Tra Empedocle e Gagarin: dialogo sulla poesia cosmologica di Giancarlo Pontiggia

Finalmente una poesia che fonde Lucrezio, Marco Aurelio, il romanzo fantascientifico all’astrofisica. Dialogo stretto con Pontiggia: “se il mito prevedeva un riscatto, la scienza esclude ogni possibilità di conforto”

Posted on gennaio 23, 2018, 9:55 am
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Occorre sbandare dalle apparenze. All’apparenza, Giancarlo Pontiggia è una persona affabile, dal sorriso che tutto patisce e compatisce, è l’autore di una nota antologia della letteratura latina per i licei, un saggista di genio, un generoso esegeta della poesia contemporanea – attività che ha due pietre miliari, distanti e diverse: la costruzione dell’antologia La parola innamorata, Feltrinelli, 1978 e Il miele del silenzio, Interlinea, 2009. Pontiggia è il formidabile traduttore di Paul Valéry e il candido autore di versi dalla nitidezza aurea, radunati in raccolte pazienti, Con parole remote (1998) e Bosco del tempo (2005). A me, però, piace tutto il resto, quello che non si vede. Nella tana di volpe del suo torso, infatti, Pontiggia ha violente lotte cosmiche, una falange di costellazioni che si baciano e si dileguano come pugni di sabbia, una specie di Star Wars permanente. Questa violenza superba – che s’intuisce anche nelle traduzioni degli estremi, il marchese de Sade, soprattutto il Céline delle Bagatelle per un massacro (libro poi ritirato dal commercio), che Pontiggia tutela, in Céline e l’attualità letteraria (Se, 1993), con un testo di rara giustizia su misantropia e fascismo dello scrittore francese – esplode nell’ultimo libro del poeta, Il moto delle cose (Mondadori, pp.160, euro 18,00), dove l’ansia cosmica di Lucrezio, la capacità gnomica di Marco Aurelio, si fondono al romanzo fantascientifico di Ursula LeGuin. La poesia, finalmente, si confronta con la fisica, con l’astrofisica, con il pullulare del tempo e dei tempi, e ricapitola il creato da origine a niente, cioè a nuova origine (“Stridono, le cose,/ nella botola – scura – della materia,/ oscillano// a un fiato di mondo”). Quanto a me, sto al di là della critica – meglio affidarsi, per un orientamento di lettura, ad Andrea Temporelli – sono un avventato, un avventuriero dei linguaggi. Beh, finalmente, dico, una poesia che ha il giusto genio e il giusto lignaggio, che non ha paura di volare e di involarci negli ignoti, che surfa sul turbamento, dilania domandando. Eppure, ogni verso è un colpo di luce, lo scintillio di una sutura.

Da dove arriva il linguaggio del Moto delle cose, così astratto, centellinato, assoluto, che pare tradurre Lucrezio nel verbo di un cosmonauta, in cui il “classico” – un nitore infallibile – si fa futuro, profezia, non più “avanguardia” ma “avvenire”?

