Elogio di Carolus Cergoly: compie 110 anni il futurista asburgico che ha scritto libri indimenticabili. Ma nessuno lo ripubblica

Posted on Febbraio 21, 2018, 1:00 pm
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C’è un sentimento che provo guardando verso ovest, recita una celebre canzone dei Led Zeppelin. E ce n’è un altro che si prova quando ci si rivolge a est. Così come c’è stato un cinque maggio della poesia italofona e pure un suo quatto maggio, anch’esso funebre, ma molto meno tetro; più leggiadro, assai più caro. Come l’allegria malinconica di Carolus Luigi Cergoly Zriny (o Serini), a Trieste nato, nel 1908, e morto, nel 1987, trent’anni fa, il quattro maggio.

Il quattro maggio di una poesia solo in parte italofona, in questo caso, diversamente dalla grande voce italiana, Manzoni, che fu tanto insicuro della sua identità lombarda da sentirsi in dovere, probabilmente sbagliando come ebbero a dire Arbasino e Quadrelli, di sciacquare in Arno per farsi accettare dagli italiani d’occidente, dalle tre future capitali.

L’acqua in cui si bagna l’arte poetica di Cergoly non è certo quella dell’Arno, bensì dell’Adriatico, sponda meno considerata eppure, rispetto per esempio a una Toscana eternamente sovrarappresentata, da tempo ben più intrigante, più eccentrica: da D’Annunzio a Zeichen, da Geminello Alvi a Zanzotto, passando per due dark, Michelstaedter e la Santacroce.

Ma restiamo a Trieste e anzi torniamo come Cergoly con “anima isolata e controcorrente” a ciò che fu a cavallo dei secoli XIX e XX, quand’era città immediata all’Imperatore “dal passo elastico e dagli occhi azzurri come la porcellana di Limbach”, all’Impero e al mondo tutto: al “mondo di ieri”, come lo chiamò, più o meno infelicemente, Stefan Zweig.

Il mondo delle rovine neoclassiche (de Il ghiaccio del mare, tra gli altri) di Arturo Nathan, pittore ebreo triestino, fa il paio con l’ultima pagina del romanzo d’esordio (per Mondadori, a 71 anni, nel 1979) di Cergoly, Il complesso dell’Imperatore, laddove la prosa è colta da singhiozzi che la trasfigurano in versi: “Crolla l’antico e mutano i tempi niente fiorisce fra le rovine./ Cominciano a sorgere i tempi nuovi./ Sì sì i tempi delle lacrime e del sangue./ L’Imperatore può attendere”.

Il titolo dice tutto e il sottotitolo pure, Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo, del romanzo scritto – anche questo dice tutto – tra Trieste, Vienna e Ragusa (ora Dubrovnik), dopo decenni come giornalista e girovago su e giù per la Dalmazia (non Croazia), futurista negli anni Venti, quando fondò il circolo del “Magalà”, poeta misconosciuto, popolare e aristocratico, dialettale e mitteleuropeo, animo asburgico e lessico triestino, lingua neoromanica come il friulano e i dialetti d’Istria, esito delle commistioni tra latino, residui di idiomi arcaici e veneziano.

cergolyLe immagini cergoliane sono però infinitamente più solari di quelle di Nathan e il suo stile di vita (e di scrittura) è ben riassunto da due righe de Il pianeta Trieste, edito da Bompiani nel 1983 in un volume, Trieste provincia imperiale: splendore e tramonto degli Asburgo, che comprendeva anche il Giallo e nero era il mio impero di Ferruccio Fölkel: “Formalità borghese e tralalà bohémienne; hoplà, noi viviamo. Si vive hoplà ma anche con pennellate di melanconie e tristezze”.

