“Nella disposizione della propria vita per la salvezza dell’anima”: Giovanni Giudici e gli “Esercizi spirituali” come testo poetico

Posted on Gennaio 16, 2020, 7:24 am
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L’opera di Giovanni Giudici è riassunta, sostanzialmente, in I versi di una vita (il ‘Meridiano’ Mondadori a cura di Rodolfo Zucco, 2000) e Tutte le poesie (a cura di Maurizio Cucchi, Mondadori, 2014). Buona lettura. Qui m’importa il Giudici traduttore. Giudici ha tradotto molto, con spavalda dedizione. A parte i grandissimi – Robert Frost, Sylvia Plath, Edmund Wilson, l’Onegin di Puskin, Coleridge, Shakespeare – ha portato nella lingua italiana autori che dovremmo, con provvidenziale buona volontà, ripubblicare (esempi: Jurij Tynjanov, Jiří Orten, John Crowe Ransom).

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In particolare. Nel 1984, per Mondadori, Giudici traduce gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Quando un poeta, uno scrittore, si confronta con testi d’altra ispirazione conferma il proprio talento, l’inesauribile e famelica ansia di linguaggio. Chi scrive è affamato di linguaggi, di visioni, di tutte le parole che sembrano respingerlo, fuggirlo. A me vengono sempre in mente le Traduzioni dalla Bibbia di Massimo Bontempelli (stampava Mondadori, mica l’amico tipografo di mio cugino), autore da rileggere come si deve, con autorevoli versioni dall’Apocalisse, da Qohèlet, dal Vangelo di Giovanni, da Giobbe. Senza questa fame – non ho detto fede – verso parole altre, alte, lo scrittore è mutilato.

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Giustificando la sua traduzione, Giudici scrive una introduzione dal titolo esatto, Gli “Esercizi spirituali” come testo poetico. “Essa è la traduzione letteraria (e perciò letterale il meno possibile interpretativa) di un’opera che, nata in una sfera istituzionale assolutamente estranea alla letteratura, in forza della passione da cui fu ispirata partecipa dei più alti valori di letterarietà”, scrive il poeta. Dietro Giudici – lo dichiara anche lui – c’è il Roland Barthes di Sade, Fourier, Loyola (1971), per cui “non occorre essere né cattolici né cristiani, né credenti né umanisti per essere interessati agli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola”. Frase che fatta allora andava bene, ora è una frase fatta – possiamo essere interessati a ogni atto linguistico senza credervi – ma non è questo il fatto. La traduzione di un testo, intendo, reclama sempre una conversione – o meglio: una azione, un lascito sonoro – da chi lo traduce, un compimento, ecco.

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Gli Esercizi spirituali allo stesso tempo: disarmano, irritano, affascinano, respingono, conquistano, repellono, illuminano, offuscano. D’altronde, l’esercizio va esercitato ai fini di far parte di un esercito. Si assottiglia l’individuo – lo si raffina fino a farne un punteruolo, un chiodo – per convergere all’obbedire. Ogni esercizio contempla la ribellione – ogni testo importante ha in sé la possibilità del rifiuto, lo sputo.

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Il genio di Ignazio: come si allena il corpo così bisogna allenare l’anima; come si forgia un esercito di soldati così si crea una militia Christi. “Perché così come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, analogamente si chiamano esercizi spirituali i vari modi di preparare e disporre l’anima a rimuover da sé tutti gli affetti disordinati e, dopo rimossi, di cercare e trovare la volontà divina nella disposizione della propria vita per la salvezza dell’anima”, è scritto nel primo punto delle Note per una qualche comprensione degli Esercizi spirituali.

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La pratica ha bisogno di un tempo e di esercizi reiterati, continui, sempre uguali. Quando l’esercizio sporadico diventa pratica quotidiana il male non ci serra all’improvviso, sorprendendoci. Adempiere con coerenza la norma è la massima creatività consentita. Ignazio sa che l’uomo di Dio, da solo, privo di pratica, si perde nell’inginocchiatoio dei dubbi. Gli Esercizi spirituali non sono la risposta – una lotta, piuttosto.

