“Come i personaggi omerici, noi siamo tutti burattini nelle mani degli dèi”. Dialogo con Enrico Palandri, che ha compresso sei libri in un romanzo titanico

Posted on Gennaio 29, 2020, 1:10 pm
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Il primo libro s’intitola Le pietre e il sale, la prima pagina ci avverte che siamo nei “primi anni settanta”, e le prime parole che pronuncia l’autore, in una Venezia assunta dalla notte (una notte che ritorna, cinquecento pagine dopo, “Notte nera, notte nuda, notte mia. Notte che fai paura perché c’è un fondo e non so cosa sia”), sono queste: “Immaginavo di non morire, di non poter mai più morire, di resistere alla fame, alla sete, a qualunque bisogno”. Al pensiero della morte segue quello della vita – “Volava via così la vita, come in un soffio, nel cielo chiuso di una stanza. Non volevo chiedermi se ne valesse la pena. Aspettavo, qualcosa sarebbe successo” – e per deviazione storica aggiogo il nome dell’autore ai fatti che in fondo hanno dato avvio alla sua letteratura. Era il marzo del 1977, Bologna. Francesco Lorusso ammazzato. Radio Alice invasa e chiusa dopo le incursioni della polizia. L’editore Bertani pubblica a stretto giro un libro provocatorio, bologna marzo 1977… fatti nostri…, così, con le minuscole, “autori molti compagni”. I “molti compagni”, in verità, sono quattro: Carlo Rovelli – poi super fisico –, Maurizio Torrealta – poi giornalista – e due futuri scrittori, Claudio Piersanti ed Enrico Palandri (il libro, per la cronaca, sarà ripubblicato da NdA Press nel 2007). Poco dopo i fatti bolognesi Palandri, a 23 anni, nasce alla narrativa con Boccalone: storia vera piena di bugie, edito da L’erba voglio (e poi ripreso da Feltrinelli e Bompiani). Poi, va a Londra, in pendolarismo dell’intelletto. Ora. Le condizioni atmosferiche (Bompiani, 2020) è un piccolo evento ‘titanico’: Palandri riprende alcuni libri scritti nell’arco di quasi trent’anni, Le pietre e il sale (1986), La via del ritorno (1990), Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus (1997), Angela prende il volo (2000), L’altra sera (2003), I fratelli minori (2010), legati da medesimi sguardi, li shakera, li riscrive, rielaborandoli in un unico tomo, complessivo, di ottocento pagine, una vasta storia, di provvidenziali intrecci, che dai Settanta arriva al 2016. I personaggi fluttuano, emergono dalla bruma della Storia, vagano in carezze, “si è sempre felici e infelici”, è scritto, a un certo punto. (d.b.)

Cosa significa riscrivere? Insomma, sei rientrato in 6 libri pubblicati precedentemente tra il 1986 e il 2010. Scritti con sguardi e stili diversi, in coerenza con l’esistente. Mi pare una impresa titanica, folle: perché affrontarla?

Avevo chiaro che qualcosa fosse finito scrivendo I fratelli minori, l’ultimo di questi romanzi. C’erano già lì delle timide riapparizioni di nomi e circostanze dai libri precedenti. Ho presto capito che non era sufficiente e che per riproporli avrei dovuto fare un nuovo libro e riscriverli. Appena ho iniziato, ho capito che, anche semplicemente riprendendo i nomi di alcuni personaggi principali, i libri si aiutavano l’uno con l’altro. Così sono andato avanti con il progetto, individuando i problemi, tagliando e riscrivendo.

La Storia dentro le singole storie. Tema atavico della letteratura universale. Cos’è per te la Storia e cosa ti spinge a creare delle storie?

Come i personaggi omerici, noi siamo tutti burattini nelle mani degli dei. Non scegliamo i contesti e gli eventi in cui agiamo. La fortuna, la sfortuna, il destino. Nell’inventare i personaggi imitiamo gli dei, ma anche i nostri personaggi ci sfuggono di mano, sono segnati da un destino che non controlliamo.

Tutto inizia nei fatidici Settanta, che tu (mi riferisco al Palandri uomo) hai vissuto in ‘prima linea’. Che giudizio dai di quegli anni, della Bologna dei tardi Settanta, e di quanto è accaduto allora?

Gli anni Settanta sono in Italia tragici. Bombe e ammazzamenti ovunque. Sono anche però gli anni dei due grandi referendum (divorzio e aborto) attraverso cui l’Italia si scopre molto più progressista e dinamica di quanto apparisse. Iniziamo a uscire allora dalla sconfitta della seconda guerra mondiale. Io ne ho poi vissuto la parte più intensa a Bologna, la dotta, la città di Balanzone, piena di idee e amicizie durature.

