“Essere il re delle isole, condividere il letto con una stella”: Lawrence Durrell (che oggi compie gli anni) è un grande poeta. Editori fatevi avanti! Ecco una silloge memorabile

Posted on Febbraio 27, 2019, 9:57 am
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Alla Grecia. Con amore.

“Dio ha fatto l’Eternità. Sfuggiamo al dispotismo del tempo”.

È l’aforisma più denso e decisivo di Balthazar, secondo volume (un capolavoro) del “Quartetto di Alessandria” di Lawrence Durrell, autore tra i più importanti e opera tra le più eclatanti di tutto il Novecento, contraltare nelle dimensioni dello spazio (e oltre: l’eterno) delle esplorazioni del tempo (e oltre: il luogo) della Ricerca del tempo perduto di Proust, di cui la tetralogia è gemella eppure infinitamente diversa, anch’essa tutta “in funzione della luce”, una luce fluttuante sì, ma non quella della maestosa cattedrale delle visioni di Monet, impressionistica, acquatica, deformante, vegetale e floreale, fluorescente nella marcescenza, bensì quella del pulviscolo, o d’incenso, sotto i raggi del sole che filtrano da una finestrella, forse di una chiesa ortodossa, forse di una camera semibuia, dietro la quale un rituale, religioso o erotico, si è appena consumato, e come ha scritto Henry Miller nella prefazione a Justine, il primo tomo del Quartetto, lo stesso Miller che vergato pagine decisive anche sulla Recherche: “Il racconto non progredisce secondo l’abituale andamento del romanzo; balugina e ondeggia nella trama fluttuante di quella materia sacra così raramente invocata dal romanziere: la luce”.

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Il capolavoro è dedicato alla città egiziana, già ellenica, che tra l’altro sulle prime, esule delle isole egee che tanto l’avevano incantato, lo deluse profondamente, ma proprio greca è una parte consistente delle opere di Durrell, dal romanzo d’esordio, Il libro nero (piccolo gioiello di modernismo letterario di cui inviò allo stesso Miller, in quel di Parigi, l’unico manoscritto definitivo, con preghiera di gettarlo senza remore nella Senna nel caso in cui non l’avesse trovato valido), a La grotta di Prospero, Riflessi di una venere marina e Gli amari limoni di Cipro, alle poesie, nelle quali ha definito una forma personale di richiamo ai tempi e ai miti antichi, più che nostalgico intriso della Grecia reale in cui viveva, a sua volta imbevuta più che di storia della sua propria essenza eterna, con tre parole d’ordine che – espresse in un verso e da esso estrapolate senza in alcun modo falsarle – non possono non far tornare alla mente un analogo invito pasoliniano: preservare, benedire, resistere. (Musica d’acqua: “Dalla febbre del giorno e dalla tristezza della notte / Preserva, benedici, resisti: dal freddo / Proteggi la tua imbronciata bellezza avvolgendoti nel sonno / Fuori dal fluttuar del / fluttuar del mare”).

In maniera quindi più puntuale di tutti i grandi del secolo – grottesco è Barrès in puro spartiate, magnifico Drieu in Una donna alla finestra ma fin troppo teorico, filosofico, politico, e Fermor grande ma più episodico, così come il pur entusiasmante Il colosso di Maroussi di Miller, e Arbasino un testimone assai trascurabile –, in netta controtendenza agli ellenismi di inglesi e tedeschi – Keats, Shelley, Byron, Yeats ma soprattutto Hölderlin, il quale, a dispetto di un idealismo ellenizzante e incredibilmente senz’aver mai messo piede in Grecia, nelle pagine di Iperione della sua natura restituirà in modo sfolgorante le atmosfere sospese, eterne, assolute , Durrell ha saputo descrivere, pur da straniero, l’eterna realtà greca, lui che era un inglese del tutto atipico, nato tra le vette tibetane, di fiere origini irlandesi, mai ufficialmente cittadino britannico ma per un certo periodo anche a servizio della Corona, profondamente innamorato del Mediterraneo, islomaniac, e che, non senza una serie di drammatiche vicissitudini famigliari, come Rimbaud e D.  H. Lawrence morirà in terra provenzale e più precisamente nel piccolo villaggio di Sommières, scrivendo stavolta un “Quintetto di Avignone”.

