Apologia della tenda

Posted on Marzo 08, 2021, 7:36 am
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La tenda, in lontananza, sembra una vela, il sopracciglio dell’alba, cosa evanescente, perciò umana. Chi sceglie la tenda onora la vita, gli elementi: il vento dà una forma sempre nuova alla tenda e le stelle ne svelano la natura fiammeggiante. Come una candela, la tenda illumina i luoghi dove plana; come una candela è parziale, precaria. Si erige una tenda sapendo che si leverà, come si leva l’ancora. E la tenda, crollando, si spegne, aprendo la corolla di stoffa, come una candela.

La tenda è connaturata all’uomo, perché l’uomo non è stanziale: cresce, cerca, anela, va. La tenda obbliga al movimento, dunque all’audacia – la casa, al contrario, questo tentativo di stabilire in editti in mattone la storia, è una levatrice di vigliacchi. La comodità della casa accoda ai piccoli, chi è stanziale ha idee a corto raggio, l’intimità con i luoghi – per lo più priva di dedizione: è lo sconosciuto a invitare al rito – impedisce lo scatto, il salto, la scoperta.

Nella tenda le relazioni si rinnovano, mutevoli come la sfida alla sorte; la casa è la serra di famiglie rette nell’ipocrisia, è la basilica di promesse che spesso sfogano in incubo. La casa non è diversa – anche nel profilo architettonico – alla tomba: non possiamo che meditare un’altra vita perché questa, stretta in quattro mura, è grigia claustrofobia. Chi abita la tenda è fatalista, propenso ad omaggiare con gioia questa vita, eventualmente a impugnare l’etica della rinascita. Chi abita la tenda non ha proprietà: non ha paura di perdere tutto; conosce la transumanza delle costellazioni, i segni e i tatuaggi dell’epoca. La casa è eretta da chi – consciamente o meno – ha terrore: è un rifugio armato, l’ardore della proprietà, del mio, ma possesso e possessivo implicano frustrazione, si è reclusi nella rete ampollosa delle conseguenze.

Tipi: dimora degli Oglala Lakota, 1891

La tenda obbliga a considerare il miracolo un fatto naturale; la casa è la palude della ripetizione, vita stipendiata ma priva di compito autentico, verticale. Una casa si può distruggere, si può radere al suolo – una casa può essere sradicata e sparire, in virtù di un’altra. La tenda no: può volare, si può lacerare, può rivelarsi inutile, ma non si distrugge. La sua natura mutevole, mobile la fa invincibile: non ha radici, ma il palo della tenda è un binocolo, è lo zenit. La casa offre una falsa idea di tradizione, di legame con i luoghi; la casa, piuttosto, sorge come muschio, diventa muffa, una cancrena che consegna una legione alla nostalgia. Chi ha casa, in fondo, vuole fuggirla. Solo nell’ambito della tenda, invece, il clan coalizza un canto originario, che ha vocazione di avvenire. La tenda si muove in misura di un destino, di una destinazione – la bovina stanzialità della casa non ne argina la rabbia. Di una tenda si può abitare anche l’ombra, come se fosse una soffitta.

Ci si ammazza per un nonnulla tra vicini di casa; nelle pianure, invece, si duella con il sorriso, per difendere la bellezza di una principessa intravista nel sogno e ambire a un regno oltre il prossimo colle. El Dorado, Shangri-La, la Città Azzurra, la Sion in questa terra la può anelare soltanto chi vive in una tenda, ed è pronto a credere a ogni morgana.

Lavvu: dimora dei Sami, 1900

Come si sa, la Bibbia è il libro dei nomadi, tende come eterne cuciture sulla bocca di Dio. Si pensa che il Libro sia stato istoriato, nei millenni, su una tenda, per orientare il flusso degli sciacalli e dei nemici. “Abram levò la tenda… piantò la tenda…”: la Bibbia è una immane cerca. Il profeta abita il deserto, il popolo è in esilio: la costruzione di Gerusalemme è più un tradimento che un prodigio. Dio vuole essere inseguito, ma infine ha pietà della debolezza umana. È nella città, infatti, che si insinua il desiderio di idoli, che s’incunea il vizio, che l’amore si sfa in lussuria, la grazia del cibo in vomito, il dono in denaro. Il Tabernacolo, il Santo dei Santi, in origine, è un labirinto di tende, perché Dio non si può stazzare in mura. Dio abita la tenda, icona del suo respiro, emblema della sua voce – il Tempio ne è una interpretazione misera, che minimizza il divino. Allo stesso modo, chiese e cattedrali – costruite a imitazione della tenda – sono la torsione del patto, dacché “il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”. D’altronde, il più grande impero del mondo, quello mongolo, è stato creato dal popolo delle tende. Le fantomatiche città, prese d’assedio, si rivelavano una trappola; i palazzi una migrazione nel massacro. Così, Gengis Khan preferì sempre la frugale inconsistenza della tenda alla dimora d’oro.

Chi abita in una casa e frequenta i palazzi si muta in sofista, impone commi alla legge, note e appendici; predilige una scrittura serpentina, per professionisti. La tenda è lo spazio della formula magica, della poesia istantanea, della preghiera che non va compresa ma danzata. Le parole non dimostrano, evocano, nella tenda, che è come passeggiare, da ospiti, nel cuore della terra. La casa impone un abito sociale, un’abitudine alla schiavitù, l’invidia, infine. Nella tenda ci si appropria dell’avventatezza, si concepisce l’amore per rapimento, si sa il balsamo della solitudine. La tenda ci avvicina alle stelle, in verità è una navicella spaziale.

Wickiup: dimora degli Apache, 1903

Alessandro Magno amava la tenda: sfibrato dal vagabondaggio in Oriente si fece convincere che il re è un dio, e fu inghiottito, fino a morirne, dal lusso. Che abominio: un dio è potente per sottrazione, non ha dimora, frequenta il falò, il vento, la colonna di nubi. La tenda è come una nuvola: chi vi abita si addormenta uomo e può svegliarsi lupo, volpe, falco.

Solo nell’aura della tenda i ricordi diventano mito; in casa si impilano nell’album, si sfasciano in pettegolezzo. D’altronde, tra focolare e fuoco la differenza è evidente: in un luogo ti scaldi, nell’altro sei incendio.

Davide Brullo

*Per gentile concessione si pubblica un articolo, “Apologia della tenda”, edito sull’ultimo numero de “Il Bestiario degli Italiani”