Da certi viaggi si torna più disorientati che altre volte. Non dipende tanto dal nostro stato d’animo e dalle sue comiche e drammatiche variazioni, quanto dal luogo che si è visitato. Dall’Etna ero rientrato a casa certamente più stanco, e non potevo dire avessi faticato come altrove. Una stanchezza che sentivo accumularsi giornata dopo giornata. Ero stato sulla Montagna, poi ero rientrato a Roma, poi ero partito di nuovo. In quella pausa di tre giorni tra sopralluoghi e riprese, ne avevo speso uno per scrivere il copione della puntata che dovevamo girare, gli altri due steso sul letto, con una febbretta che non mi mollava e che temevo non mi consentisse spostamenti. In tempi di pandemia, anche un raffreddore fa immaginare il peggio. Nonostante mi fossi imbottito di Tachipirina e il tampone confermasse il mio buono stato di salute, una bronchite cronica mi opprimeva i polmoni. Ero quindi riatterrato all’aeroporto di Catania un po’ malandato e malgrado ai controlli mi avessero guardato male per un attacco di tosse incontrollato, alla fine si erano decisi a lasciarmi passare. Ma cosa mi spingeva a tornare sull’Etna pure con un raffreddore che avrebbe potuto, nel bel mezzo delle registrazioni, mettermi definitivamente ko? Se avessi deciso di non partire, nessuna produzione avrebbe potuto ritenere ingiustificata la mia assenza. Eppure sentivo come una forza sconosciuta, un desiderio che non mi mollava. Quando si viaggia si ha molto spesso la sensazione di ritornare in avanti. La conoscenza è sempre un tornare nel punto da cui siamo partiti, come se partendo avessimo perso irrimediabilmente l’origine, la stessa che il desiderio ci suggerisce di riconquistare, ma con uno sguardo rinnovato, come un andare verso, come  girando in cerchio. In questo mio viaggio sull’Etna era proprio questo quello che provavo. Cambiavano i paesaggi e mutavano i colori: il blu cobalto dello Ionio, che si addolciva di tono sulla costa dei borghi marinari di Aci Trezza e Aci Castello, riaddensandosi nel golfo dei Ciclopi, lasciava il posto al pallido ocra del deserto dei calanchi di Centuripe. Pure il ritmo del respiro, a volte quieto altre affannato, donava un senso ai miei passi. Eppure il vulcano, l’eterna montagna, quello che tutti i siciliani chiamano Idda, la Grande Madre, era sempre lì, a due passi dallo sguardo. La costeggiavo, gli salivo sopra, la osservavo da lontano. Ogni sguardo era la diversa visione di una sola cosa. L’Etna muta insieme a chi desidera conoscerla: l’apparizione di un Demone che ci spaventa, o l’abbraccio di una Dea che ci protegge.

La cultura araba e quella latina qui in Sicilia si sono spesso intrecciate. Per esempio nei nomi. Etna è uno dei tanti sostantivi attribuiti al vulcano. Un altro, che compariva anche sulle cartine geografiche fino a non molto tempo fa, era Mongibello, o, detto in dialetto locale, Mongibeddu. L’etimologia mi era sembrata interessante: la parola derivava infatti dall’incrocio del latino “mons”, che significa monte, e dell’arabo “Jebel”, che significa ugualmente “monte”. Mongibello non era altro che un nome raddoppiato: “Monte-Monte”. Poteva certo indicare un banale rafforzativo, quasi a sottolineare che si trattasse della montagna per eccellenza. Ma mi ero lasciato sedurre da qualcosa di diverso, che quella parola ripetuta indicasse proprio la doppia natura del vulcano: demoniaca e divina.

