“Esagerate – esagerate fino a rendermi un demente”: Boris Pasternak, il testo teatrale

Posted on Novembre 18, 2018, 8:23 am
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Quando si entra in una ossessione, essa feconda tutto – non ci sono ‘generi’ o norme che possano frenarla. Così. Dopo aver scritto “Rinuncio” (Guaraldi, 2014) ne feci un gesto scenico, portato a teatro dal grande Paolo Graziosi; dopo aver scritto “Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka” (Il Girasole, 2015) realizzai un pezzo teatrale agito da Silvio Castiglioni e da Daniela Giovanetti. Poi fui folgorato dalla vita di Boris Pasternak, che si è impossessata di me fino a espropriarmi. Oggi, devo dire, se rileggo “Un alfabeto nella neve” leggo soltanto le inammissibili imperfezioni – chi è ulcerato dalla forma sa di non conquistarla mai, sa che le parole tradiscono i fatti e le intenzioni, che i verbi sono adiacenti all’eclissi. Così, intorno al romanzo, un paio di anni fa, ho scritto, per sfogare ciò che non potevo scrivere, un testo teatrale, “Processo a Boris”. Nella finzione teatrale, Boris è ripudiato dalla moglie Evgenija, mentre ha una crisi di risa – la moglie non accetta che Boris sia inafferrabile, una strana mistura di lirica e di cinismo. Poco dopo, la casa di Pasternak accoglie la visita di alcuni militari, che devono perquisire la casa del poeta alla ricerca di documenti succulenti. Il poeta viene seviziato, come al culmine di una Passione. Una porzione del testo – forse utile a chi vuole leggere in controluce la storia di Boris e il suo alter ego romanzato – è questa, la chiusa. Nota di scena: P sta per Pasternak; M sta per militare, i militari sono 3. (d.b.)  

***

M: Ora, compagno Pasternak, comporrò l’elenco dei tuoi cari amici…

P:…sono più repellente di ciò che mi provoca ripulsa, devo odiarmi più di chi mi fa schifo…

M3: Stai zitto deficiente…

Il terzo militare strozza Pasternak con una corda, fino a farlo zittire.

M: Vladimir Majakovskij: suicida; Sergej Esenin: suicida; Velemir Chlebnikov: morto di stenti; Aleksandr Blok: morto di stenti; Osip Mandel’stam: morto in carcere, nonostante i vani tentativi – vaneggianti, ipocriti, inutili – del compagno Pasternak di impetrare la sua causa presso il compagno Stalin, sia lode alla sua rettitudine e alla sua grandezza; Marina Cvetaeva…

P: Suicida…

M: Per colpa sua, compagno Pasternak. La donna della sua vita – così almeno scrive nelle sue lettere lascive e ipocrite, perché lei deve sapere, compagno Pasternak, che noi conosciamo ogni angolo della sua vita, almeno in venti, in trenta, abbiamo abitato la sua vita, che conosciamo meglio di lei, in fondo lei è un abito spoglio del corpo, è pazzesco, vero? Dicevo: quando la donna della sua vita, Marina, torna in Russia lei, compagno Pasternak, non si preoccupa della sua situazione, guarda, poeticamente, da un’altra parte. Eppure sa che la compagna Cvetaeva implorava per avere un lavoro da lavapiatti, sa che non sa come campare, non sa come mangiare, l’hanno vista china come una cagna a mangiare l’erba, lo sa, vero? Eppure, non fa nulla. Improvvisamente, si scopre padre di famiglia, marito devoto, e ignora le sofferenze della sua amata Marina. Che in un attimo di disperazione…

P:…si impicca nella cucina dell’appartamento, poverissimo, che ha affittato…

M: …si impicca mentre il figlio sedicenne è a lavorare. Lei non si domanda, compagno Pasternak, perché i suoi amici poeti sono stati indotti al suicidio o imprigionati, mentre a lei non è mai accaduto nulla?

