“I morti non ci lasciano, si spostano e basta, si trasferiscono in altre terre, ci chiamano nei sogni nominandoci, resta solo il nome a volte”: su “La luce prima” di Emanuele Tonon

Posted on Agosto 12, 2019, 9:09 am
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Mi hai chiamato, prima di continuare a morire.” Così inizia lo splendido e sofferente romanzo La luce prima di Emanuele Tonon (Isbn, 2011). La prima pagina è devastante, ho dovuto aspettare che fosse estate e che qualcuno mi fosse accanto per andare oltre alla prima riga. Poi non ho voluto più nessuno vicino per leggerlo. La luce prima (è un lungo canto di amore e di abbandono alla madre, un canto limpido e senza pudore, un amore quasi urlato per raggiungerla dall’altra parte della paura e del buio.

Tonon parla alla madre in un ininterrotto dialogo, alla madre che era e che continua a esistere dentro di noi, a quella forma di luce che ci viene concessa con la nascita solo tramite la madre. Siamo dentro al dolore dell’abbandono, che è il primo trauma che conosciamo, tutti conosciamo la paura dell’assenza unita al rifiuto. La nascita stessa è la prima forma di abbandono, veniamo spinti dalle contrazioni con forza da un involucro caldo e scuro, immersi nel liquido come pesci, e finiamo nel freddo di una sala da parto, nella sterilità, nelle luci al neon, nella spaccatura che si apre nei nostri polmoni. Smettiamo di essere due, diventiamo uno. Iniziamo a essere soli.

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La luce prima è un romanzo di coraggio, si canta l’amore primo, quello che ci viene addosso nel primo vagito, l’amore che ci viene insegnato, il primo amore che proviamo. Tonon chiama la madre “amore”, osa questa parola, la ripete appena può. Ce la mette davanti quasi a ogni pagina. Questo libro ci fa innegabilmente affrontare i nodi irrisolti con la madre, li spezza direttamente, apre i fili, stende tutti i panni alla luce del sole. Tonon ci avverte, ci insegna che si deve amare la madre, cantarla, parlarle, curarla prima che avvenga l’ultimo abbandono. Io mi sono chiesta se avessi preso abbastanza le mani di mia madre tra le mie, mi sono chiesta perché si ha paura di mostrare l’amore per la madre, perché dimostrare affetto è debolezza. Abbracciarci non ci rende meno soli, non ci rende meno individui, ma possiamo restituire almeno per un minuto alla madre quel nucleo caldo dal quale con dolore ci ha tolti.

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Questo di Tonon è tutto fuorché pietismo, non c’è esagerazione. Solo un intimo dolore condiviso, la fatica di portare fuori le parole e renderle cosa comune, cosa giusta. La luce prima è anche un dialogo con l’aspetto sacrale che sta negli estremi, tra nascita e morte, “Ti imponevo le mani. I medici dicevano che avevi il cervello pieno di sangue. Quei medici che sapevano tutto e volevano insegnarmi la vita”. Quindi il tocco come tentativo di contatto tra vita e morte, come ultima risorsa per tenere insieme la vita, per chi la vita ce l’ha concessa senza chiedere, spesso senza neanche volerla. La morte infine non più come abbandono ma come spostamento, “Il mio amico sciamano mi dice che è solo spostamento, amore. Mi dice che ti sei solo spostata, e dove ti sei spostata non posso vederti”. I morti non ci lasciano, si spostano e basta, si trasferiscono in altre terre, ci chiamano nei sogni nominandoci, resta solo il nome a volte. Il nome non smette mai di essere l’ultima forma di comunicazione, forse la sola possibile tra queste due terre. “L’ho sentita chiarissimamente, la tua voce, e nessuno potrà mai dirmi che è stata una proiezione, è la prova certissima che ho della comunicazione tra i vivi e i morti”.

Clery Celeste