Leggerlo è misurata lussuria. Come quella che descrive in certe scene ispirate dall’Aretino e dall’Adriatico, dionisiaco apollineo, terra cielo, mare vino, sulla terrazza del Carso, nella dolcezza del vivere, prima delle rivoluzioni e della “tragica esca il nazionalismo. […] E niente più O tu felix Austria”, prima di quella che nell’Ecclesiaste privato di Cergoly è: “Vanità delle vanità nazionali che è null’altro che vanità”; prima insomma dello sfegio a quella terra di canti e balli.

Come a Ocisla con lo Scipio Slataper de Il mio Carso, di cui Cergoly scrisse una prefazione tinta di “vini di prontissima beva come il chiaretto di Vipacco oro potabile in bicchiere e l’armonico Terrano vero sangue di drago innamorato”, altrove “color sangue de turco”, vini che sono il frutto di pastini vezzeggiati, “vini ammandorlati austeri corposi e venosi sapidi e ruvidi e ancora vellutati”. Come pure il Cernikal, “il vino delle nuvole il vino dei santi bevitori innamorati” o il Tokaj dei vigneti Brazzano, insomma l’“antico vino Kindermacher”, vale a dire “facitor di bambini in musica gloglò e tira su l’asta e andiamo a far l’amor”, come scrive in Fermo là in poltrona, il secondo romanzo.

Un altro capolavoro. Un altro sottotitolo. I teatri della memoria per trastullarsi e fantasticare scritti da un mitteleuropeo; con Bacco a sollazzarsi con le muse ispiratrici: “Io bevevo e bevo (anche se Febo una notte in sogno mi vietò di bere io continuo a bere da sveglio) e bevo con garbo, con grazia e sono forte e pieno di coraggio per architettare le mie macchine di ideazione, i miei giochi ritmici e fonetici, le mie scelte lessicali”; come già era ne Il complesso dell’Imperatore: “Non bisogna violare le regole del bere per non perdere il piacere del bere.” Orazio docet.

L’immagine di Trieste ne gode quanto chi legge. È Trieste “porto che a guardarlo dall’alto del suo altipiano è come un canestro di mazzi di fiori freschi come la primavera che posa su di uno scoglio” e che “fioriva ogni giorno di più perché le divinità marine erano innamorate di questa città dalle bianche persiane e dai pastini in profumo di vendemmia” (per l’appunto), una “città tutta in odor di salsedine adriatica”, sotto l’altopiano, spazzati, l’una e l’altro, dal “vento azzurro del nord est”. Quando nord est non significava solo industria, e Trieste era ombelico del mondo.

Poi, ci fu una ruttura, dalla convivenza tra austriaci, slavi, italiani, le tre culture dominanti, e greci, ebrei e qualche arabo e africano, sotto il cattolicissimo Impero, ideale di sovranazionalità che, per dirla con Cergoly, “non ha niente a che fare con l’Internazionalismo perché i due concetti si escludono a vicenda”, e che fu “assassinata da coloro che tutto avevano da guadagnare e niente da perdere”. Ed ecco la deriva dei nazionalismi annunciata da Grillparzer, sempre citato sia da Cergoly che da Joseph Roth, e dunque la stupidità e la bestialità, la cattiveria e la catastrofe.

E fu la decadenza: da ricchissimo porto mercantile, prestigiosa scuola nautica, meraviglioso borgo teresiano, centro finanziario asburgico; da porto con i suoi “cantieri tutti battimartello e tutti colli di giraffe e lucide gru” che Piovene definì il migliore d’Italia; da disinvolta “città piena di mare suadente e incantevole, tutta prore spaccamar e riccioli d’onde”; da città in cui “trovare e sentire gradevoli sensazioni dove ingegno, intelligenza e intraprendenza si sono date una stretta di mano non solo europea ma mondiale”; a città orfana e a trincea; bella sì, ma agonizzante.

