Sotto il sole d’agosto che asciuga la pelle e pizzica le spalle, parlo con Emidio Clementi. Scrittore e frontman dei Massimo Volume, impegnato anche in altri progetti musicali come Sorge, porta sui palchi d’Italia spettacoli come Notturno Americano e Quattro Quartetti, in cui ha sempre cercato di condensare la musica alla poesia, la propria e degli altri. Avevo molte domande da porgli, volevo partire − come al solito – dal generale per giungere al nocciolo delle questioni, ma siamo invece rimasti lì, in periferia, a nostro agio, lontani dal tramestio critico e dalle rincorse affannose alla compiutezza.

Partiamo dall’inizio: la cosa più semplice, la cosa più difficile. Come e quando è iniziata la passione per la “letteratura”?  Senza paroloni: quando hai capito che non potevi più fare a meno delle parole scritte sui libri, gridate nel silenzio delle righe? Quando è nata l’urgenza, la necessità ineludibile di scriverne, di urlarne di tue, e insieme ad altri metterle in musica?

La passione per i libri è nata durante gli anni del liceo. Ero un frequentatore assiduo della biblioteca di San Benedetto del Tronto e credo, senza presunzione, che a diciassette/ diciotto anni, avessi già raggiunto la consapevolezza di quello che cercavo in un romanzo: non mondi di fantasia in cui perdermi, ma una profondità che mi permettesse di comprendere meglio la realtà. All’epoca ero però anche molto attratto dal libro come oggetto. La copertina, la qualità della carta, i caratteri; è lì che cominciava la magia, prima ancora della disposizione delle parole, prima del senso. Riguardo all’urgenza non so. Forse è nata dopo la mia permanenza in Svezia, un periodo di formazione importante come pure di estrema solitudine. Sono tornato in Italia colmo di parole e pensieri inespressi. A quel punto ho aperto il rubinetto e ho lasciato colare le frasi. C’ho messo poco a scoprire che scrivere dava una dignità diversa alla mia esistenza, la rendeva preziosa; se non altro ai miei occhi.

C’è una differenza notevole, credo, tra la parola viva, la parola detta, pronunciata, e la parola muta, congelata nel libro, nella speranza di esser letta da qualcuno. E, ancora, c’è differenza, credo, tra la sintesi di un testo che vive su un palco – e tutti i limiti e i pregi ad esso connessi – e un testo che può servirsi della marcia lenta e costante del romanzo, o del racconto. Come hai fatto a giostrarti tra tutto questo? Esiste questa difficoltà? Dove ti senti più a casa?

Quando scrivo per la musica di solito preferisco lavorare una volta che la canzone ha preso forma. La musica crea un ambiente e influenza la scrittura. Magari non so ancora di cosa parlerò, ma ascoltando e riascoltando i provini, so già se sarà o meno un testo in prima persona e che tipo di registro adotterò. La narrativa non ti concede certi appigli. La scrittura diventa in quel caso una lenta operazione di sedimentazione. Si cerca un equilibrio tra tensioni diverse, a volte in contrasto tra loro: la chiarezza, il ritmo, il senso, la musicalità. È facile cadere nella frustrazione quando si passa settimane intere sulla stessa pagina. Forse per questo, se mi guardo indietro, ho come l’impressione di aver vissuto in una continua impasse creativa, in cui non trovo mai la parola adatta, la frase risolutiva. A volte sono costretto ad aprire la mia pagina di Wikipedia per assicurarmi che qualcosa ho comunque combinato in tutti questi anni.

Spesso, per quello che fai, ti capita di stare su un palco – a volte con un basso in mano, a volte accompagnato dalle musiche di Corrado Nuccini – sempre, però, con un microfono che ti aspetta e la gente davanti che ti guarda: è una grande possibilità. Giorgio Caproni diceva che bisognerebbe “risparmiare al massimo il rumore delle parole” per essere diretti, incisivi, efficaci. Tu invece, in mezzo al rumore delle chitarre elettriche, come te la cavi? Declami, credo, parole preziose per te; non hai paura che cadano nel vuoto?

Certo che ho paura. Ogni spettacolo ha un alto quoziente di fragilità. È una sfida, che non sempre si vince. Rispetto agli esordi però oggi ho un nome. Il pubblico è più rispettoso. Magari qualcuno si annoia, ma cerca di non darlo a vedere, preferisce implodere in sé stesso piuttosto che rumoreggiare. Un tempo, dopo tre o quattro pezzi, la sala si svuotava. Il fatto di non cantare sembrava una scelta inconcepibile o comunque disturbante. Il pubblico non era abituato neanche alla forma del reading, che oggi invece è diventato un genere molto diffuso.