Giancarlo-Pontiggia-di-Dino-Ignani

Giancarlo Pontiggia secondo Dino Ignani

“Al Liceo, il mio professore di filosofia volle che leggessi a tutti i costi un libro di Jacques Monod, appena pubblicato per le «Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori»: si intitolava Il caso e la necessità, e il sottotitolo era ancora più promettente: «Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea». Vi erano, in questo libro di un genetista molecolare che osava dialogare con i grandi della filosofia classica, osservazioni che facevano trasalire il giovane appassionato di poesia e di pensiero. Una, in particolare, sottolineata all’epoca con una matita di grana grossa, diceva così: «Ogni essere vivente è al tempo stesso un fossile. Egli porta in sé, fin nella struttura microscopica delle sue proteine, le tracce, se non le stimmate [un termine che a me non poteva non richiamare la poesia di Baudelaire], della sua ascendenza. Ciò vale per l’uomo ancor più che per qualsiasi altra specie animale, a causa del dualismo, fisico e delle “idee”, dell’evoluzione di cui egli è l’erede». In quel passaggio mi parve di trovare la conferma del valore insieme profetico e archeologico di ogni forma di conoscenza, e tanto più della poesia, che mi affascinava proprio per questo suo insediarsi permanente (come mi insegnavano i tragici greci, letti in quegli anni con passione) nelle regioni dell’arcaico e del mito, di ciò che costituisce un’origine. Nel Moto delle cose il tema dell’arcaico e delle origini – già sotteso nei libri precedenti – è posto al centro di ogni verso: nella sezione Stanze della mente invasa, ad esempio, i «barbagli / di gemme» che si accendono «nella roccia della mente» esprimono l’idea che la mente sia appunto conformata come una roccia antichissima fatta di molti strati, in cui il movimento analogico dei pensieri e delle immagini è come un fuoco improvviso, un’accensione impreveduta nella rigidezza granitica delle nostre categorie raziocinanti. Nella sezione successiva, Quando, dal niente, la mente è come soverchiata da questo immenso «pullulare della vita», da questa presenza ancestrale di corpi e di voci che stridono, si dibattono, vogliono tornare a vivere in noi e contro di noi. Le ombre che sorgono all’improvviso nella nudità spoglia di una notte d’inverno, irrompono «nella caverna della mente che delira», e che affonda «in genealogie di pensieri troppo remoti»: facevano già parte di quei pensieri, come incarnassero la loro sezione più arcaica e impervia, la più celata alla nostra mente. Non c’è insomma «avvenire», per usare il termine che tu felicemente opponi a quello di «avanguardia», senza questo inabissarsi nella pasta variegata delle cose del mondo, o sarebbe meglio dire della materia che si evolve in linguaggio, e dunque in pensiero, in forza immaginativa, indagine, profezia, destino”.

La scrittura poetica è particolarmente “eccentrica” rispetto al canone della lirica italiana: quali sono i tuoi riferimenti principali in questo viaggio alle origini delle ragioni del cosmo? La tua attività di traduttore è stata utile in questo caso?

moto delle cose“Giungo alla questione della lingua, e dunque dello stile, che già avevi anticipato nell’esordio della nostra conversazione. Il moto delle cose nasce dall’ambizione del poema cosmologico, che è in me ben più antica di quel che si possa credere, e in qualche modo si confonde con i miei primi, seri tentativi poetici, quando scopersi all’improvviso il Poema fisico e lustrale di Empedocle tradotto da Gallavotti per la Fondazione Lorenzo Valla. Come annotava Eric Dodds in un libro memorabile (I Greci e l’irrazionale), Empedocle era un poeta-sciamano in cui sembravano saldarsi magia e scienze naturalistiche, culti iniziatici e medicina sperimentale, la parola che classifica e dà ordine al mondo e il verbo immaginoso che lo reinterpreta. Nel gioco eterno fra Amore e Contesa, Empedocle coglieva la dimensione contraddittoria dell’esistere, in cui forze contrastanti convivono con l’aspirazione a un’armoniosa unità. Covato a lungo, l’idea di un poema naturalistico e cosmologico comincia a prender vita all’epoca di Bosco del tempo, arrendendosi però alla mancanza di una forma espressiva adeguata. Da troppo tempo la nostra lingua poetica è una lingua ibridata ma sostanzialmente lirica, e l’idea di volgermi ai vasti spazi cosmici mi pareva richiedesse una lingua più mossa, disarticolata, concitata – benché non meno analogica e immaginosa – di quella di cui avevo fatto uso finora: una lingua in cui la naturale vocazione all’ordinamento delle nostre percezioni sensibili si saldasse con l’esplosiva, scheggiata, tumultuosa energia di un mondo in perenne fieri. Non so dire quanto sia riuscito a dar corpo a questa ambizione, ma certo Il moto delle cose continua a restare un libro di intonazione lirica, nel quale irrompe però – con tutta la sua energia squassante – una materia cosmologica e cosmogonica: così, allo spazio severo, nudo, spoglio in cui si registrano – un po’ come nei paradigmatici, da me amatissimi, Colloqui di Marco Aurelio – i moti minimi del nostro animo, si alternano le volute più ampie, ma anche caotiche, frammentariamente frondose, dei versi che aspirano a dar conto del respiro del mondo, delle forze contrastanti che lo sconvolgono e lo squadernano in un moto incessante di distruzione e rigenerazione. Da una parte, dunque, i «Pochi versi, ma veri» del secondo prologo, che si riverberano in sezioni come Ho sognato il Tour e Lux Nox, dall’altra i versi più rigogliosi e stridenti de Le muraglie del mondo, di Quando, dal niente o di Dal prima delle cose. Questa doppia opzione è all’origine del libro, e forse dei suoi stessi squilibri. Accade così che l’aspirazione a un’aurea mediocritas dello spirito, già dei libri precedenti, conviva con la sensazione di un costante precipitare nei labirinti vorticosi dei grandi cunicoli cosmici”.

