“Ero disperato e mi sono messo a pitturare”. Ode ad Alfredo Gianolio, l’aedo dei ‘naïfs’. Se ne è andato e nessuno lo sa (tranne Camurri). Un tenero omaggio

Posted on febbraio 13, 2018, 3:39 pm
9 mins

Uno dei miei libri segreti si intitola Primitivi contemporanei, lo ha scritto, con raffinata delicatezza, Oto Bihalij-Merin, slavo che ha fatto fortuna in Germania, nel 1959. Il libro fu tradotto l’anno dopo da ‘Il Saggiatore’. In quel repertorio “di ingenua arte popolare”, intesa, eroicamente, come una rivolta all’arte ‘meccanica’ – e già preda del mercato – del Novecento, puramente tecnica e poco espressiva (“nella generale svalutazione di quanto è organico e vivo, riusciranno forse, con le metafore della loro puerilità e la loro ingenua insistenza, a far fondere la gelida cintura dell’alienazione”), la parte dell’arcangelo la fa Rousseau ‘il Doganiere’. Bihalij-Merin, tuttavia, percorre l’Europa alla ricerca degli ‘ingenui’, dei ‘pittori della domenica’. Atterra anche in Italia. Rintraccia “il maestro calzolaio di Terni Orneore Metelli”, che trascorreva “le notti chino sul tavolo di cucina per formulare con i colori che mescolava nelle tazzine da caffè le tappe quotidiane o più solenni della sua esistenza”, “il farmacista Bernardo Pasotti, di origine milanese” e “la napoletana Rosina Viva”, sbarcata in Svizzera e trafitta da nostalgie meridiane. Manca, nel repertorio, il ‘primitivo’ più noto, Antonio Ligabue. Ovvio. A scoprirlo, in modo definitivo, fu Cesare Zavattini, soprattutto con la biografia lirica del 1967. Bene. Alfiere di Zavattini nell’opera di recupero e narrazione degli ‘ingenui’ fu Alfredo Gianolio, redattore de Il Bollettino dei Naïfs, “periodico trimestrale di modestissimo aspetto, la cui stampa non richiedeva la tipografia, ma un semplice ciclostile”, che era, come scritto nel sottopancia, l’‘Organo del Premio Nazionale e del Museo dei Naïfs di Luzzara ideati da Cesare Zavattini’. Gianolio, nativo di Suzzara, classe 1927, avvocato a Reggio Emilia, che ci ha lasciato, ieri, nella casa di Rivalta e nel silenzio tombale della stampa patria – si salva l’eccentrico Camurri, che ne ha parlato diffusamente a ‘Pagina 3’, la rassegna delle pagine culturali di Radio Rai 3 – ha compiuto, attraverso quell’antico lavoro, uno dei libri più autentici e spregiudicati di questo lasso di secolo. Il libro si chiama Vite sbobinate e altre vite, è stato stampato da Quodlibet nel 2013, e raduna le esistente private, provate, di magnifica quotidianità – raccolte dalla loro voce – di quei pittori ‘ingenui’ che hanno alimentato miti, quadri e immagini lungo le sponde del Po. In memoria di Gianolio – e per gentile concessione Quodlibet – ricalchiamo una di quelle esistenze folli. Perché l’arte, appunto, arriva da lì, improvvisa, senza nobiltà, mica coi galloni, sporca, vasta, come una zampata. Sta a noi ascoltarla, afferrare il grido in sonetto. (d.b.)

 

*

Dino Daolio (Durìn) Come diventai pittore

Dino Daolio (Luzzara 1914-1983) dopo aver fatto il pescatore di professione per 40 anni, quando non ha più avuto la forza di levare le reti e di spingere il palo della barca, si è messo e dipingere. Così si è detto di lui nel film ‘Ballata per una terra magica’, diretto da J. J. Lafrange per la televisione di Ginevra. Il passaggio dalla pesca nel Po alla pittura è avvenuto senza soluzione di continuità. Negli ultimi anni della sua vita ha avuto un sorprendente successo in Svizzera e in Germania.

