlin.

Tra gli autori che cita, si sofferma su Cristina Campo, la grande reclusa, e Georg Trakl, arso dalla “tristezza vitale”. Sembra che la parola vertiginosa, la poesia, viva uno scarto potente con il mondo, con il mondano, che la porta fuori di sé. Il linguaggio poetico in sé, forse, è ‘patologia’, discorso del dolore… Mi dica. 

Come dicevo, la parabola semantica di una parola complessa, come è questa di follia, è infinitamente ampia. La risposta, consegnata alla domanda precedente, tematizzava la follia come forma patologica di vita, come sofferenza infinita, come malattia, ma la follia è anche un diverso modo di pensare e di immaginare la vita, una diversa forma di vita, una diversa percezione del reale. Come chiarire le differenze fra l’una e l’altra forma di vita, che rientrano nell’area delle emozioni malate che sono a fondamento di ogni forma di follia? Malattia psichica, fatica di vivere, male oscuro, inaudita sorgente di dolore dell’anima, desiderio di morire, che giunge talora al suicidio, è la depressione che rientra da sempre fra i sintomi emblematici della follia. Ma non è malattia psichica, anche se a volte sconfina nei sintomi della depressione, ne è la sorella mite, la malinconia, la tristezza vitale, l’una apparentemente simile all’altra, e invece l’una radicalmente diversa dall’altra. La depressione è infrequente, e molto infrequente la malinconia: le cose molto belle che lei dice del linguaggio poetico, del discorso del dolore, si applicano alla malinconia, alla tristezza vitale, che è premessa alla poesia leopardiana, e a quella trakliana, ad esempio.

Qual è il libro o l’autore che più ha influito nella sua ricerca psichiatrica, che lo accompagnava negli anni di direzione della ‘casa di cura’ a Novara?

Negli anni in cui a Novara mi occupavo della direzione del manicomio, che, sì, non era se non una comunità di cura, ci sono stati alcuni autori che con i loro libri mi hanno accompagnato nel mio cammino. Alcuni tedeschi: la psichiatria come scienza umana, la psichiatria che è stata definita fenomenologica, e che è stata la premessa alla rivoluzione copernicana di Basaglia, e alla nostra artigianale a Novara, è nata nei paesi di lingua tedesca. Alcuni nomi: quello di Karl Jaspers che, prima di essere stato grande filosofo, è stato grande psichiatra: a trent’anni, nella celeberrima clinica psichiatrica universitaria di Heidelberg scriveva un libro di psicopatologia, ancora oggi di sconvolgente attualità, che, questo ne dica la incultura della psichiatria italiana, veniva tradotto in italiani cinquant’anni dopo. Se non avessi conosciuto la lingua tedesca, e non avessi letto in particolare i libri di Karl Jaspers e di Kurt Schneider, e quelli di uno psichiatra svizzero, Ludwig Binswanger, non avrei mai potuto scrivere negli anni della mia direzione manicomiale i molti saggi scientifici, e non mi sarebbe stato possibile realizzare una psichiatria gentile.