“Ho sempre amato le donne brutte: all’inferno tutti i romanzi del mondo che parlano solo di bellezze!”. Elogio di Emanuel Carnevali, un incrocio tra Thomas Mann e Charlie Chaplin (di certo, è più brillante di Arbasino)

Posted on Agosto 01, 2019, 8:25 am
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“Perché in copertina c’è Schiele, ed è tutta gialla! E perché ho letto la prima pagina, per farmene una idea, e allora le ho lette tutte e trentadue, con la libertà di non dovermene fare nessuna, di idea, e la sensazione che mi sia capitato qualcosa di inaspettatamente molto bello”, mi dice, poiché chi fosse Emanuel Carnevali lei non lo sapeva, come non lo sapevo neanche io prima di ritrovarmi tra le mani il dono della donna che mi ama, preoccupata per me, perché viviamo nel ventunesimo secolo e esistono due tipi di stress: quello da eccesso cronico da lavoro e quello da mancanza cronica da lavoro, in mezzo non c’è niente, anzi al centro c’è lo stress comune da denaro, che occorre per farsi una vita che le tenti tutte, svitandosi nel frattempo, per smarcarsi dallo stress da bisogno-di-denaro, e non credo le alternative siano infinite: o fai come racconta, disegnandolo pure, Hideo Azuma nel suo Diario della mia scomparsa, ovvero prendendo su e andando a vivere da barbone nei dintorni dei caseggiati con boschetto vicino, e in quel caso sopravvivi se trafughi gli spicchi di mandarino utilizzati come esche nelle trappole per uccelli e se freghi le confezioni di formaggio agli altri barboni, fortificandoti col sakè fino a quando non ti becchi una sindrome di Wernicke-Korsakoff, oppure fai in modo siano gli altri a fare i soldi al posto tuo per te, e poi sarai tu a pubblicare uno di quei manuali dove spieghi agli altri come possono farli a loro volta: per esempio, vendendo manuali sul come diventare ricchi subito, per sciocchini, for dummies. Non so neanche dove sia riuscita a scovarlo questo libricino della Via del Vento Edizioni, sita in Via Vitoni, Pistoia, datato giugno 2012. “Eccoqua, per darti un mezzosorriso” mi scrive nella dedica, e io inizio a leggerlo nella canonica metropolitana tra un andare e tornare pendolare, col guasto tra una stazione e l’altra, è la mia mascherina d’ossigeno mentre l’umore precipita, mettendo momentaneamente da parte il Ritratti italiani di Arbasino che avevo in corso. Emanuel Carnevali non appare nei ritratti di Arbasino, eppure sono sicuro gli piacerebbe, ha quella leggerezza che Arbasino lamenta manchi nella letteratura italiana, sempre con quella posa sciatta e accattona “dove pare che gli italiani siano un popolo accigliato e muto, imbranato, incapace di dialogo se non astratto o afflitto… Un popolino sprovvisto di espressività orale e gestuale e dialettale popolare-elegante, cioè teatrale non volgare. Come se fossiamo adatti solo agli sberleffi pecorecci dei film comici e alle facezie goliardiche per laureati su Internet”.

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Scoprirò soltanto a fine lettura, senza aver dato neanche il tempo ai macchinisti di riparare ai guasti, nella postfazione di Francesco Cappellini, che avrò letto Emanuel Carnevali nato a Firenze il 4 dicembre 1897 in traduzione, perché questo suo testo fin lì inedito in Italia è all’origine stato scritto in lingua inglese: “La presente traduzione è stata condotta sul volume The Autobiography of Emanuel Carnevali edito a New York nel 1967”: che uno scrittore italiano, per poter essere uno scrittore, per non soccombere al germe della letterarietà italiana, debba giocoforza come minimo emigrare in America e in Italia tornarci o per le cure, come nel caso di Carnevali, o per fare l’esperienza decisamente insolita di un esilio al proprio domicilio fiscale, come nel caso di Aldo Busi che dopo una formazione europea è rientrato in Italia, lasciandola per scomparire a Montichiari? Nella Premessa al suo Nudo di madre (Manuela del perfetto Scrittore) scrive: “Putroppo, dal 1995 a ora, si è fatto strada e poi è sbucato fuori il predatore più imprevedibile e crudele per me: il rimorso di avere scritto la mia opera in italiano”.