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La Grecia, le isole egee furono tuttavia la sua vera patria d’adozione e d’elezione sin da quando fece trasferire a Corfù l’intera famiglia, tra cui il fratello Gerald, naturalista e a sua volta scrittore, vivendo  e viaggiando poi per il paese, steriès kai nissià, “terra e isole”: l’Eptaneso (posando i piedi su una Itaca in cui fa echeggiare i versetti di Es 3,5 e At 7,33: “Cammina delicatamente, perché qui, ragazzo, / Stai su un terre no miracoloso”), Atene (in cui si sentiva in esilio ma di cui non poté ovviamente non amare i luoghi incantati, in particolare il “Teorema per tre colline”, Areopago, Filopappo e Pnice), Cipro e Creta, le Cicladi e Delfi, Halkidiki e Lesbo, Rodi e il Dodecanneso, Nemea e il Peloponneso (a Corinto: “Qui le stelle vengon morbide a pascolare, / E tutte le porte conducono al sonno. / Ciò che sta al di sotto dell’erba proibisce / Un passo sull’augusto gradino, / L’intrusione di uno stile meno puro, / Visto attraverso le lenti di una macchina fotografica, / O delle citazioni dei visitatori”, e a Matapan: “Una fine di tutto ciò che è conosciuto / Un inizio d’acqua” – “Ove la mitologia cammina in un’onda / E le isole sono”.

Da questi luoghi è scaturito un canto che straniero non è, perché Durrell in Grecia è stato a casa, e proprio per questo l’ha contemplata nel suo essere reale, a un tempo eterna e presente, e non, o meglio non soltanto, mitica o ideale, e in ogni caso nel fuori da Chronos e secondo una logica differente, facendo proprie e sottomettendosi “interamente alle leggi dell’incoerenza” e vale a dire l’“incoerenza cronologica di ogni evento” da non confondere con l’illogicità e la sragione quale nuova legge, come fu per i surrealisti, ma da comprendere quale unica maniera per parlare delle isole da loro maniaco, come scrive nel suo libro su Rodi.

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Poeta influenzato da Nietzsche, da T. S. Eliot, da Elytis e dallo stesso Miller, voleva obliare Chronos e trovare l’eternità, e la incontrava solo laddove Afrodite e Orfeo, Penelope e Ulisse, Elena e Aristarco sono, e vivono dunque nei capelli neri delle ragazze e nella pelle arsa dei pescatori, nella ricchezza evangelica della povertà, nel vino, nel miele, nel sole, nelle olive, nel mare e nel cielo, nelle nuvole candide, soffici e sospese, nella vallata di Epidauro e negli scogli di Salamina, in percezioni – definite dai quattro elementi che rimodellano lo sguardo secondo l’ordine divino – ovvero “L’Occhio Immenso”, come dice un personaggio de L’isola di Prospero – del paese più bello del mondo, tale perché non solo in ogni suo angolo e in ogni singolo giorno si vede, in terra nel mare nel sole nel cielo, il Creato, ma perché, come ha scritto Miller, la piccola Grecia è un paese enorme, più vasto di tutti gli Stati Uniti d’America, e nel quale regna un profondo senso dell’atemporale, dell’eterno, dell’immenso, di un cosmo che Durrell, specie tramite la figura della donna, riesce a riportare a una scala umana, come nei frammenti di un scenario mattutino sulla rivelatrice Patmos: “Tutto copiato in lei”.

D’altronde, come ben sapeva che un classica sistema per strutturare i porti per fronte alle mareggiate era di costruirli in forma doppia, maschile e femminile, opposti e complementari, così Durrell, ovviamente oggetto d’accuse di misoginia, specie per Il libro nero, ma anche di antisemitismo (e infatti sposò due ebree, una parigina e una egiziana) e di esser reazionario, scrive in altri versi sulla celebre isola (titolo: A Patmos): “Aristarco di Samo era solo la metà di un uomo / Nel creder che avrebbe reso tutto coerente / Senza i confusi limiti del braccio di una donna, / Che rammenda una smagliatura, che riscalda il piattino”.

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L’occhio di Durrell poeta e romanziere cerca di armonizzarsi, di entrare in accordo con quello delle isole stesse, “cosmologico”, avrebbe detto Miller, di farlo proprio e trascriverlo in versi che siano percetti greci (gli unici che reggano il confronto con Elytis e Seferis) e d’oblio, tema filosofico (assieme a pigrizia, inazione e, ovvio, contemplazione) di molte delle sue poesie, e per esempio in Souvenir: “Per aumentar le tue possibilità / Rilassa la tua presa / Un secondo è la tua età / Senza desiderio né attesa / La chiave per scoprir la soluzione / Di quest’insidio sa contraddizione, / Un secondo è la tua età senza desiderio né attesa”.

La sua scrittura, e in particolare quella egea, nelle prose come nei versi, ne è lo specchio, d’acqua (si ricordi che il mare è azzurro perché riflette il cielo), ed esito di una nozione di tempo non lineare ma nemmeno bergsoniana, proustiana, joyciana, bensì di spazio e tempo assieme, in cui si dispiegano relazioni che lasciano intuire ciò che in una nota a Baltharzar chiamava il “continuum del Tempo atemporale”.