P: Loro non sono morti, mentre voi provocate la morte…

M: Non faccia filosofia compagno…

M2: Compagno, basta parlare, facciamogli il culo…

Il secondo militare sputa in faccia al poeta.

M2: Fa schifo, è un cazzone che non ha neanche il coraggio di ammettere le sue schifezze… Ma tu sei finito, poeta del cazzo, tu sei la malattia, il virus che contagia la Santa Madre Russia, bastardo…

M: Ha ragione il compagno. Ma il virus è necessario per mostrare la potenza radicale dell’antidoto. Lei esiste perché la sua poesia testimonia ciò che dobbiamo eliminare, lei è l’espressione vivente di una vita indecente. Lei è il codardo che santifica la morte di chi si è sacrificato per la patria.

P: La loro poesia resisterà alla legge. Finché c’è una parola… una parola sola… sola… pur con un suono piccolo… come una pietra sbozza il lago rimbalzando sul suo cranio… io mi acquatto in quella parola… io lì mi rifugio… mi acciottolo… mi accuccio… e voi non potete toccarmi.

M: Compagno mi aiuti a scrivere. Il compagno Pasternak ammette di essere il colpevole della morte dei suoi amici poeti. Non ha fatto nulla per arrestare la loro morte, si è comportato come un vile, rimbecillito dal vizio dell’ambizione. Anzi no, scriviamo meglio: “viziato dall’ambizione”. Ecco, funziona. Vede che sono artista anch’io, compagno Boris? Lei è l’esempio delle bestiali storture a cui può arrivare la letteratura.

P: Più colpe mi assegnate, più mi inorgoglisco.

M2: Il bastardo ebreo di merda ci sfotte, fottiti tu…

Il secondo militare colpisce la faccia del poeta con un calcio. Il poeta sanguina.

M: Mi dica, a cosa serve la poesia?

Pasternak parla a fatica, ma con serenità.

P: La poesia non serve a niente. La poesia bilancia la crudeltà connaturata nell’uomo. Finché qualcuno scriverà una poesia, l’essere umano è salvo.

M2: Ma lo senti questo minchione…

M: Compagno Pasternak, lei dovrebbe sapere che da sempre la letteratura è propaganda. La poesia è propaganda. I poeti sopravvivono per i benefici di un potente. I poeti scodinzolano davanti alla corte del re per farlo sorridere o per narrare le sue gesta. Allo stesso modo, ora i poeti sono funzionali ai progetti del governo, come dei soldati, proprio come dei soldati. I poeti devono generare sentimenti eroici e momenti di pace nel cuore dei lavoratori. I poeti sono fondamentali per rincuorare i compagni e per affliggere i nostri nemici. L’arte è la più raffinata delle armi elettorali. Fosse per me, io ucciderei tutti gli artisti, creature inutili al benessere della società, germi che corrompono il destino di un mondo migliore, lo sapeva anche Platone.

P: Da sempre il poeta mastica le cicale e viene dal deserto. Non abita la corte, il rifugio dei saltimbanchi e dei cantastorie, e si fa portavoce di una parola che disturba le mire del re.

M2: Come parla forbito il ciuccia minchia ebreo… lo sai compagno che si sbatteva le belle georgiane, il figlio di una vacca?

M: Del compagno Pasternak conosco ogni cosa e prefiguro il futuro. La sua difesa è inefficace. Inadatta. Frutto di una mente stretta nell’errore. Direi di procedere. Legategli le gambe. Proseguite eseguendo il giudizio. Sia lode a ciò che è giusto.

Il terzo militare lega le gambe di Pasternak e lo disarciona dalla sedia. Il secondo militare estrae dalla giacca una sbarra di metallo, lucida. Il collega sgancia i pantaloni di Pasternak, li tira giù. L’altro ficca la sbarra nell’ano di Pasternak, che si divincola.

M2: Bella puttanella, ti piace essere scavato dal bastone, ti piace farti chiavare, vero?

M3: Ti va bene che non ti facciamo scopare dai cani… lo sai che tua moglie voleva farsi scopare dai cani, vero?