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Non ho ben capito se la traduzione dell’opera di Carnevali sia stata condotta dal curatore che è il postfatore stesso, Francesco Cappellini, comunque l’ho trovata eccellente: fin dalle prime righe non mi sono più sentito incastrato nel nodo ferroviario, così metonimico per dire l’Italia, ma in una mia stanza linguisticamente esclusiva a Villa Rubazziana!, cioè in una casa di cura: esattamente dove già ero, ma godendomela un mondo (di nuovo, citando da Arbasino, dal suo capitolo su Flaiano, citando Gadda: “Vorrei essere considerato uno scrittore umoristico, se umoristico non avesse una connotazione ferroviaria in Italia”). E quando accade: ecco a voi la letteratura. Per dire le cose con un margine d’ordine: l’opera è Corteo di personaggi a Villa Rubazziana, è un La montagna magica di un Mann che abbia fatta sua la prima lezione americana di Calvino, o che comunque ha contratto qualcosa di ben più celere e letale di una tisi che ti lascia tutto il tempo per le dissertazioni enciclopediche. A pagina 5 così viene descritto Arches: “Il suo corpo era piccolo ma conteneva perfettamente il suo animo, che non era affatto grande”. Arches è un “Giovane fascista di Faenza, era stato accusato di aver assassinato un uomo durante una spedizione punitiva dei fascisti. In effetti era innocente[…]”: un fascista innocente? E quando l’avrebbero pubblicata in Italia un’opera così sovversiva, cioè così di letteratura, che non si sente in dovere di rendere conto e dunque di applicare qualche sconto a qualsivoglia ideologia? Per tornare a Busi e al suo Nudo di madre: “L’esperienza da Scrittore mi ha insegnato che l’esperienza che hai fatto con i cattivi è ancora niente rispetto all’esperienza cui potresti andare incontro coi buoni”. E dunque: “La vita messa alle strette è speculare alla Letteratura in tutta libertà”. In letteratura non accade quello che è consono, quel che è moralmente approvato e atteso: accade quello che le va, ovvero: la realtà al di là delle convenzioni e delle convenienze. Aldo Busi situa la letteratura “al Punto di bruttura” e Carnevali scrive: “Ho sempre amato le donne brutte: all’inferno tutti i romanzi del mondo che parlano solo di bellezze! Ho sempre amato le donne brutte perché è loro prerogativa, talvolta, diventare bellissime, nei momenti più importanti della vita; laddove una bellissima donna ha tutto da perdere nel cambiamento, e cambiamenti del genere si sa che accadono”. Quando dico alla donna che amo, e che mi ha fatto regalo di quest’opera, che è bella, le sto allora dicendo che è brutta tranne che nei momenti importanti o che è importante che nei momenti che lo sono altrettanto mi nasconda il suo viso? Io sono al colpo di fulmine, sto amando Carnevali e sono alla sua piè di pagina quando, dopo aver scritto quanto ami una donna, poi scrive: “E ricordo che ero innamorato di lei e di un’altra sua sorella”. Un anticlimax stupendo, espresso con la laconicità di un Kafka, con nessuna trovata machistica, deprimente: lui ama di vero cuore!, una donna e la sorella di lei.

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Se incrocio Groucho Marx con Charlie Chaplin riesco a farmi una idea visiva dello stile di Carnevali, e quindi certamente non è un caso se l’opera ha una improvvisa accelerata slapstick e i personaggi di Villa Rubazziana entrano e escono senza quasi aver neppure più il tempo di farsi centrare dall’occhio di bue sul palco. Ripeto: Carnevali non è Mann che se l’è cavata con una sfioratina di tubercolosi e che per scrivere la sua opera ha impiegato gli anni dal 1912 al 1924; Carnevali ha l’encefalite letargica e questo è il diario scritto tra il 1924 e il 1925, durante il soggiorno a Villa Baruzziana, alla periferia di Bologna. Come nella (non)conclusione che Hideo Azuma ha scelto per Il diario della mia scomparsa, alla fine del capitolo Reparto 5: “Ci sono un mucchio di persone e di cose ancora da raccontare, ma sarà per la prossima volta…” Senza preamboli o segnali acustici e/o sonori che preparassero al congedo: nessun finale, si viene cacciati fuori, e com’è forte la voglia di rientrare: sia nel reparto per alcolisti di Hideo Azuma sia nella Villa Rubazziana di Carnevali; invece nella galleristica di Alberto Arbasino non è che abbia tutto questo desiderio di rientrarci, in quei ritratti inquietanti, come di un tempo sprofondato che sprofondando ha lasciato pochissime tracce, dove Gianni Morandi “È giovanissimo, sembra minuscolo, addirittura fragile: ma ha mani molto stese, e dita molto grandi” e gli italiani ricordati sono, tra gli altri, Gianni Agnelli, Mario Bortolotto, Eugenio Garin, Fausto Melotti, Italo Pietra, Piero Tosi… “[…]atassici, sifilitici spinali, poliomelitici, che vacillavano, tremavano, dondolavano, si agitavano, al passo del gallo, dell’oca, e che penosamente seguivano i suoi passi [del Professor Blacks, il direttore della villa con la barba rossa, furbo e malizioso]”: con questa lista d’apertura, e meglio integrata nelle pagine successive, Emaunel Carnevali, eccezion fatta per le diagnosi specifiche, non offre una rappresentazione ben più ficcante e contemporanea e degna di passare per “Ritratti italiani” di quella arbasiniana? A me certo s’addice di più, altrimenti la donna che mi ama non l’avrebbe mica regalata all’everyman che sono.

Antonio Coda