Era uno scarafaggio, John Lennon, ed è diventato un principe con la principessa dagli occhi a mandorla: istruzioni per la visione di “Imagine” nel corpo di un tricheco

Posted on Ottobre 11, 2018, 9:11 am
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La battuta è scontata: “Bello è bello, ovvio, però quando è uscito, quando è stato pubblicato, quando hanno iniziato ad ascoltarlo, io non ero ancora nato, quindi non sarei potuto intervenire”. Funziona sempre, ovviamente non è mia, e in ogni occasione, e ti mette al riparo da ogni ulteriore tentativo di “attaccar bottone”. Il “bello” del caso è un vinile che è anche un film, “Imagine” (1972), e anche gli scarafaggi sanno che è di John Lennon. Furbescamente i cinema italiani – anche se stai a ciurlare nel manico per ore, alla fine è un’azione di marketing – lo hanno riproposto in versione restaurata proprio a cavallo tra la pubblicazione del vinile (8 ottobre) e il compleanno dell’artista (9 ottobre). Occasione ghiotta per rivederlo, ascoltarlo, tornare indietro nel tempo. Nonostante il maquillage, alla fine non è stata tolta quella patina del tempo, quel “rumore” che emerge nelle scene notturne o di scarsa luce mentre il lavoro di “pulitura” fatto sugli audio è davvero eccellente.

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Premessa doverosa: è tra i migliori album da “finto solista” (la mano di Yoko Ono è ben presente) di Lennon e “Imagine” non è il pezzo più bello. In merito alla qualità del long playing, la rivista “Rolling Stone” lo recensì abbastanza freddamente: “Contiene una sostanziale porzione di buona musica, ma, se lo paragoniamo all’album precedente (di molto superiore), ci sono avvisaglie della possibilità che i suoi messaggi sembreranno presto non solo noiosi ma anche irrilevanti”. Severi, troppo severi, anche se va detto che sempre nel 1971 i Led Zeppelin uscirono con disco che contiene “Staiway to heaven”. “Imagine”, assieme a “John Lennon/Plastic Ono Band”, sono i vertici della sua produzione post Beatles. In “JLPOB” ben quattro pezzi, seppur diversi per poetica e musica, sono capolavori (“Mother”, “Working class hero”, “Love” e “God”) mentre gli altri, per esempio “I found out” e soprattutto “Isolation”, sono comunque meravigliosi.

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“Imagine” non è solo “Imagine” anche se “Imagine” è un pezzo che ti rimane più inchiodato nella testa, una canzone che una volta si chiamava “lento” (anche “Jealous guy” lo è, ed è sempre nello stesso album: bellissimo, per venire al film, il videoclip girato dall’elicottero) e che si ballava alle feste del liceo nella modalità “mezzo metro quadrato”, guancia a guancia, micromovimenti dei piedi, mani di lei attorno al tuo collo, le tue sui suoi fianchi, piccole parole sussurrate nell’orecchio (che tanto lei non sentiva e per non farti sembrare uno sciocco, faceva finta di sorridere) e la possibilità di ballare anche se si aveva la grazia di un manico di scopa o di un tagliaboschi. Poi la serata, immancabilmente, terminava alla maniera di Lucio Dalla, facendo le scale tre alla volta. A 15 anni, nella fantasia comune, la passerina è una caverna platonica, buia, inesplorata (da te) e misteriosa. Solo più tardi scopri che in realtà è una villa e che, per entrare in maniera educata, devi prima – e sempre – suonare il campanellino.

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Ai tempi del liceo, quindi alla fine anni Ottanta, Lennon era un must. Era uno di quei tre o quattro che non mancavano mai: alle feste private – a Venezia non c’erano discoteche e quindi il sabato sera si andava sempre nelle case degli altri anche non eri invitato, tanto qualcuno che conoscevi e ti faceva entrare lo trovavi sempre – il Lennon “lento” c’era sempre, così come “Another brick in the wall ” dei Pink Floyd, con l’elicottero che “entrava” e la traduzione liberissima del ritornello, “All in all, you’re just another brick in the wall” che diventava sempre “ore e ore a ciavar par far un fìo goldòn”. C’era il Bob Marley “da sfascio” (“One love” ma soprattutto “Redemption song” e “No woman no cry”, con le prime birrette e le prime sigarette “farcite”), e c’erano i Doors, quelli più psichedelici, quelli da “pogo” in cui ti dimenavi ad occhi chiusi e pensavi ai viaggi acidi nel deserto, alla nave di cristallo, a Jim Morrison che si muoveva ciondolando. E c’erano i Pitura Freska, quelli del primo album, con la critica aspra e comunista al concertone dei Pink Floyd e qualche lentuccio che serviva sempre. Si chiamavano “revival”, ed erano i pezzi che ti permettevano di avvicinarti alle “fìe” (ragazze, in veneziano). Il giorno dopo, di solito il compagno di banco, ti ricordava quello che avevi combinato con Tizia, Caia o Sempronia. E non sempre erano belle cose. E così ripensavi a “Imagine”, e che sopra di te non può che esserci che il cielo, e che dopo il sole arriva sempre la notte, e che la notte, se è una buona notte, cancella i ricordi. A 15 anni, alla fine degli anni Ottanta, il cielo era ancora in alto. Oggi, a 15 anni, il cielo viene cercato abbassando gli occhi sullo schermo di uno smartphone. Puoi trovare l’origine del mondo in diverse sfumature, ben più di 50 probabilmente, ma il cielo no.