Se da un lato l’opera è una micidiale variazione dal topos del “tempus fugit”, dall’altra vedo riferimenti alla fisica, una specie di tentata fusione tra poesia e scienza – ipotizzata, per altro, nel discorso di accettazione al Nobel, da Saint-John Perse, che intendeva poeta e scienziato come simili che investigano con strumenti diversi lo stesso mistero. Vedo bene?

“Cogli, così dicendo, un aspetto quasi segreto delle mie più antiche letture: fin dall’adolescenza, mi sono diviso tra i classici greco-latini e testi – naturalmente di carattere divulgativo – di astrofisica e di paleoetnologia. Fra tutte le discipline che si aprivano dinanzi ai miei occhi, nella potenzialità degli studi che attendono chi è giovane, mi affascinavano in egual modo le più moderne ipotesi cosmologiche così come le più remote origini dell’uomo e della vita. Se alla fine ho scelto gli studi letterari, è perché mi pareva che in essi si saldassero tutte le prospettive, anche se in un’ottica di continua reinvenzione: nella parola della poesia, la scienza si dissolve in utopia, congiunge l’archeologia con il pensiero del futuro. Prima usavi la parola «cosmonauta»: e anche qui hai centrato benissimo il cuore fantastico e immaginativo delle mie scritture, costringendomi a confessare come il sogno della mia infanzia si sia alimentato di navicelle spaziali e di racconti fantascientifici. Gagarin è stato l’eroe dei miei dieci anni. Materies opus est ut crescant postera saecla, scrive Lucrezio in III, 967: occorre materia perché crescano le stirpi future. E occorre materia perché il mondo si espanda, divorando se stesso fino al suo estremo collasso. Anche lo sviluppo scientifico è figlio dell’angoscia, che è il motore primo di ogni forma di conoscenza: di qui la mia costante esitazione tra una poesia che risolva l’angoscia umana in forme felici, e una poesia che entri frontalmente nella questione del conoscere umano. Il destino dell’uomo è voler sapere: e la poesia, quando vuole sapere, non può più fermarsi, deve andare fino in fondo: il senso profondo di ogni atto creativo è sempre esistenziale, ed esistere – come ben sappiamo – presuppone anche etimologicamente l’idea dell’esser gettati nel mondo: materia che sorge dalla materia, e si fa pensiero di sé, muovendosi oltre se stessa. Se nei miei libri precedenti prevaleva la dimensione arcadica, felice, nel Moto delle cose lo sguardo è tutto risucchiato nei grandi moti cosmici, e di quel lontano cuore felice resta solo, forse, il sogno in giallo dell’isola di Citera, continuazione, anche in senso stilistico, della sezione cicladica di Bosco del tempo”.

