Elogio di Claudio Gentile, il difensore che aveva il numero dei giusti e che mandò in pensione l’orco cattivo dopo aver annientato Zico

Posted on febbraio 28, 2018, 10:52 am
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Cosa accomuna i bambini di strada delle favelas brasiliane a quelli della periferia di Buenos Aires? O gli scugnizzi dei quartieri degradati del centro di Napoli ai figli di marocchini che abitano nella banlieue di Parigi? Nelle teste di tutti c’è un sogno che ha la forma rotonda di una bola, una pelota, un ballon, ‘o pallone che fa diventare calciatore professionista e uscire dalla miseria. E anche quelli che si accorgono già in strada di non avere l’estro per diventare fantasiosi trequartisti, se solo ascoltano dai loro padri la storia di Claudio Gentile, difensore dell’Italia di Bearzot campione del mondo nel 1982, in breve si convincono che nulla è perduto per sempre, che la volontà è più forte del talento: basta dimenticare Zico e Maradona e scegliere modelli di utilità calcistica più simili a quel pitbull coi baffi che, dopo avere azzannato le caviglie dei più talentuosi avversari, ringhiò a un giornalista che gli rimproverava l’eccesso di agonismo: “Il calcio non è sport per ballerine”. Darwin Pastorin, giornalista sportivo figlio di emigranti italiani in Brasile, racconta che “un tempo i numeri delle maglie raccontavano gli uomini e non soltanto i giocatori. Il numero 2 era l’antitesi del numero 3, che era decisamente più elegante e aveva la possibilità di andare all’attacco. Il terzino destro invece era un difensore puro, arcigno, dai piedi poco buoni, ma dal cuore generoso”.

Esattamente come Claudio Gentile che, nel 2007, il quotidiano inglese The Times inserì all’ottavo posto nella classifica dei calciatori più rudi di tutti i tempi (al primo posto c’era lo spagnolo Andoni Goikoetxea, detto “il macellaio di Bilbao” e noto per aver spezzato la caviglia di Maradona).

Nel 1982, dopo la partita Italia-Brasile che comportò l’eliminazione della Nazionale verdeoro dal Mundial e passò alla storia del calcio carioca come “la tragedia del Sarriá”, le mamme brasiliane cominciarono ad apostrofare i bambini più disubbidienti in questo modo: “Se non mangi chiamo Gentile! Se non la finisci di piangere viene Gentile! Se non dormi dovrai vedertela con Gentile!”.

Ma che cosa aveva fatto di così terribile il nostro numero 2 per mandare in pensione l’uomo nero e l’orco cattivo che da secoli svolgevano con serietà e competenza il loro mestiere, terrorizzando i bambini di tutto il mondo? Semplicemente, aveva cancellato Zico dal campo con una strategia che il campione brasiliano aveva bollato come “la rovina del calcio, la scelta di distruggere il gioco avversario utilizzando il fallo sistematico”. Al resto, alla mistica del pallone, aveva pensato Pablito Rossi che, dopo una serie di prestazioni scoraggianti, era risorto segnando una tripletta.

Quel giorno Claudio Gentile indossava il numero 6, ma è con il 2 che ha giocato in tutta la carriera, e quel numero gli è rimasto impresso sulla pelle. La Cabalà ebraica sostiene che il 2 è il numero del giusto, e Gentile è convinto di esserlo: “In carriera sono stato espulso una sola volta, per fallo di mano”, dichiarò un giorno alla Gazzetta. “E non ho mai fatto male a nessuno”.

I tifosi che guardano le partite in tv con gli occhi che luccicano, stravedono per Messi, Ronaldo, Higuain. Sono pochi quelli che si emozionano per le gesta dei grandi difensori. Eppure, i campionati non si vincono segnando un gol in più dell’avversario ma subendone uno di meno. Sembra una boutade, ma come dimostra la carriera di Zeman, allenatore filosofo di un calcio bipolare, produttivo in attacco e tragicomico in difesa, se provi a vincere tutte le partite per 5-4 o 4-3, prima o poi incontri quella squadra che fa un gol più della tua. È facile innamorarsi dei campioni e prendere in giro un difensore per un tiro maldestro o un rinvio in gradinata, ma il più delle volte la vittoria ha il volto grintoso di questi uomini rudi, e la storia del calcio insegna che dietro ogni maestro del dribbling ci sono mediani e difensori che gli coprono le spalle.

Francesco Consiglio