 

Gianolio libroDopo di aver fatto per otto anni il soldato in vari fronti, tartassato per tutta la vita, sono andato a Po con la nostalgia della barca e mi sono messo a pescare e sono diventato pescatore di mestiere. Con Mario da Scardova partivo alla notte e tornavo al mattino. Le notti che ho passato sulle sabbie erano spaventose, non si sentiva nessuno parlare e il pesce saltava, prendevo anche quintali di pesce, cose dell’altro mondo. Sono andato per anni all’isola Macallè, nella lanca e nel pennello. Ho preso dei gobbi di dieci-dodici chili e il battello era così carico che non si riusciva a tenerlo dritto. Quando tornavo a casa, la Dorina (mia moglie), una donna che le piacciono molto i soldi, diventava matta. Ma è arrivato il momento che hanno cominciato a farmi degli oltraggi; per gelosia mi hanno bucato la barca tre o quattro volte, non volevano che andassi a pescare. Ero nei piedi a qualcuno, va bene? Ma ho sempre insistito. Fate quello che volete, io pesco lo stesso dicevo perché è il mio mestiere. La gente mi capiva e mi dicevano:

Robe da matti! Non si può! Fa il pescatore di mestiere, perché andare a sfondargli la barca!

Ma dopo quarant’anni la salute mi aveva abbandonato e non potevo più andare a pescare. Ogni giorno facevo un giretto al Po, mi portavo sull’argine a guardare l’acqua scorrere, ma improvvisamente sentivo un peso sugli occhi, non potevo più fare il mestiere. Ero disperato e mi sono messo a pitturare. Ho sempre avuto una certa inclinazione. Ricordo che quando andavo alle elementari alla maestra invece del compito portavo un disegno, ma ho fatto due anni la prima e due la terza. Potevo cominciare anche prima a dipingere quando ero con Mario sulle sabbie, perché già da otto o dieci anni mi era venuta l’ispirazione. Ero nella bottega del barbiere, c’era anche il maestro Vincenzo che mi disse:

Ma perché non ti metti a pitturare?

Perché ho la passione del pesce che è quella che mi dà da mangiare.

So che se avessi cominciato prima, mi sarei fatto la mia casetta, come hanno fatto tanti naif.

È andata così, ma non è mai tardi, ho già capito com’è la faccenda.

Adesso pitturo tutti i giorni, tutto il tempo dell’anno. Faccio il Po perché l’acqua è stata la mia vita. Il Po mi piace tutto e mi piace vederlo da lontano con dei cieli bellissimi. Quando vado al Po non mi piace andarvi e poi tornare subito; mi piace sedermi e guardare gli alberi, guardare il cielo, guardare l’acqua; do occhiate dappertutto. Faccio il Po non solo di Luzzara, ma anche di altre posizioni come a Borgoforte e a Boccadiganda e voglio farlo anche in Piemonte in mezzo alle montagne. I naif il Po non lo vedono. Solo due lo vedono: uno sono io e l’altro è Bruno Maestri, anche lui di Luzzara. Mi metto a pitturare alla mattina; mi alzo alle 8 e non mi lavo nemmeno perché vedo davanti agli occhi il quadro e sono costretto a prendere in mano il pennello. Ecco, tutti i giorni pitturo e sono arrivato a prendermi un salotto, che me lo sono guadagnato. Si vede che sono molto tranquillo. Qualcuno mi ha detto: Ma come mai una volta scattavi così tanto e adesso sei diventato così calmo; sembri una rondinella. Cosa volete che ci faccia, avevo dei disturbi e non potevo fare a meno di pitturare, è andata così e basta. Una volta c’era un tramonto così bello da far paura e Scardova mi disse: Pensi che con la pittura si possa fare una cosa così bella? Gli risposi di no, che era impossibile.