La raccolta ha una energia sotterranea, feroce e intima: chi canta, comunque, è un uomo che giunge quando tutto è accaduto, in un Occidente che non è “finito” bensì “sfinito”: è così?

Origini“La stanchezza dell’Occidente, il suo tramonto, il sentimento di decadenza che lo pervade sono un topos che abita in noi da almeno un secolo e mezzo. Lo slancio vitale che fu degli antichi e che si rinnovò con l’età umanistica è stato paradossalmente la causa della sua fine: come Edipo, che dissennatamente (una dissennatezza che andrà interpretata in senso mitico-antropologico, e per questo tragico) monta un’inchiesta contro se stesso, l’uomo occidentale ha spinto le sue conoscenze fino a dimostrare che l’uomo non è misura né centro del mondo. Ma se il mito prevedeva un riscatto, la scienza esclude ogni possibilità di conforto, se non di ordine conoscitivo: che non è poco, certo, ma non basta a placare il nostro senso di inquietudine, anche perché la scienza contemporanea è soverchiata dall’invasività della tecnologia, che banalizza ogni scoperta, ritraducendola in mediocri oggetti di consumo. Inevitabile che la dissoluzione della visione umanistica provocasse l’avvento di una cultura volgare e edonistica dominata dal bisogno di stordirsi, di rimuovere le verità decisive. Anche per questo, nella mia idea di poesia non è solo l’urgenza di dire il vero, e di dirlo a qualsiasi costo, ma anche di approntare medicine dell’anima, luoghi di conforto che non occultino le grandi, scure verità di ordine esistenziale, ma in qualche modo convivano con esse, edificando quel grande libro delle dignità umane che è la più nobile eredità dell’Occidente. Sotto questo aspetto, il mio libro si muove davvero tra i diari di Marco Aurelio e la parola visionaria, solitaria e impervia di un Supervielle, per dire di un grande da te prima evocato, che si inoltra sui pas silencieux de notre sang, portando su di sé il peso di un passato cosmico, animale e umano insieme. «La raccolta ha un’energia sotterranea, feroce e intima»: credo sia la più intensa definizione del mio libro, la più vera, perché coglie – nei due aggettivi – proprio i due aspetti fondanti del libro, che si muove tra la rappresentazione delle forze vorticose del mondo, degli urti celesti che lo scuotono e lo sconvolgono, e la necessità di definire un riparo, una cella del cuore in cui trasformare in miele la feroce fioritura del mondo”.

È davvero possibile, oggi, una poesia “cosmica”? Perché ancora, nel tempo in cui la parola poetica non è equivalente allo slogan, ma è vinta, deprezzata, disprezzata, perché ancora, scrivere, poetare, pubblicare?

“La poesia non è slogan, non è pubblicità, non è suadente strofinìo per orecchie globalizzate: è invece urto, energia linguistica e visionaria in cui confluisce tensione immaginativa e pensiero del mondo, scavo nelle cantine più segrete dell’umano, gioia della conoscenza, utopia della sobrietà, parola nuda, che impone leggi e disciplina, e si ribella a ogni forma di acquiescenza sociale. Bisognerebbe però intendersi su questi termini: l’Arcadia disegnata da Virgilio, per fare un esempio, a me continua a parere più scandalosamente innovativa di tante moderne utopie poetiche. La poesia è sempre “cosmica” perché ha sempre bisogno di sentire il respiro profondo del mondo, di ragionare sul senso del nostro esserci e di ciò che chiamiamo destino: la sua nemica prima è l’irrilevanza, il minimalismo immaginativo che si fa minimalismo linguistico, e giunge al grado zero dell’espressione, l’incapacità di osare vasti pensieri. Penso allora all’ecloga sesta di Virgilio, nella quale il canto cosmogonico di Sileno convive con lo spazio semplice di un campo o di un bosco. In ogni mio libro le forze del pensiero e dell’immaginazione si sono incarnate in uno spazio figurativo e metaforico che esaltasse – tra verità e utopia, sogno e realtà – i grandi archetipi della vita: Con parole remote era andato modellandosi sulla domus magnogreca e italica di età ellenistica, con i suoi miracolosi equilibri tra interno ed esterno, ombra delle stanze e luce dei giardini, natura vera e natura dipinta; Bosco del tempo si era inoltrato in un  bosco di sentieri e di radure; Il moto delle cose si espande nella materia vorticosa degli spazi interstellari. Se il senso di sgomento e di perdita sembra qui prevalere, è per via della materia trattata. Ma l’anima dell’uomo è insieme domus, bosco, cosmo, e molto altro ancora: ora desidera chiudersi nel guscio di un luogo protettivo, rassicurante; ora aspira a perdersi nelle tavole tenebrose del mondo. Anima sempre. Archetipi, sempre, della vita”.