Ma la si può far più semplice.

Durrell scelse la Grecia contro la “morte occidentale” che sferzò con Il libro nero, e quindi, per la Grecia, contro l’occhio fossilizzante di storici, archeologi e turisti, e contro tutto ciò che è antitetico alla nobiltà conservatrice e anarcoide di ogni uomo di quel paese, e al demotico mare, ricercando una sua propria araldica (è parola-chiave) al servizio del blu, essendo perfettamente convinto che the blue will keep.

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L’umile traduttore – il traduttore è presente – gli editori sono assenti – tenta di ricreare il senso di queste parole di un verso de La morte di Padre Nicholas: Corfù e crede possano dire che il blu, l’azzurro, terrà e manterrà, resisterà e conserverà, che è poi il più grande augurio per il paese più grande del mondo e per ogni uomo che crede nella sua eternità, nel suo essere quindi sia nel tempo che fuori dal tempo.

“Quando sono su un’isola mi sembra di essere nel mio posto ideale: nella terra e lontano dalla terra, nell’umano e lontano dall’umano”, scriveva in quegli stessi anni Pierre Drieu La Rochelle in Diario di un delicato… Ergo ideale per chi – come la probabile giusta traduzione di quelle quattro brevi parole – sta nel mezzo come le isole – con la sua araldica; che Durrell come pochi è stato capace di riassumere: “Essere il re delle isole, / Condividere il letto con una stella”.

Durrell poeta merita un libro.

Marco Settimini

***

Poesia in inglese basico: Navi. Isole. Alberi.

Queste navi, queste isole, questi semplici alberi
Son le nostre ricompense in sostanza, essendo poveri.
Questa Terra è un dizionario
Per la radice e la crescita dello sguardo,
E per il servo cuore una porta.
In parte sulla verde superficie della terra
Con tutte le loro vele gonfie di foglie e fiori,
In parte vuote d’influenza
Ma con venti acquatici,
Libere come lo son le verdi attrazioni d’amore.

Un fumo amaro e azzurro dalle fattorie.
E punti di flebile luce dentro le case
Vengon dopo di loro nella scala
Del materiale e del bello;
Non sono meno complessi ma meno delicati
E meno importanti di questi strumenti
Viventi dello spazio,
La cui quieta comunicazione è
Con alberi più vecchi su navi sulle onde grigie:
Un ordine e una musica
Come una scrittura su nei cieli
Troppo privata per la ragione o per la penna;
Troppo semplice anche per la sorpresa del cuore.

*

Lesbo

Le Pleiadi affondano calme come pittura,
E l’enorme bombatura della Terra le segue diligente,
Rigirandosi nel sonno, curva oceanica,

Definita in un concavo come un occhio umano
O una guancia pressata calda sulla guancia del buio,
Come danzatori di una musica che si meritano.

Questo balcone, ripiano consacrato con olio di luna
Regge il mio letto sopra un giardino silenzioso.
Dormo. Ma la sconsolante luna autunnale,

Nella sua lenta espurgazione del cielo
Ha bisogno di compagnia: sta rimuginando sul morto,
E così faccio anch’io ora, così faccio anch’io.

*

Limoni acidi

In un’isola di limoni acidi
In cui le fredde febbri della luna bruciano
Dai globi scuri del frutto,

E l’erba secca sotto ai piedi
Tortura la memoria e aggiorna
Abitudini morte da una vita

Meglio lasciare il resto non detto,
Bellezza, oscurità e veemenza
Lasciar le vecchie balie del mare conservare

Il loro memoriale di sonno
E la testa ricciuta del greco mare
Conservar la sua calma come lacrime non versate

Conservar la sua calma come lacrime non versate.

*

Patmos

Un mattino presto inosservata
S’incamminò di fuori per vedere
Bitume nero e rose
Sulla terrazza dell’isola
Per udir quei tordi inesperti
Ripeter le loro frasi
Da un qualche corruttibile albero
Il tutto riprodotto in lei.

Quando dai prati greci
In risposta saliron le allodole,
Rigidamente come su corde,
Decrescendo, emisero sottili come punte
Mentre ognuna salendo spremeva
La sua guglia di gocce di canto
Su quel rinnovato paesaggio
Come seme da un chicco d’uva.

*

Musica d’acqua

Proteggi bene la tua imbronciata bellezza,
Dalla febbre del mare, dal discender dell’inverno
Fuori dal fluttuar del
Fluttuar del mare.