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Il genio di Ignazio: capire che lo spirito non è un corpo ma il corpo, la carne.  Per questo, potare lo spirito falciando il corpo, visto che tutto è fisico e sensibilmente ci tocca Dio. “Castigare la carne, ossia: dandogli dolore sensibile, che si dà portando cilici o corde o verghe di ferro sulle carne, flagellandosi o piagandosi, e altri tipi di asprezze”.

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Che il vedere è la visione. L’eserciziario di Ignazio è una cinematografia dell’interiore: con ossessive percosse impone di vedere, di immaginare sequenze della vita di Gesù (“composizione visiva del luogo”; “Immaginando Cristo nostro Signore come presente e messo in croce”; “vedere il luogo”; finché il vedere non diventa “contemplazione” e tra gli occhi di fuori e quelli di dentro vi sia riassunto di sguardo, unione). Giovanni Giudici parla di un “vedere con gli occhi di una immaginazione spinta ai limiti dello stravolgimento”.

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Il poeta sa che l’immaginazione va addestrata, che la visione va forzata fino a rendere le frasi un reticolo di muscoli.

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La milizia proposta da Ignazio non sfocia nella palestra dei codardi: non basta addestrare il muscolo spirituale per dirsi edotti in Dio. La pratica prevede la morte di sé per non temere la morte nel nome di Cristo; pronuncia il niente di sé, devolvere il proprio nome in obbedienza alla Chiesa. “Deposto ogni giudizio, dobbiamo avere l’animo apparecchiato e pronto a obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica”. Tra le diciotto regole previste vi è anche: “Lodare gli ornamenti e gli edifici delle chiese; così pure le immagini, e venerarle secondo ciò che rappresentano” e “Lodare tutti i precetti della Chiesa, avendo l’animo pronto a cercare argomenti in difesa di essi e non comunque a loro offesa”. Finché si giudica si è perduti in questo mondo, nell’area del mortale; deporre ogni giudizio – il gesto ingiustificato, ultimo, senza respiro – ci fa perdere il mondo, ambientare all’Altro. Essere impugnati come una spada, ecco.

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Quando esce la primissima versione degli Esercizi spirituali, nel 1548, Giovanni della Croce compie sei anni. Ignazio e Giovanni sono entrambi spagnoli: il secondo, figlio di un nobile diseredato, nasce contemplativo; Ignazio, un cavaliere, ha il rigore guerriero dei convertiti. Uno è l’esegeta della notte, dove arde la cecità; l’altro della luce interiore. Uno porta al Niente, l’altro all’annientarsi.  Uno predica l’abbandono, l’altro la regola. “Dove la tradizione mistica tende alla ‘luce-in-tenebra’ del Nulla (del Nada) divino, in Ignazio è un continuo e pedantesco richiamo alla materialità: visiva, ma anche olfattiva, auditiva, tattile, gustativa; tal che, sotto certi aspetti, si potrebbe affermare che siano appunto i cinque sensi, forzati però a un proposito di ascesi, gli strenui protagonisti degli Esercizi”, scrive Giudici.

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Addestrato in spirito, fa Ignazio. Rende destri, desti, pronti. Ammaestrati. Maestri in destrezza. Nel cupo convoglia Giovanni, il suo carisma è sfiancare fino alla contraddizione; non deporre il giudizio, situarsi al di là del giudizio.

Per arrivare a sapere tutto
non voler sapere nulla in nulla…
Per arrivare a essere tutto
non voler essere nulla in nulla.

Il passepartout spirituale è riassunto in questa quartina:

Oblio di tutto il creato,
memoria del Creatore,
attenzione interiore
e starsene amando l’amato.

L’esercizio è tutto lì, starsene amando. Giovanni della Croce, in questo caso, è tradotto da Cristina Campo, celata nel nome parlante Giusto Cabianca, per l’edificio dei Mistici dell’Occidente eretto da Elémire Zolla. Senza preparazione è il precipizio, dice Ignazio, a ragione – irragionevolmente, Giovanni è nel precipizio, a raccogliere caschi d’ossa, cascati. Il poeta, pronto a ogni salto, li riferisce tutti. (d.b.)