“Essere normali – sorrido – come/ suonano vuote queste parole”: Giovanna Cristina Vivinetto e il diario intimo di una radicale trasformazione

Posted on maggio 05, 2018, 6:51 am
7 mins

Il diverso, l’esotico, il più debole, oggi come oggi, stimolano interesse se non compassione. È una sorta di feticcio che ci permette di stare bene con noi stessi, nel momento in cui cerchiamo di far sentire normale ciò che normale non è. Perché è un sollievo pensare di essere tutti uguali: nessuno peggiore e nessuno migliore. Si tratta di un presupposto fondamentale per la democrazia: siamo tutti uguali, nessuno escluso. La disuguaglianza, la differenza, ci infastidisce urtando il nostro sistema nervoso, nel bene e nel male. È diverso tutto quello che non riusciamo a capire. Così la democrazia non tenta di comprendere tutte le differenze e le opinioni tra di loro inconciliabili, ma le livella, le appiattisce in un’unica massa informe, la media. La democrazia è l’impero del mediocre. Tutto insegue il gusto dei più, che viene considerato a discapito di chi è più debole, di chi è diverso, come di chi è eccellente. Perché, statisticamente, sono tutti minoranza e non contano. Così funziona la politica, similmente al mercato e al politicamente corretto: finché tutti non vorranno la stessa cosa, diranno le stesse cose e, peggio ancora, saranno tutti d’accordo. Qualcuno lo riconosce – la diseguaglianza fa bene – ed è l’unico ambiente fertile per la meritocrazia, antidoto alla mediocrità.

Dolore Minimo (Interlinea, 2018, pp.148, euro 12,00; con una presentazione di Dacia Maraini e una nota di Alessandro Fo), di Giovanna Cristina Vivinetto (che abbiamo intervistato qualche tempo fa su Pangea, qui), è il diario intimo di una radicale trasformazione. Cristina è infatti una transessuale. Non ci punta però il dito contro, se non siamo preparati a cambiare idea su certe cose per come le abbiamo sempre concepite. Non cerca di convincerci, con la retorica noiosa e buonista che, ad esempio, una donna gay o etero è come una donna transessuale. Si tratta invece di un testo poetico interessante che valorizza la differenza, nel cambiamento che spezza in due parti la narrazione e l’esistenza qui messa in gioco (“è solo che non si capisce – esiti –/ a vederti sembri una normale”/ può bastare: “mi alzo e mi prendo/ il sacrosanto diritto di sembrarti/ diversa da tutte le altre./ Mentre mi allontano s’insinua/ un’amara soddisfazione:/ Essere normali – sorrido – come/ suonano vuote queste parole”).

foto 1Ognuno, volente o nolente, deve affrontare un cambiamento. E, quando ci si trova di fronte al nuovo, la cosa più difficile, ammesso che ci sia il coraggio necessario, è che gli altri lascino andare la vecchia idea che hanno di te, a cui sono affezionati. Se questo testo non è uno strumento propagandistico, ma una vertiginosa veduta sull’intima fragilità, è perché non si parla delle mancanze e delle colpe che la società ha nei confronti di chi vive la propria sessualità in modo diverso. Piuttosto, descrive invece, con profondità e realismo, le reazioni intime e quelle delle persone più vicine, la famiglia:Ma quando la mamma ti confessò/ a cena il mio segreto, quell’agosto/ il movimento mi terrorizzò:/ fu un chiudersi rapace, ferito/ come le valve di un mostro marino/ scosse dalla luce. «Ma cosa dici,/ non è possibile che nostro figlio…» […] «Transessuale è una parola terribile./ Mi inganni» dici. «È così –/ rispondo – è sempre stato così»./ Distogli i tuoi occhi dai miei,/ li volgi alle mani, alla tazzina/ di caffè piena per metà, al piede/ destro del tavolo, all’insegna del bar”. Sono la famiglia e gli altri individui con cui instauriamo una relazione intima e sentimentale, lo spazio in cui dovremmo sentirci accettati e percepire che i nostri valori vengono riconosciuti.

A dispetto dell’età, la scrittrice riesce a cogliere gesti e dettagli, da cui si dispiega una grande forza simbolica, rivelando una sensibilità notevole. Senza evocare immagini difficili o addirittura impossibili, il testo è di grande forza emotiva ed esistenziale, rimanendo pur sempre aderente al reale. Dolore Minimo è dunque un testo poetico che non si trova tutti i giorni, anche perché c’è qualcosa di profondamente vero che porta alla luce, un’urgenza bruciante come quella che ha mosso la sua autrice.

Alessandro Paglialunga

 

Alcuni versi estratti da Dolore Minimo, Interlinea edizioni, 2018

 

Un corpo transessuale come
si lega a un altro corpo?
Mi chiedi se un corpo transessuale
può star bene tra le braccia
di un corpo normale. Può trovare pace
una pelle disforica al contatto
di membra sane? Può contagiare?
M’incalzi se un corpo diverso può
far ridere o ammutolire. Se la vergogna
è tutta dentro o in qualche punto
traspare, come una voglia screziata.
Bisogna stare attenti alle deformità,
chiedere perdono per l’imprevisto?
Mi chiedi. Ti infuri, anche.
Non rispondo.
Il fatto è che un corpo come il mio
quando s’incastra a un altro corpo
non è più transessuale. Quando
si lega a una carne che accoglie
forse non è più nemmeno un corpo.
Ho sempre orinato in piedi.
Ho imparato ad espellere i fluidi
in piedi e per diciannove anni
ho sempre orinato così.
A vent’anni non ho più orinato
in piedi: mi sono seduta.
Non che fossi operata, non che fossi
già evirata: l’organo non era
mutilato. Intatto, orinava
come aveva sempre orinato.
Questa volta seduto, accovacciato.
Dopo vent’anni rifunzionalizzato.
Credono che la conquista di un corpo
transessuale sia l’alterazione del visibile.
Un corpo gonfiato, manipolato
che appaia quasi irriconoscibile.
Sedersi senza deformare è in verità
l’atto più sincero. Più rivoluzionario.
La manovra più difficile.
Sedersi e scoprire che il corpo
non si mortifica se cambia approccio
alla normalità – la sessualità
è tutto un groviglio da districare
nella mente – che non serve a niente
dilaniarsi pezzo dopo pezzo il corpo
per renderlo accessibile
se non si riesce a sedersi
con se stessi. Se non si è in grado
di consolare quell’intima diversità
che ci ha costruiti macchine perfette
benché contro la nostra piccola volontà.

Giovanna Cristina Vivinetto