Sta’ al sicuro dalla mezzanotte che scende,
Dalla luce delle stelle e dal discendere del fumo ove
Le onde rotolano, le onde rintoccano ma non sentono
Nessuna delle nostre febbri erranti.

Dalla febbre del giorno e dalla tristezza della notte
Preserva, benedici, resisti: dal freddo
Proteggi la tua imbronciata bellezza avvolgendoti nel sonno
Fuori dal fluttuar del

Fluttuar di mare.

*

Canto di Natale a Corfù

Io, io in me stesso, continuo a cantare.
Lasciate la carne tentennare, o l’osso rotto
Rompersi, ancora il sale di un poema si ostina,
Finanche in un vacuo clima
Quando la piuma, il becco è fatto.

Io, son come i colpi di un abile violino,
Come suonar sui nervi, adocchio il nudo osso
Col brio del matto ravvivo,
Risollevo e risveglio il primo carbone del corpo,
Io, io, solo in me stesso.

Questa è la medicina mia: l’albero favella e le colombe
Conversano, i boschi camminano: nel midollo del pianeta
Io, sommessa elegia, difonia, stato di musica: Dio
Apre ogni anfratto, profumo, memoria, effetto
Nel cielo e nell’erba.

Oh, l’oh in se stesso, continuo a cantare.
Mai la lingua tentenna o l’amore si attenua,
Si attenua. Il sale del poema sa durare
Come questo canto di Natale di vacuo clima
Ora la piuma e il becco sono andati.

*

A Epidauro

Le isole che sussurrano all’ambizioso,
Bagnate tutto l’inverno dalle stelle sopravvissute
Son qui a stento richiamate: o solo come
Cori di pietra per uccelli marini,
Sedie di pietra per le statue dei pescatori.
Questa civilizzata valle fu dedicata al
Culto del cerchio, alla contemplazione
E correzione di famose malattie
Che le carni che si ripeton han riprodotto anche in noi
Con un’ininterrotta infanzia, come il verme nella carne.

L’unico disordine è in ciò che noi qui portiamo:
Auto che si ammucchiano come foglie sulle radure,
La penetrazione di orologi che rintoccano a Londra.
La compostezza di bambole e fanatici,
Migrazioni finanziate verso le più vecchie sorgenti:
Un teatro in cui era messa in scena la redenzione,
Il pentimento vinceva, le pietre pesanti di rugiada.
L’ulivo segna la collina, significativa rinascita,
E la casetta della rondine nella rovina, come pare
Una piccola eppure insolente esagerazione d’amore!

Qui possiam portare le nostre piccole morti
Con la resa della nostra residenza e identità:
Un tempio disposto severamente come un dado
Nell’ombra virgiliana della vallata; apparentemente
Una volta dominata dalla più bianca luce dell’estate:
Una formula per il marmo quando le nuvole
Preoccupavan l’architetto, e la collina pronunciava
Volumi di tuono, il dio sibillino piangeva.
Qui siamo al riparo da tutto tranne che da noi stessi,

Dalle foglie morenti e dai resoconti d’amore.
La bugia della terra, tenuta al riparo dal mare,
Incoraggia l’austerità delle camere d’erba,
Offre un contesto comprensibilmente naturale
A uomini che potrebbero divulgar le forme degli dei.
Qui il matematico diede inizio al proprio problema,
Una casa costruita attorno alla sua identità,
Attorno alle dolci eppur misteriose stagioni
D’erba verde, l’insegnamento dell’astronomia dell’estate.
Qui l’amante fece i suoi conti accanto alle felci,
E il canticchiar del coro incantava.
Noi, come l’inverno, siamo solo visitatori,
Qui a far prosperare l’erba che respira,

Incoraggiando petali su una terrazza, senza nulla
Disturbare, sopportando il sole come ragazze
A una finestra di paese. Il fiore della Terra
Esplode qui originale a ogni primavera,
Splende nel sorger di un’epoca dell’uomo
In freddi testi e precedenti per il tempo.
Ogni cosa è schiava dell’antenato, dell’ordine
Di vecchi capitani che dormon nella collina.

Sorridi allora, mia cara, sopra alle bacchette sacre,
Fa’ l’indefinito gesto delle mani,
Rivelando questo mondo che non è il nostro mondo.
I sonnambuli camminan di nuovo nel nord
Coi lunghi fucili neri, per portarci risposte.
Inutile una moralità da schiavi: inutile
Il gridare a echi per farli tacere.
I più inutili abitanti nella gentile aria azzurra,
Quattro logori viaggiatori di Omero.
Tutte le cause finiscon dentro al grande Perché.

Lawrence Durrell

*traduzione italiana di Marco Settimini