Le ultime parole delle ultime poesie: «di tenebra», «nelle cantine del mondo» (in fondo sinonimi), «immane». Nell’immanenza, l’immane. Intorno a tutto, la tenebra. Cosa vuoi dirci, infine?

“Tutto il libro è in fondo una lunga catabasi nella materia scura del mondo, che è anche la materia di cui siamo fatti noi che guardiamo, illudendoci magari di poterci astrarre dal peso di questo continuo sprofondare. Le tre ultime poesie (che in qualche modo andrebbero connesse con i tre prologhi dell’esordio) immettono il lettore nei paradossi del tempo e del suo fluire. Il presente della luce stellare che vediamo è sempre un presente remoto, e chi contempla un raggio di luce è solo un archeologo che si sta immergendo nei misteriosi abissi astrali dell’universo. Nella poesia successiva (E lo vedemmo, infine), provo a immaginare il «buio / non buio» cosmico che si ritira in se stesso, contraendosi «nella sua teca di tempo ultimo, / grembale», come sgomento del proprio stesso movimento di espansione cosmica: un pensiero molto primitivo, quasi selvaggio, che si veste però delle tante suggestioni astrofisiche dell’ultimo mezzo secolo. La poesia conclusiva, ispirata al celebre tuffatore di Paestum, coglie un uomo, uno qualsiasi, uno di noi, mentre giunge alla svolta finale della vita, tra rammarichi, paure, speranze. Diversamente dall’affresco paestano, l’uomo non si è ancora tuffato: nello sguardo che s’immerge nell’ardesia di fuoco del mare (il mare dell’essere, della vita e della morte, forse della rigenerazione) è tutto il sublime umano, la sua forza di illusione e di invenzione, di sconvolgimento e di estasi, che è propria della poesia. D’altronde la scena del tuffatore si abbina alle raffigurazioni simposiache delle pareti laterali della tomba, come se tutte insieme queste immagini esaltassero il valore conoscitivo della poesia, della musica e del piacere amoroso, e dunque della vita nel suo darsi più esaltante e felice. Il libro che si era aperto sullo stridio di catene di spettri sinistri e gementi, chiude forse con un’immagine di luce e di palingenesi”.

 

 

Una linea infinita di tempo

Una linea infinita di tempo
ci precede; un’altra
ci segue: attoniti le contempliamo,
sospesi fra due mondi
indifferenti, lontani. Eppure, niente li separa

se non te, che guardi.

 

Si sforzano, le cose

Si sforzano, le cose,
di risalire la corrente, ma un dopo
incessante le sospinge, di era

in era

 

E le vedemmo, infine

E lo vedemmo, infine, stremato-stremante, il buio
non buio – opaco, torpido, molle – che retrocedeva
nella sua teca di tempo ultimo,
grembale: era,
in quella stiva estrema, fermentante, come
un agitìo di corpi, forme, ombre
di una vita che si sfaceva: falle
di essere che si rintana

nelle cantine del mondo.

 

da Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose (Mondadori, 2017)