M: Procedete senza commenti compagni. Il poeta deve capire a cosa è utile. Del poeta è utile il buco del culo. Non c’importano i suoi versi, vogliamo i gemiti. Le piace, poeta, la mia abilità retorica? Gliel’ho detto, abbiamo forgiato un nuovo vocabolario, per i nuovi poeti. Solo parole con due sillabe, solo belati, solo filastrocche per il compleanno del re…

M2: E ora che ti ho allargato per bene, mi diverto…

Il secondo militare si slaccia i pantaloni, tiene bloccato Pasternak e lo scopa. Il terzo militare tiene ferma la testa di Pasternak. Gli sbatte il membro sulla faccia.

P (sussurra; ma la voce si avverte amplificata nella sala): Così l’uomo si sfoga delle sue debolezze. Io sono in grado di assorbire il vostro dolore. Esagerate – esagerate fino a rendermi cerebroleso, un demente. Esagerate perché io so incunearmi nel vostro dolore e succhiarlo. Vi sentirete più liberi, dopo, felicii perfino. Puri, ecco, puri.

M2: Sei proprio un cazzo moscio, sei proprio un culattone ebreo poeta del cazzo, ti sborro in faccia poeta del cazzo, ti piace, poeta di merda.

In sottofondo durante le sevizie una voce:

Il poeta stava morendo.

I militari se ne vanno. Buio. Luce. Pasternak si rialza da terra. Ride. Torna al tavolo. Sistema i fogli. Scrive. Misura una frase:

“La poesia espia la gioia degli angeli, espatria la turbata indifferenza di Dio”. Ripete la frase, come la masticasse. Gli piace.

Attacca:

“Cara, carissima Ol’ga,

chi si domanda il ‘senso’ della poesia è già pronto, con gli aggettivi spianati, a mitragliarla, a deciderne l’estinzione, a decretare l’inutilità. La poesia sfugge a tutte le norme del progresso e del ‘prodotto’: non offre alcun guadagno, piuttosto, una fama effimera come un prato sulla soglia dell’incendio, come l’ultima luce del giorno, che incide con il bronzo le montagne, appena prima che la notte le divori – ma non è lì, al limite dell’ombra, che le curve, gli angoli e i volti ammettono la propria verità, si mostrano, si denudano, prima del crollo? Dedicare la vita alla poesia, in effetti, è vero, è un assurdo. È, anche, un omicidio, un tradimento. Perché non trovi un lavoro per guadagnarti da vivere e far vivere negli agi la tua famiglia piuttosto che perdere tempo in una attività che non procura reddito ma tormento? La domanda è lecita. Appartiene a quella giustizia giustificata e laida per cui, per ‘quieto vivere’, è bene farsi sempre gli affari propri – affari, è chiaro, che proliferano come la giusta ricomposta del cieco. Meglio non guardare la pagliuzza negli occhi del Governo che è la trave su cui si regge la nostra fragile esistenza. Il poeta, per questo, è un latitante – o è assoldato come un menestrello dai governanti. Perché scrivo poesie? Non lo so. Perché sono un traditore. Perché è proprio dell’essere umano estrarsi dalla vita, dalla ‘produzione’, per compiere qualcosa di assolutamente inutile, di puramente bello. Di puro. Proprio così. Ma la purezza si paga. Si paga con l’ostilità, con il dolore. Prova a dire che sei un poeta, che di mestiere fai il poeta… La gente si mette a ridere. O non ti crede. O ti sputa in faccia. C’è sempre una sorta di sottile disprezzo verso chi usa le parole per evocare una sinfonia malinconica, per chi si prende il lusso – gratuito, innecessario, magico – di svelare il segreto dell’uomo. E dice che l’uomo è così debole, è così bestiale che se non ci fosse il poeta meriterebbe semplicemente la morte.

Silenzio. Buio. Una voce.

“Il potere per esistere esige l’estinzione della poesia”