Ed è la decadenza: il vino facitor di bambini da tempo non agisce più. Non solo Trieste ha un tasso di suicidi che doppia la media nazionale (anche se già nella fin de siècle non si scherzava, come nella Vienna di Schnitzler), ma anche la popolazione più vecchia di questa Italia abortista, le cui femmine sono troppo spesso riottose ad accogliere il “succo caldo di vita che dà la vita al bimbo nel ventre di donna”. Cergoly cantava Trieste “città numerosa di questo sesso e queste sono belle rosse e bianche e sono feconde e vive e alte e secche e spiritose”, la diceva insomma “vivissima”. Ma vi si oggi acuisce l’idea per cui, come ben scriveva nel suo primo romanzo, i morti contano più dei vivi.

Trieste decadente ma dalle messe in latino e serbo e greco, “una religione per fortuna immobile” (Morand, qui sepolto) e quindi incenso, cattolico garante delle altre fragranze (delizie, per Cergoly): “A Vienna odore d’acqua dolce odore di bel Danubio blu ma a Trieste tutti i caffè odorano d’acqua di mare salsa di alghe e di onde coccolte dai refoli della bora”.

Trieste dai doppi toponimi, piazza Unità d’Italia e invero Grande, il molo Audace o meglio San Carlo, e i mille modi per ordinare i caffè, la libreria di Saba, l’aria d’altopiano e i riccioli d’onde, ciuffi del “verzier d’amor” asburgico e mediterraneo della mula di Barcola, callipigia. Trieste: “Adorabile volto/ Inferno e paradiso/ Mio albero cressù/ Dentro de mi”.

Un albero della vita, misura davvero umana; ma anche l’invisibile ponte dall’Impero del Joseph Roth de La Marcia di Radetzky e de La Cripta dei Cappuccini, a quello del Philip Roth de Il lamento di Portnoy. E infatti, ci rivela sorprendentemente Fölkel: “Trieste diventa… contemporaneamente agli Stati Uniti”; e non per caso, ma perché gli avventurieri dell’uno e dell’altro mondo sono spregiudicati, volitivi, superficiali. Trieste punto di transito, di incontro tra mondi, carolingio e bizantino, come in un bel distico cergoliano: “Flusso d’oriente / Riflusso d’occidente”.

Un mondo complesso, quello triestino, in fondo ancora poco conosciuto, e come scriveva Piovene affascinante in virtù del suo isolamento, incastonato in una regione dalla geografia così peculiare, dove s’incontrano il nord e il sud, l’est e l’ovest, natura e civilizzazione, e i colori ― argento, bianco, azzurro, verde, piombo ― che impregnano i versi del “poeta triestin” e che sempre hanno spiazzato chi viveva nel Gebiet von Triest di Francesco I, poi, settant’anni fa, Territorio Libero di Trieste, secondo il trattato di pace di Parigi, mortal sospiro di quel mondo di ieri.

Spoglia letteraria per nulla immobile, né immemore, Cergoly sbalza d’incanto in quello che è l’antitesi del mondo di quel Carducci che, pedante, si ritrova fino a Trieste, in cima a San Giusto (ergo di un mondo in cui non esiste l’Italia). E se nello sfogliare Latitudine nord (la raccolta edita, nel 1980, da Mondadori) si può pensare alla Woolf o a certo Pessoa (“Cinque anni de Psichiatrico/ E avanti ancora/ Solo perché/ Onda marina son/ E niente omo”), è senza schizofrenia, e con irrequietudini diverse da quelle del lisboeta smarritosi tra i tavolini dei bar e quelli spiritici.

La dolina di Cergoly è diurna e, se mai notturna, è festiva. Consapevole che “la bella Eva fu la prima puttanella del mondo e la prima incestuoetta del mondo”, scelse la triade canto vino donne, giuliane e venete e austriache e dalmate, figure leggiadre eppure carnosissime, cosce e tettine: “le donne triestine erano sempre state molto libere e molto emancipate”, e le viennesi come l’Elsa del terzo e ultimo romanzo, L’allegria di Thor, uscito un giorno prima della morte: “una voce sempre velata di permanente orgasmo” – “ed elegante come le cerve in pastura nei boschi”.