Nel libro (come nella tua vita) ha peso e importanza l’Inghilterra. Cosa significa guardare l’Italia da laggiù, che cosa si vede?

Per restare nella similitudine dei burattini omerici, lo spatrio è un tentativo di guardare il burattinaio. Viviamo con gli altri e cambiamo insieme ad altri, molte cose, a cominciare dalla famiglia che con Jenny abbiamo costruito, non è solo italiana. Amo ancora molte cose delle isole britanniche, nonostante il difficile momento che ora attraversano. Come del resto molti di loro hanno continuato ad amare l’Italia anche negli anni del terrorismo o persino del fascismo.

La scrittura è un atto ‘politico’? T’importa come tale? T’importa la politica, oggi?

Io ho sempre scritto per altri, per intervenire in un discorso, ma non chiamerei questo la politica. Un romanzo è frutto dell’immaginazione, pieno di risarcimenti impossibili e al tempo stesso aperto su altri orizzonti: metafisici, non solo storici.

Perché quel titolo, Le condizioni atmosferiche, che da una parte rimanda, vado sarchiando le etimologie, al ‘patto’, all’accordo, al ‘convenire’, e dall’altro al ‘condizionamento’?

Un titolo ha con il testo un rapporto fortuito e necessario. I miei libri hanno sempre trovato il loro titolo, non viceversa. Le condizioni atmosferiche sono quelle che determinano le migrazioni dei popoli e l’umore di ognuno di noi al mattino. Se piove o c’è il sole lo sentiamo. E dalle condizioni atmosferiche cerchiamo di proteggerci. Non sono in grado di spiegare troppo, quello che pare a me di questo titolo è parziale e non lo conosco davvero. Se il titolo è grammatica italiana Chimica uno sa cosa ci trova dentro, nei romanzi non è così e l’equilibrio che si crea tra testo e titolo è piuttosto misterioso.

Tra le altre cose, Enrico Palandri ha scritto di Pier Vittorio Tondelli, di Primo Levi e di Giacomo Leopardi (“Verso l’infinito”, Bompiani, 2019)

A volte il tuo libro sembra intriso di nostalgie, d’altra parte scrivi che “Il futuro è semplicemente il nostro destino”. Un romanzo, dichiarando che il passato è passato (non senza conseguenze) serve forse a costruire la strada che avvia al futuro?

Nel tempo, passato e futuro, siamo immersi, eppure non sappiamo cosa sia. Le prospettive che si creano nel romanzo sono diverse. A volte, nel guardare nel passato, stiamo in realtà interrogando il futuro, altre il desiderio di aderire al presente ci fa sentire la vita che scorre tra le dita e ci sfugge. Nel romanzo queste prospettive sono sempre tante e contraddittorie, i personaggi che le attraversano sono pieni di tempo rivolto in tante direzioni diverse. Angela è piena di futuro, di un destino che cerca, ad altri invece la vita risuona da echi profondi e antichi e assume spessore quando ritorna su altri temi e tutti, quando la vediamo finire in persone che amiamo, immaginiamo i confini al cui interno si svolge l’immaginare tutto questo.

Hai scritto di Pier Vittorio Tondelli e di Primo Levi: forse sono loro i tuoi ‘maestri’. Perché li hai scelti?

Direi che il compagno decisivo per una buona parte della mia vita è stato Giacomo Leopardi. Sia il libro su Tondelli che l’antologia di Levi sono nati su commissione, ma sono stato molto contento di scrivere di loro. La compagnia continua e ravvicinata di un autore, attraverso la sua opera, è una opportunità per capire in quale modo un altro abbia affrontato problemi che sono in parte diversi e in parte simili a quelli che abbiamo personalmente.

Consiglia a uno studente: a) Il romanzo necessario per capire l’Italia; b) Il romanzo necessario a capire se stessi; c) Il libro più interessante dell’ultimo ventennio. 

I romanzi, come le persone, li incontriamo al momento giusto e riusciamo a leggerli quando siamo pronti per loro.

Perché scrivere, in fondo, perché dare fiducia a questo gesto?

Non me lo sono mai chiesto. Per me è sempre stato necessario, forse perché non sono molto bravo a fare la mia parte nella vita pratica. I miei familiari, anche i miei genitori e i miei fratelli oltre che mia moglie e i miei figli, mi hanno sempre rimproverato perché sono distratto, piuttosto inadempiente nella vita di ogni giorno. Scrivere è il mio tentativo di risarcire per la mia assenza.

*In copertina: una fotografia di Mario Giacomelli dal ciclo “Un uomo, una donna, un amore”, 1953/1963