Mongibello

Rientravo che ormai era già buio con le scarpe pesanti e ingrigite di cenere lavica, rifugiandomi nella solitudine della stanza d’albergo dopo una giornata di riprese, ingoiavo due cucchiai di sciroppo, aprivo il libro che mi ero portato dietro, sperando che la fiacca del corpo, e quella maledetta tosse che torturava lo sterno, concedessero una deroga alla mente per poter leggere almeno qualche pagina. Questa volta avevo infilato nella valigia Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Non so per quale ragione avessi portato quel volume. Sarebbe stato più idoneo rileggere I Malavoglia di Verga, visto che ad Aci Trezza dovevo girare più di qualche blocco di scaletta. Forse la ragione era più semplice di quello che si potesse credere. Mi sentivo in colpa di non averlo letto ed era bastata l’occasione di dover scendere nell’isola per spingermi ad affrontare il romanzo di quel geniale siciliano che difettavo di non aver approfondito. La chiamano, quella di Bufalino, una scrittura barocca. Ma lo stile non si misura esclusivamente nell’iperbole della sintassi, nella squisita ricerca delle parole. Lo stile è la voragine dentro cui la vita ci acceca aprendosi alla visione – quando, precipitati nell’oblio di se stessi, la vita che pensavamo di conoscere, quella vita che immaginavamo solo nostra, smette di lusingarci nella monotonia della vanità, lasciandoci smarriti e suggerendoci lo slancio di una esistenza diversa, né peggiore né migliore. Solo, sconosciuta allo sguardo, come in un sogno in cui non si smette d’essere svegli e vivi ma improvvisamente coscienti che pure la morte recrimina la pronuncia del proprio nome. Eppure, in Bufalino, c’era qualcosa di artefatto, addirittura sontuoso. Dietro la tragedia della malattia che raccontava, la tubercolosi – «un re forestiero m’era venuto ad abitare sotto le costole, un innominabile minotauro, a cui dovevo giorno per giorno in tributo una libbra della mia vita» –, si sentiva una forma, a volte disturbante, di affettazione. Ma mi sembrava pure, continuando a leggere, che quella lingua, che tanto esibiva la propria ricercatezza lessicologica, la propria cultura umanistica, non fosse altro che un recitativo. Bisognava a quel punto comprendere quale fosse lo scopo di quella rappresentazione, di quello spettacolo, di quel teatro.

Il custode del Castello di Aci Castello aveva accolto me e la troupe con un monologo. Non si riusciva a tenerlo zitto. Ci aveva come investiti; voleva, avevo l’impressione, stupirci a ogni costo. Aveva cominciato, senza richiesta, a raccontare storie e leggende che non avevano alcuna connessione l’una con l’altra e di cui, lo ammetto, poco mi interessava. Più che concentrarmi sul contenuto cercavo di cogliere lo scopo, la ragione che lo spingeva a parlare tanto. La prima, e la più infame, poteva riguardare il fatto che davanti a una troupe televisiva volesse fare bella figura. Di solito, quando incontro persone come queste, che fanno di tutto per nascondere chi sono veramente, sento immediatamente che la distanza umana si allarga. Ma Roberto, questo il nome del custode, stava eccedendo. Anche avesse voluto dimostrare qualcosa a questa cinica maestranza del Servizio Pubblico, chiunque al posto suo si sarebbe accorto di esagerare – con la coda dell’occhio notavo già i primi segni d’insofferenza del regista. Perché, mi domandavo, non riusciva a capire di aver superato il limite? Cosa lo stava muovendo? Avevo cominciato a riflettere sul motivo per cui ci tenesse a farsi chiamare “custode” anziché “guardiano”, come maldestramente lo avevo definito prendendomi un’imbeccata. Qual era la differenza tra fare la guardia e il custodire, perché non ammetteva che potessero avere un significato sinonimico? Invece, a pensarci, era la direzione diversa dello sguardo a cambiare. Se fare la guardia implicava una difesa dagli attacchi esterni, questo voleva dire che lo sguardo era sempre rivolto altrove rispetto all’oggetto che si doveva difendere. Custodire, al contrario, poneva lo sguardo sempre all’oggetto, perché l’oggetto, per difenderlo, era necessario accudirlo, averne cura. Roberto ci stava mettendo alla prova; poneva una distanza non tanto tra noi e lui, quanto tra noi e l’oggetto che custodiva. Quella sua recita, quel suo spettacolo non facevano che avvolgere il Castello con una patina che non ci permetteva di metterlo a fuoco, quasi fosse perennemente offuscato da una coltre di fumo. E mi venivano in mente le pagine in cui Bufalino raccontava di quelle recite in sanatorio organizzate dal medico curante, il «Grande Magro», in cui gli attori erano al contempo chi recitava e chi sedeva sotto la scena, una «platea di pigiami a righe», e forse lo stesso Roberto aveva bisogno di noi, ignari e indolenti, che eravamo costretti ad ascoltarlo affinché la sua commedia riuscisse. Non che vivesse quel Castello con morbosa possessività e gelosia. Stava verificando quanto fossimo disposti a non tradirne la natura, così come Bufalino, raccontando del sanatorio sulla Rocca sopra Palermo, aveva concentrato lì, in quel palcoscenico, in quello spazio isolato dal mondo che paragonava a molteplici «clausure e solitudini», l’intero senso della vita.

