Elisabetta Fadini: “Siamo come le tragedie, alterniamo eroismo e disagio, nell’empietà troviamo riscatto… siamo labirinti e spirali”

Posted on Dicembre 09, 2019, 11:53 am
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Siamo tutti un gioco di incroci, di emozioni sottomesse, ma è l’informazione simbolica a sottendere le priorità percettive, in pratica quella che suscita i comportamenti che ci sono doverosi per entrare in contatto con molteplici significati, con tutto il resto dell’universo culturale. Siamo ponti, e l’antropologia culturale ce lo insegna, creando un’armonia di rimandi che non è solo citazione, perché l’arte non solo la si cita, ma la si evoca, e nell’evoluzione ritroviamo noi stessi, le ricorrenze e i simboli. Come diceva Roberto Sanesi “è un andamento di influenze reciproche”.

Sono questi gli strumenti della straordinaria lettura interpretativa; lo stesso accade anche tra esseri umani, ci condizioniamo nelle convergenze, ci ritroviamo a distanza per riconoscibilità.

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È un incontro-scontro di enigmismi quello che ci porta a dare senso e riconoscibilità, non solo all’arte ma anche alla nostra vita.

Ed è lo stupore evocato che la fa da padrone, la poesia ne è la conseguenza, come una sorta di simulacro condizionato; sia quindi la percezione a vivere in difesa, perché è vero che nessun caso ha la sua teoria scientifica, ma sicuramente ha una etimologica comune.

Siamo come le tragedie, alterniamo eroismo e disagio, nell’empietà troviamo riscatto, ma come Pollicino a modo nostro, poi ritroviamo sempre la strada, dove i sinonimi non sono solo simboli ma una strada articolata di solidarietà tra segni, che è un riconoscersi.

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Spesso ho parlato di appartenenza come fosse un simbolo arcaico di congiunzione, come se in realtà le coincidenze non avessero come madre il caso ma l’assenso, ma il richiamo si fa più forte nell’armonia, si sa.

Manca di coscienza antropologica questo tempo senza richiami, vince chi della percezione ne ha fatto madre istituzionale, poesia e concetto, armonia e trionfo. Tutto il resto è poco per farne un esempio.

Siamo ad incastro, a percezione, un’aristocratica deviazione di stili con infinite strade.

C’è una valle della visione che prepotentemente vince in ognuno di noi, che ci è data conoscere solo nei momenti di rapida ascesa, quando ci permettiamo di far fluire le reali capacità umane d’interpretazione.

La percezione deve vivere di difesa e la poesia, quella metaforica anche, è la sua conseguenza, e ne diventa la base. Una ritrovata accoglienza di segni e di assensi che si riconoscono, come se il romanticismo fosse forma ritrovata, perché serve attenzione e delicatezza anche per l’osservazione.

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Il “resisto” è riconoscibilità; senza, saremmo tutti nella circostanza ossessiva del vomitorium, quella zona che stava nei teatri romani come tunnel di fuga.

Il poema epico in sé trionfa, l’artista, il custode, il rammemoratore, colui che da corpo e voce al mito, al supereroe, il taumaturgo, colui che crea eccezioni, che stupisce diventando guida, padre e madre.

La solitudine o la consuetudine dell’apparenza disarciona la comprensione, la stravolge, l’urgenza interpretativa appare quindi come una sorta di salvavita per le connessioni tra tempo e storia, tra esseri umani e custodi, gli eletti.

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Siamo ciò che siamo, carichi di informazioni celate e di misteri, siamo custodi di segni fondamentali per la creazione, l’arte attinge, se ne fa carico, poetizza e crea intrusioni, strade e città. Sia la bellezza dei collegamenti a salvarci l’esistenza.

Come diceva Paul Jacobsthal (archeologo e storico dell’arte tedesco naturalizzato britannico) “la caratteristica dell’arte celtica è l’ambiguità, il meccanismo dei sogni, dove le cose assumono contorni fluidi e ogni cosa passa in un’altra cosa”.

Ezra Pound e T.S. Eliot ma anche David Jones hanno sempre usato archetipi per evocare la forza simbolica. Jones ha colto il concetto e storicizzandolo diceva: “io credo che vi sia nel principio che informa l’arte poetica, qualcosa che non può essere separato dal mito, deposito, matière, ethos, intera res di cui il poeta è egli stesso un prodotto”.

Quindi non c’è fine alla metamorfosi.

Labirinti, spirali, perni, fino all’Intreccio, alla danza, alla convergenza, alla coincidenza del ciclo perenne di andata e ritorno. E infatti Eliot diceva: “punto immobile del mondo che ruota”.

Lunga vita a quei “baci” che sottendono visioni, lunga vita a quelle due lacrime ai lati opposti del viso.

Elisabetta Fadini

*In copertina: Gustave Moreau, “La chimera”, 1867