Robert Lowell, Philiph Roth, Mavis Gallant, François Villon definiti da te tuoi maestri nel brano dei Sorge Noi facciamo ciò che siamo. Li chiami tutti a raccolta, così come Nietzsche, Novalis, Ellroy e Carver nell’ultimo disco, come i santi di un calendario. La scrittura diviene quasi un banco di chiesa, dove recitare la tua personale preghiera. È così? Ma cos’è un maestro per te?

Mi chiedo se in realtà abbia mai avuto dei maestri. Se il rapporto con un maestro consiste in qualcosa di più intimo dell’emozione che si prova durante la lettura di un libro o nell’ascolto di una canzone scritta da qualcun altro, ti direi di no, non ho avuto maestri. In qualche maniera ho cercato di prolungare l’emozione ricevuta da lettore o da ascoltatore rubando le voci degli altri: quella di Jim Carroll, di Emanuel Carnevali, di Robert Lowell, di Claudio Piersanti, di Goffredo Parise, di Sam Shepard, di Mavis Gallant. Ma ho sempre vissuto in una posizione periferica, appartata o forse semplicemente postuma. Non ho mai avuto uno scambio diretto, un vero dialogo con gli artisti che ho stimato.

“I admire the devil for he leaves things unfinished. / I admire God for he finishes everything” (Da Almost a God). Sono versi bellissimi di Emanuel Carnevali, italiano di nascita, americano per elezione, destino, caso. Credo che in qualche modo esprimano quella supplica franca, quella disperata antifona tipicamente americana. Si avverte una compiaciuta malinconia e una sorta di nostalgia dell’arido e dell’incompiuto, come nella poesia Giorno d’estate, sempre di Carnevali, in cui si cerca di richiamare a quel sentimento di sospensione che permetteva di “toccare le cose religiosamente”, espressione a lei molto cara. Ecco, ma cosa significa, cosa vuol dire per te? E al di là di Carnevali, cosa ti porti dietro, cosa ti ha conquistato degli autori d’oltreoceano?

La prima frase del verso che hai citato mi fa venire in mente Il torso arcaico di Apollo di Rilke, un meraviglioso esempio di poesia moderna, costruita interamente sulla mancanza, sull’incompiuto. Forse perché non sono così abile nel dare una struttura forte alle cose che scrivo, è una frase che sento molto vicina. Ma anche come lettore preferisco i romanzi e i testi che comunicano un senso di incompiutezza e lasciano a chi legge lo sforzo di immaginare il resto. L’imperfezione è un’arma che, se si sa come utilizzarla − almeno dal mio punto di vista −, dà maggiori soddisfazioni rispetto al segno compiuto. I libri che ho amato di più sono tutti libri imperfetti, compreso Il primo dio. Tornado però a Carnevali, credo che il debito più grande che ho nei suoi confronti sia stato quello di avermi donato uno sguardo nuovo. Leggendo il suo romanzo mi sono reso conto che lui vedeva la realtà (una realtà per certi versi simile alla mia) in una maniera più acuta, più profonda. Senza di lui avrei continuato a credere di avere bisogno di una vita diversa per diventare uno scrittore. Osservando invece con i suoi occhi il mondo che mi circondava, ho capito che quello che mi serviva era lì, intorno a me. Bastava solo scavare, penetrare quello strato di ovvio che avvolge l’esistenza di ognuno di noi.

Per concludere, parlami dell’ultimo lavoro dei Massimo Volume. Ho visto molti sold out in giro. Sei soddisfatto? Cosa c’è di nuovo e cosa distingue “Il nuotatore” da tutti gli album precedenti?

Il fatto di avere pubblicato un numero limitato di dischi fa sembrare quello che facciamo molto studiato. Non è così. Alcune soluzioni ne Il nuotatore, così come nei dischi precedenti, le abbiamo trovate all’ultimo momento, a volte quasi per caso. Spesso c’è una direzione di massima che intendiamo seguire, ma siamo anche pronti a imboccare strade laterali, non preventivate, se ci appaiono interessanti. Il Nuotatore è il primo disco composto in tre e quello in cui ho lavorato in maniera più decisa con le rime. Anche lo stile chitarristico di Egle ha subito un’evoluzione, arrivando ai limiti delle sue possibilità, tanto che in certi punti sembra di ascoltare un synth o un organo. Detto questo, continuo a trovare stupefacente riuscire a completare un disco, così come un libro. È un percorso ricco di insidie, di continue incertezze. Ma alla fine del percorso, pur con tutti i limiti e le imperfezioni, l’immagine creata appare nitida. Forse non era lì che avevi deciso di arrivare, ma da qualche parte sei comunque arrivato. Ma subito dopo − per fortuna, mi viene da dire − ti rendi conto che non c’è mai una tappa finale. L’irrequietezza ti spinge oltre, magari non sempre avanti, ma in ogni caso in cammino.

Maurizio Allegretta

*In copertina: Emidio Clementi nella fotografia di Simone Cargnoni