Di quel mondo si legge, in prosa e in versi, tra le pagine di questo capolavoro finale:

Una volta al mese si dava un ricevimento con ballo e cena alla mezzanotte, gli uomini tutti in coda di rondine e le signore con certi slarghi nelle schiene tenere quasi porcellanate e qualcuna forse più di qualcuna o quasi tutte con certi nei in posti di lussuria gratuita per i baci degli uomini in coda di rondine.

È passato il tempo per me
Delle foglie nuove
Delle foglie gialle
Mie angeliche creature
Mie esotiche farfalle
Oggi il mio tempo
È quello delle foglie secche
E quando Horus con il dito in bocca me lo dirà
Arriverà il tempo delle foglie morte
Nei teatrini d’argento delle mie memorie
Tutte vi vedo nude e poi con le gonnelle
Tutte in ciacole con il vento
Armoniose come i violini suonati dagli Strauss
Vi ho amato intensamente amato
Per le strade di Francia d’Italia d’Austria e della grande Slavia
I miei capelli sono bianchi
Come il fumo del frassino che brucia
Ho avuto la grazia ed il genio d’incarnare un’epoca e uno stile.

Se nelle pagine di Cergoly traspare, in filigrana, “la fatica di vivere, di scrivere, la stanchezza del fantasticare. Fare e disfare è tutto un lavorare”, c’è ampio spazio per consolazioni come la carne dei maiali che “aspettano la trasformazione in salsicce e lardo tenero come le tettine che guardano in su delle belle ragazze di Varaždin”, e quella di donne che fanno pensare a certi dipinti delle figlie di Loto a dei Matisse: “Sentada in canapè/ Come una levantina/ Labbri lustri de tè/ Tunica verdolina/ Modella le tettine/ Profumade de sonno/ Cucciolette gattine/ Tutte zogo”.

Eccentrici, Trieste e Cergoly, geograficamente e letterariamente. E se Morand concepiva l’esagono di Francia soltanto se inscritto nella sfera della Terra, per Cergoly la sua città – un “pianeta” – esiste solo nell’Impero giallonero. Ma “adorna d’oro e di pietre preziose e di perle, una contata ricchezza è stata distrutta in un momento […]. Requiem Aeternam.”

Rimane il complesso dell’Imperatore, e la complessità di Trieste e di uno scrittore che molto semplicemente si definiva, attraverso il protagonista di Fermo là in poltrona, “una persona sensibile se non creativa alle arti, alla poesia, alle belle lettere, insomma a tutte quelle cose vaganti e leggere che hanno nome bellezza. […] Il mio futuro è nascosto tra le nuvole e tra le nuvole sono nascosti i miei sogni, leggo leggo molto, ma quando si è giovani non si può vivere solo di libri”.

Se non si è più troppo anagraficamente giovani e se si amano i libri, si annoterà l’assenza trentennale di ristampe delle opere del grande poeta dell’Impero di ieri, sulle quali si fa ritorno sempre con gusto, condividendone massime come questa: “In quel tempo c’era ancora tanta fiducia nel genere umano, ma oggi chi vuol sopravvivere a tanta criminalità deve ritirarsi nella propria stanza e starsene fermo là in poltrona e aspettare un bel da niente col pomolo d’argento”. Amen.

Come i personaggi de L’allegria di Thor, Cergoly ebbe la grazia e il genio d’incarnare lo stile di vita di un tempo felice, e scrisse così per consegnarci la memoria di quando si viveva “pieni di voglie per gustare odorare annusare e toccare le cose belle di questo mondo e modo di vivere a striscie giallonere tutte mare e monti e laghi e pianure e fiumi un vivere insomma sapiente un vivere austriaco”, e visse quindi giocoforza “per esasperare i mediocri”. Garbatamente, s’intende.

Marco Settimini