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Lennon“Imagine” non è solo “Imagine” anche se fa comodo (e facile) pensarlo: stanza bianca, Lennon al pianoforte con un’espressione quasi ebete, testo bellissimo, pieno di parole utopistiche, sogni, cielo, la pace nel mondo, nessun inferno sotto di noi, eccetera. Ma è “How?” – più di “Imagine” ma alla pari di “How do you sleep?” – a mordere i garetti. Brano anomalo, con un incipit subito cantato. “Sai, la vita può essere lunga/ e devi essere così forte/ e il mondo è così duro/ a volte sento di averne avuto abbastanza/ Come posso dare amore quando non so cos’è che sto dando?/ Come posso dare amore quando non so come dare?/ Come posso dare amore quando l’amore è qualcosa che non ho mai avuto?” si chiede, e chiede agli ascoltati, John Lennon. Diamo quello che ci hanno dato. Diamo che ci hanno insegnato. E quando ti trovi davanti all’amore grande, quello che richiede gesti che non abbiamo imparato, non sai se sei all’altezza di quello che ti viene offerto.

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Il film “Imagine” è uscito al momento giusto, nel 1972. E quello che è stato proiettato (ho scelto il cinema Tiberio di Rimini per comodità e affetto) è esattamente “quel” film, con la novità che è restaurato e interamente rimasterizzato agli Abbey Road Studios in Dolby Atmos. In pieno stile “Lennon” – non c’è una trama -, “Imagine” è il precursore (o il punto più alto) dei “filmini familiari”, quelli che venivano registrati negli anni Settanta attraverso telecamere che oggi vedi solo nei mercatini dell’usato. Girato quasi interamente nel 1971 ad Ascot, la casa che comprò per stare con Yoko, “Imagine” merita di essere visto per il meraviglioso tableaux vivants con personaggi improbabili presi dalla strada insieme agli amici come Andy Warhol, Fred Astaire, George Harrison e il presentatore Dick Cavett. Stravagante, psichedelico, surreale, bizzarro, particolarmente vero e con alcune scene cult, come quella della partita a scacchi tra i due in cui alcune pedine spariscono tra le tette di Yoko e altre vengono inghiottite da John. E poi i 15 minuti di extra, attesissimi dai lennoniani. Tre “momenti” di grande poesia, due tratti dalle session di registrazione dell’album (la celebre e contestata “How do you sleep?” e “Oh my love”, bellissima e devastante), mentre il terzo contiene una versione casalinga di “Oh Yoko!” suonata in versione acustica da John su un divano/letto con Yoko lì accanto.Azioni, “promo” o forse sketch, senza dialoghi, sempre in bilico tra la poesia, il gioco e la malinconia – come nella sequenza in cui John e Yoko si perdono nel giardino della villa di Tittenhurst e si cercano nella nebbia (andatevi a rileggere il pezzo di Fabrizio Coscia, “Ode malinconica a Nick Drake…” per capire cosa ha partorito la nebbia di quelle zone inglesi) – incorniciate da egregi capolavori musicali e cucite con ottimo ritmo narrativo. Era uno scarafaggio, John, ma poi è diventato un principe. E come tutti i principi, si è fatto affiancare dalla sua principessa dagli occhi a mandorla. Contestata, accusata di essere una stronza, una che ha messo zizzania nei “Fab four”, una che ha fatto allontanare John dalla madre di suo figlio Julian, Cynthia. Una che ha collezionato una serie infinta di aborti spontanei, una che si è fatta fotografare nuda nella copertina “Two Virgins”, una che ha suonato e fatto qualche album. Una che a lui piaceva, insomma. Una che “non è stata il motivo per cui i Beatles si sono sciolti”.

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“Imagine” (ne è uscito uno nel 1988, quello con la copertina con la faccia di John Lennon disegnata a penna, ma è un’altra storia) è da vedere al cinema da soli, senza morosi né morose, senza mogli né mariti, senza figli né animaletti domestici. Con qualche amico/a beatlesiano/a sì però: solo lui/lei può capire che in qual momento, sdraiato sulla poltrona del cinema, ti stai facendo un viaggio solitario. Immagini com’era il mondo negli anni Settanta, e per chi non li ha vissuti dal vivo è un’esperienza da fare: outfit, contestazioni, piazze piene di giovani che dicevano “no alla guerra”, “no al capitalismo”, no a tutto. Era un modo per fare gruppo, per vedersi e condividere assieme ad altri tutti gli ideali che quando diventi adulto ti fanno sorridere. Da giovane protesti, ci credi perché un ideale condiviso è un ideale più grande e forse più forte. Poi quando ti metti la giacca e la cravatta e ti siedi dietro a un tavolino, non hai più voglia di slogan e cartelloni. La rivoluzione non si fa dalle poltrone in pelle umana ma solo quando hai l’acne e iniziano a spuntarti sulle guance i primi ciuffi di barbetta rada.

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“Imagine” è anche questo: la storia di una storia, il racconto di un passato che appare più finto dopo il restauro della pellicola, con colori “più nuovi” e quindi meno credibili. Però c’è una cosa che è più di una cosa, in questo docufilm, e cioè quella necessità – assolutamente contemporanea – del voyeurismo, di quella bramosia(chiamarlo bisogno è eccessivo) di spiare, di sbirciare le vite private degli altri. E Lennon e Ono, in questo “viaggio” filmato, stanno al ruolo che vogliono recitare: momenti di intimità alternati a quelli di vita pubblica, e poi Londra (nel 1971/72 il “mitico” negozio “Lillywhites” a Piccadilly Circus già c’era e aveva la stessa insegna), New York, la campagna inglese, le frequentazioni della coppia, gli scherzi. E le canzoni. Esci che ti senti un tricheco: “Se il sole non verrà/ ti fai un’abbronzatura/ restando sotto la pioggia inglese”.

Alessandro Carli