Il castello di Aci

Aci Castello, con la sua fortezza costruita dai normanni su uno sperone di roccia lavica, così come tutto il Golfo dei Ciclopi, parlava di Etna. Era l’Etna – la sua prima manifestazione, il suo primordiale ruggito sottomarino. Eravamo saliti sulla barca di un pescatore per raggiungere l’isola Lachea. Dovevamo remare, perché i motori, in quella che era un’area marina protetta, non potevano accendersi. Bastiano non aveva un atteggiamento diverso da quello di Roberto. Diceva di essere pescatore da cento generazioni eppure non smetteva di recitare poesie – appena dei farfugliamenti in rima –, non lasciandoci un secondo di respiro per goderci quello spettacolo naturalistico. Avevo pensato allora a una forma di vanità, di teatralità esibita – del resto, anche il fatto che fosse a petto nudo, la pelle aggrinzita e ustionata, e già in costume al principio di marzo, in una giornata neppure troppo soleggiata, ne erano la prova –, che doveva riguardare l’antropologia di questi borghi o forse della Sicilia tutta, e ne volevo misurare l’attendibilità. Ricordavo l’esergo messo in calce al romanzo di Bufalino, e riguardava proprio la prima parola del titolo, Diceria: «Di qualsiasi lungo dire, sia con troppo artifizio, sia con troppa poca arte… Il troppo discorrere intorno a persona o cosa». Di chi, di cosa realmente parlavano Roberto e Bastiano? Come mai non riesco a ricordare neppure una frase dei loro discorsi, fossero in versi o in prosa? «Certo, l’ho sperimentato invecchiando», avevo letto ancora nelle pagine di Diceria,«in ogni esistenza, anche la meno offerta, si nasconde un germe di finzione e d’allegoria». L’artificio, la «diceria», cosa nascondevano, cosa volevano proteggere o non dire o non farci intendere? C’era, in entrambi, come una forma di doppia umanità che coesisteva: l’una, recitando, metteva a tacere l’altra, che ribolliva nelle viscere ed era pronta a eruttare. Qual era delle due l’umanità più vera?

La doppia natura dell’Etna, divina e demoniaca, l’avevo percepita attraversando la Valle del Bove. Avevo preso un pomeriggio per me, approfittando di una pausa delle riprese, chiedendo a una guida quale fosse il posto migliore, non potendo raggiungere il cratere, per sentire il respiro del vulcano. Mi dicevano che era proprio questo il cuore stesso dell’Etna. Si trattava del collasso di una parete della montagna. Non proprio uno sprofondamento ma uno scivolamento. Tutto quello che c’era qui, otto, nove mila anni fa, era franato a valle, verso il mare, lasciando questa immensa depressione sul versante orientale del vulcano.

Se fosse il cuore, o l’anima, o il ventre dell’Etna, non saprei dire, ma di sicuro la percepivo come la sua zona più intima. Era un luogo in cui ci si poteva perdere facilmente perché facilmente, per la sua estensione, si perdeva l’orientamento. Nient’altro che sciare, lave su lave che si erano sovrapposte nell’ultimo secolo in maniera caotica.

Dalla Valle del Bove comprendevo davvero che l’Etna era qualcosa di più grande di noi, qualcosa, appunto come una divinità, che non si poteva afferrare fino in fondo, tanto più ora che era inquieto e sputava dal cratere più alto colonne di gas che annunciavano una nuova eruzione dopo i cinque o sei parossismi che aveva prodotto nei giorni scorsi. Quei densi vapori, uniti alla cenere lavica caduta sulla valle, le campagne e le strade asfaltate dei paesi nel raggio di venti chilometri, sentivo mi si erano malauguratamente infilati in gola. Tossivo; tossivo con tanta energia e profondamente che avrei potuto da un momento all’altro rigettare sangue. Una raucedine mi aveva talmente sfiorito la voce che pure le corde vocali credevo si stessero spezzando. Avevo cercato un posto in cui sedermi, una vecchia colata di lava impietrita dai secoli, e mi ero acceso una sigaretta, la sola cosa che, uccidendomi, mi calmava per qualche secondo la contrazione dei polmoni.

