Una esistenza votata al vizio rende longevi. Grazie Thomas!

Pubblicata una biografia di De Quincey. Accanito oppiomane, basso, brutto e pettegolo, ha esaltato le virtù dei paradisi artificiali. Dario Argento è un suo clamoroso fan.

Posted on settembre 22, 2017, 7:38 pm

Era piccolo, pallido, femmineo e malmenato dai debiti. Charles Lamb, belloccio e dalla lingua forcuta, con sorella matta sempre al seguito, lo sfotteva chiamandolo “l’animaletto”, Thomas Carlyle, che pure gli era amico, non riuscì a trattenersi: “non sai quanto darei per portarmelo in giro in una scatoletta o in un carillon…”, scrisse alla moglie. Il sunto lo fece Dorothy Wordsworth, sorella talentuosa di William, l’inventore del Romanticismo inglese – detto per inciso, qualche studioso dovrà prima o poi stilare la storia di queste svariate e variopinte sorelle strette in incestuosi intenti con i titani della letteratura. “Senza dubbio è un uomo notevole. Ma è davvero basso, innaturalmente basso. Ed è così modesto, così timido da apparire insignificante agli occhi di chi non lo conosce”, appuntò sul diario. Thomas De Quincey, da par suo, sintetizza la sua Visione della vita in Suspiria de Profundis, così: “Su me, come su pochi altri disseminati a decine o a ventine ogni millennio, la visione della vita scese troppo potente e troppo presto. Già nella primissima giovinezza l’orrore si mescolò alla celestiale dolcezza della vita”. C’è da crederci. De Quincey, pupo malaticcio e ipersensibile, perde il padre a otto anni, viene spedito alla Grammar School di Manchester da cui, nel 1802, a diciassette anni, scappa. Va a zonzo senza un soldo per il Galles, in una sorta di primordiale on the road, attracca a Londra e si fa finanziare da una baby prostituta, Ann, che poi lo pianta in asso. Lo salvano due cose, che in fondo sono la stessa cosa: i libri e la droga. Nelle perpetue fughe da case d’affitto riccamente ammobiliate – per fregare l’affittuario – De Quincey viaggiava con casse di libri. Leggeva di tutto prima di tutti. Era ambizioso, un intellettuale onnivoro energizzato dalla povertà. Quando accumulò una biblioteca da oltre 5mila libri, fu costretto a vendere i sacri tomi, per placare le ire dei creditori. Poi si ricomprò tutto. Per rivendere ancora una volta tutto. In questa esistenza fatta di rincorse, di bastonate e di tradimenti, De Quincey, con quella faccia da volpe artica, divenne il confidente di Coleridge – a cui prestò centinaia di libri – e di Wordsworth, i poeti più grandi dell’Ottocento inglese. Salvo sputtanare i loro pettegolezzi in pubblico, sul “Tait’s Magazine”, nel 1834 – cosa non si fa per lo scoop. Quando qualcuno osò supporre che alla base della sua bassezza ci fosse una patologica mancanza di virilità, De Quincey occhieggiò la figlia di un fattore, era il 1813, la mise incinta, se la sposò qualche anno dopo e le fece fare otto figli. La poveretta, straziata da un intellettuale sempre in bolletta che spesso e volentieri lasciava lei e i pargoli per giorni, per il gusto di starsene da solo a farsi di libri e di oppio, tentò il suicidio più volte. Infine spirò, nel 1837, lasciando sulla groppa di De Quincey il futuro dei troppi figli. L’oppio De Quincey lo conobbe nel 1804, a Oxford. Lo pigliava in forma di gocce di laudano diluite nell’alcol. Fino a dodicimila gocce al giorno. Si consolava così perché aveva bisogno di eccitarsi per scrivere divinamente, perché gli facevano schifo gli infingimenti sociali, perché odiava gli uomini. “Temperamento schivo e introspettivo, nutrì però grande affetto per la famiglia, che ebbe a soffrire della sua inettitudine alla vita pratica”: così, in un cammeo, Mario Praz assolve De Quincey. Secondo Francis Wilson, autore della recente – e premiata – biografia Guilty Thing: A Life of Thomas De Quincey (Bloomsbury, pp.380, £ 25.00), il genio di De Quincey è qui: “ci parla come se stessimo cenando con lui, dopo aver condiviso uno svariato numero di bottiglie, mentre la tavola è vuota e la notte è ancora giovane”. Un modo arzigogolato per censire la cocente ‘attualità’ di De Quincey. Il quale non si risolve in quell’unico libro, le Confessioni di un oppiomane, che, colpo di biliardo nella storia della letteratura, ha ispirato i ‘paradisi artificiali’ di Baudelaire, gli artifici notturni di Edgar Allan Poe e le ambizioni di Oscar Wilde, che prelude al decadentismo ma semina già, un secolo e mezzo prima, le epopee dei ‘beat’. A De Quincey, infatti, ossessionato dalla frase “raffinata e provocatoria”, che ha avuto disparati fan sparpagliati per il Novecento – da Jorge Luis Borges a Dario Argento – dobbiamo il più interessante esempio di filologia shakespeariana pop (Bussano alla porta di Macbeth), una strepitosa freddura (L’assassinio come una delle belle arti), ma soprattutto l’invenzione del giornalismo moderno, fatto di scrittura selvaggia e di sensazionalismo a go-go – l’anno in cui diresse la “Westmoreland Gazette”, tra il 1818 e il 1819, fu scoppiettante, a dire del biografo, tanto che l’editore cacciò Thomas per eccesso di provocazioni. Comunque sia, De Quincey è la letterale dimostrazione che una esistenza votata al vizio e al sogno rende longevi: morì a Edimburgo, nel dicembre del 1859, a 75 anni, piccolo, insignificante, ma vispo come un bimbo.