Sia lode (almeno nel giorno del suo compleanno) a Emilio De Marchi, il nostro Alexandre Dumas, pioniere del “giallo”. Storia, tutta italiana, di risse e di coltelli

Posted on Luglio 31, 2019, 10:27 am
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Il 31 luglio 1851 nasceva a Milano di Emilio De Marchi. Il 16 luglio 1893 moriva il lecchese Antonio Ghislanzoni. Due autori tra i più importanti del XIX secolo italofono. Due autori tra i più satirici della scena letteraria italiana. La collana “Brianze” edita da Bellavite di Missaglia, provincia di Lecco, e ora rinata in virtù di una sinergia con l’editore La Vita Felice di Milano, negli ultimi anni ne ha riscoperto due intriganti novelle che meritano rilettura per il semplice fatto di esser quanto mai attuali, ripubblicate in due volumetti a cura di Paolo Pirola.

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De Marchi, orfano di padre, madre che combatté nelle inssurrezionaliste Cinque Giornate di Milano, città di cui lo scrittore sarà poi consigliere comunale, fu uno dei maggiori autori italofoni di fine Ottocento di romanzi d’appendice o feuilletons, spesso con tinte da giallo, che venivano pubblicati a puntate sui giornali e sulle riviste, e dunque una sorta di Charles Dickens, Victor Hugo, Eugene Sue, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac o Emile Zola lombardo, seppur di minor prestigio internazionale e di certo non paragonabile a Manzoni o Fogazzaro.

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Quel maledetto coltello… è una breve novella intorno a un delitto di oltre un secolo fa che ebbe luogo in un paesino brianzolo di cui dà conto il sottotitolo logistico Il delitto di Osnago scelto dal curatore, che per la presentazione ha voluto il prezzemolo della curia italiana, monsignor Gianfranco Ravasi, che è nato a Osnago, e che molto dice tanto di sé quanto di De Marchi – spirituale (ma di che spirito?) forse e tuttavia mai confessionale – patriottico (ma di quali padri?) ma se non altro non nazionalista – “antinazionalistico”, e anzi “arditamente antinazionalistico”, scrive il prelato, l’uno e l’altro bardi della vulgata laicista e “filantropica”.

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De Marchi, filantropista e pedagogico, fu infatti l’autore non solo del celebre Giacomo l’idealista, e di molti altri romanzi a sfondo sociale, ma anche de L’età preziosa, sottotitolo Precetti ed esempi offerti ai giovanotti, e il racconto brianzolo è il terzo di una serie di fascicoletti, La Buona Parola, sottotitolo Letture per il popolo, che lo scrittore diresse negli ultimissimi anni del XIX secolo con lo scopo di educare dall’alto i giovani lavoratori, visto che, come per Gramsci e per i suoi discepoli contemporanei il popolo è sempre pessimo, quindi da educare, emancipare, redimere, far progredire verso le “magnifiche sorti e progressive” di Leopardi…

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La vicenda è brevemente narrata nelle primissime pagine. Un ragazzo di Osnago, tutto studio e lavoro, muratore e studente di disegno e suonatore di fisarmonica, strumento con cui si mette in tasca qualche soldo extra alle feste di paese “dove gli altri buttavano i quattrini in giuochi e bagordi” viene ammazzato in una rissa tra osnaghesi e usmatesi dovuta forse a piccole beghe campanilistiche, politiche o d’altro tipo, in quel di Lecco, dove si trovava con gli amici coscritti per la visita militare. Perché progresso e laicismo significarono esercito di leva.

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La vera causa del morto è però secondo l’autore il matrimonio tra coltello e vino, una vergogna che a suo avviso affligge il tipo certo non esattamente ideale che chiama “l’Italiano”. “Dove arriva l’Italiano arriva il suo coltello, spaventa gli altri popoli, che ci chiamano nazione del coltello… L’Arabo che adora Maometto, impallidisce di paura, quando si vede venire incontro minaccioso un Italiano. L’Arabo ha orrore del sangue e considera chi lo sparge poco meno che figlio del diavolo: e ha ragione”. De Marchi provocatore, sovversivo, raccontaballe, o forse giusto confuso da mescolare i lombardi a tipi etnici ben diversi più vicini agli arabi e far degli islamici figure angeliche? I corsi e ricorsi della storia narrata da confusi o forse con enormi code di paglia.

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“L’Arabo” – da sempre sobrio come voleva Maometto, e senza coltello, certo, ma con in mano una bella scimitarra, e pronto alle invasioni e allo sterminio – sono stati infatti contati circa duecentosettanta milioni di morti sotto la spada islamica, molto avvezza a colonizzare e schiavizzare altri popoli – e “l’Italiano” armato di quel coltello che è per De Marchi l’“amuleto” dei poveracci, specie nel Mezzogiorno, “dove la religione si confonde colla superstizione e perfino col delitto, [e] il coltello si mescola alla corona del rosario e al sacro scapolare”.

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Ma il ragionamento di De Marchi non vale solo per il sud della penisola ma anche per Lecco, e per “altre provincie settentrionali più fredde di clima e di sentimento, dove si fa ballare il coltello per mezzo litro di vino, […] per una fetta di polenta”.

Il problema, per De Marchi, è che gli abitanti della penisola unita dalle armi dei sabaudi sono “più feroci, perché […] più vicini alle bestie che non agli uomini” di quanto non lo siano gli arabi, la povera gente come i signori con i “coltelli lunghi”.

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Il bravo ragazzo muore e la madre ne diventa mezza matta, prima rinchiusa in ospizio e poi in giro per il paese a chiedere l’elemosina, sempre ad aspettare il figlio che non fa ritorno da Lecco.

L’assassino, invece, si fa dieci anni di prigione e, rimbambito dal vino, viene infine trovato in un fosso, in una gelida notte d’inverno, “non si sa se morto di fame, o di freddo, o di malinconia”.

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La colpa, per De Marchi, era del coltello, non del fatto di usarlo solo per difendersi e non per offendere. Lo stesso varrebbe per la pistola e il fucile. Sia mai che l’amico Edmondo De Amicis non possa concludere il suo Sangue romagnolo come si deve. E vale a dire col buono morto ammazzato.

Ma se De Marchi e De Amicis si prendevano molto sul serio con le loro idee di progresso, Antonio Ghislanzoni, che fu narratore e pure librettista per Giuseppe Verdi, autore dei testi della celeberrima Aida e della revisione di altre due opere, è invece un fulgido esempio di satira che tutto coglie e fustiga non senza colpi di genio.

Marco Settimini