«La malattia conferisce ai volti un presentimento», scriveva la voce narrante di Diceria la prima volta che era uscito con Marta, la malata del sanatorio di cui si era innamorato, «una luce che manca sulle guance dei sani; un malato non è meno bello di un santo».

La valle del Bove

Seduta accanto a me, con una macchina fotografica appesa al collo, una ragazza non staccava l’occhio dall’obiettivo, ipnotizzata da quei fenomeni naturali coi quali il vulcano si pavoneggiava, come mostrando vanitosamente la variopinta corona della coda. Pur non riuscendo a coglierne neppure lo sguardo, mi era bastato il profilo – le guance che arrossivano appena il pallore del volto, che se non dava l’idea di santità certamente stonava con la tipica carnagione mediterranea –, e forse proprio quel mistero degli occhi, a rendermela desiderabile. Tutti i libri che avevo letto, le pagine che avevo amato e sottolineato, sentivo non mi erano utili adesso neppure a fare un passo in quell’ignoto. Mi avevano al contrario spinto a cercare il mio di Castello, la mia Rocca da custodire, come fossero una coperta che placava i brividi, anch’io a mio modo un Roberto o un Bastiano o un recluso di sanatorio che non sapeva tacere. Tossii di nuovo, melodrammaticamente. Poi, come per scusarmi, avevo cominciato a srotolare parole senza senso, o cercando un senso in ciò che in quel momento mi pareva più vicino, quasi chiedessi soccorso, «Sai, Gesualdo Bufalino, vostro conterraneo, lo ha dichiarato più volte che la malattia, in Diceria dell’untore, il suo romanzo d’esordio, un esordio tardivo, certo, un esordio fin troppo pensato, come di un ragazzo che arriva tardi all’appuntamento con la vita, o di un uomo che arriva alla maturità con lo slancio di un ventenne, la malattia, dicevo, è di fatto un’esperienza conoscitiva». Avevo fatto una pausa, cercando di fuggire dalle mie subordinate, dalle mie parentesi, dalle mie sterili congetture, senza avere il coraggio di voltarmi e scoprire quale fosse la reazione che avevo suscitato. «Diceva che nel romanzo la malattia era colta nel suo duplice aspetto di stigma, cioè segno di un’infamia, e nello stesso tempo di stemma, vale a dire come privilegio».

Per qualche secondo non avevo sentito niente, nemmeno un alito di vento, pure i bronchi miracolosamente acquietati – infine un boato tellurico dalle viscere della terra aveva moltiplicato la sua eco riverberando l’aria. Era stato in quel momento, lo avevo visto con la coda dell’occhio, che aveva abbassato la macchina fotografica e l’avevo sentita sospirare, ma non sembrava insofferente, quasi volesse tornare a respirare dopo ore di apnea. «Succede spesso anche a me», e i secondi passavano rendendo l’attesa più grave, «di tossire per la polvere lavica. Ma ci si abitua, come alle malattie, come all’ineluttabile». Aveva prestato più ascolto di quello che sperassi, e seppure  nulla le interessasse delle mie letture, erano i significati a non apparirle estranei. «Ma come ci si può abituare all’assenza di vita?» avevo protestato, «A questi fossili di lava, al grigio e al nero di questa valle, alla terra che trema, a una montagna che ruggisce, a una morte che si perpetua?». E ricordavo cosa mi aveva riferito qualche giorno prima un vulcanologo che si occupava dell’urbanizzazione nei territori etnei, che anche quando le case subivano danni irreversibili, quando lo scuotimento di una faglia le faceva tremare e crepare e cedere, le comunità ostinatamente rifiutavano il dono di un’altra abitazione, costruita a qualche centinaio di metri di distanza da quella distrutta per essere sicuri di mettersi al riparo dalla linea di pericolo. Da quella casa sopra la frattura della terra, la stessa che aveva messo in pericolo la loro vita, non si sarebbero mossi neppure se fosse venuto l’esercito a sfrattarli. Ora la ragazza si era voltata dalla parte opposta alla mia, muovendo sinuosamente la chioma castana che si adagiava sulla schiena, aveva alzato il braccio, puntato l’indice, «Guarda» e percorrevo con le pupille l’estensione del braccio, la forma perfetta della mano, la cui curva del dorso, adesso che allungava l’indice, faceva emergere la rigida traccia dei nervi, «Guarda,» aveva ripetuto, «le isole di vegetazione cresciute sulle colate laviche più antiche. Qui le chiamiamo “dagala”. È un nome di derivazione araba: DagAllah: la Casa di Dio. Dove abita Dio anche dalla lava qualcosa può rinascere». «Ed è questo che ti tiene qui», mi ero gettato sulla risposta come ponendo una frattura disarmonica a una visione che mi pareva davvero troppo enfatica, «in attesa di cosa? Di uno scopo, di un segnale di vita, della prossima eruzione?», malgrado la mia impertinenza, già ero altrove, o sempre più vicino, e ragionavo intorno al desiderio, e a questo essere etereo eppure tanto carnale, quasi un cherubino, se fosse stata l’aria il suo elemento, o una ninfa, se fosse stato di contro l’acqua, il desiderio che avevo sempre pensato come la fine dell’attesa, l’attimo in cui ci si mette in cammino, quando la cosa desiderata non è più solamente osservata, contemplata, immaginata, ma la si vuole finalmente raggiungere. Sì, desiderare era davvero un andare verso; un movimento, una febbre che faceva muovere le gambe, la necessità che sottende il moto stesso della vita. «Da qui non me ne sono mai andata. Non conosco neppure il resto della Sicilia. La mia finestra sul mondo è questa montagna, che si spegne e si accende a suo piacimento, che muore e nasce ogni giorno, che non concede di conoscere altro che se stessa».

Il narratore di Diceria continuava a desiderare Marta nonostante il Gran Magro, il dottore, la desse per spacciata. Marta non si sarebbe salvata, sarebbe morta, era questione di giorni, di ore, di destino. Lui, invece, il narratore, che ricordava, e raccontava, di sicuro ce l’avrebbe fatta, si sarebbe salvato. Il desiderio è sensuale e sanguigno. Lì dove cerca di tornare, la cosa verso la quale protende, non è, lasciando al contempo che il soggetto desiderante sia. Sia, scoprendo la realtà stessa del non essere. Mentre Marta muore, il narratore, come in un paradosso, come nelle piaghe di un ossimoro, grida, «Marta, aiutami». Lei, morendo, concede a lui la vita, la possibilità che questa venga raccontata.

«Pensi che tornerà a eruttare stanotte?». «Ogni cosa farebbe pensare di sì. Ma Idda non è mai sincera. Illude, seduce, se la tira. Non ci resta che aspettare». E, quasi senza che me ne rendessi conto, era stata lei ad attrarmi, lei a farmi restare, lei, di cui non sapevo neppure il nome, a farmi conoscere la rete che la Montagna getta in mare, intrappolandoti, lasciandoci così per un paio d’ore, senza più pronunciare una sola parola, come ci fossimo raccontati tutto quello che c’era da dire.

E all’improvviso, quando era ormai calata la sera, un’immensa torcia incendia l’oscurità del cielo. L’Etna sputava a centinaia di metri oltre il cratere una colonna di lava, fino ad aprirsi lateralmente come un fungo atomico. Le pareti della montagna, che un momento prima erano colorate di un antico nero lavico, si coprivano di un manto rosso che lentamente gli scivola addosso. Nessuno può realmente affermare se tutto questo fosse opera di un Demone o di una Dea…

Era lo spettacolo più bello che avessi mai visto.

Restavo a osservarlo senza trovare le parole giuste per descrivere l’emozione che provavo. Capivo solo che quello che vedevo sarebbe rimasto come un’immagine indelebile, che nessuno avrebbe mai cancellato. Del resto, ricordare significa esattamente questo: custodire nel cuore.

La mia amica terragna, la mia messaggera – angelo o demone – aveva annunciato che doveva allontanarsi di qualche centinaio di metri, cercare una nuova prospettiva da cui inquadrare la rappresentazione. Metri che erano bastati a perderla di vista, come i mille zampilli che schizzavano impazziti dal cratere perdendosi nel buio.

Andrea Caterini

*In copertina: Edward Lear, Catania e il monte Etna, 1847