“Molto spesso chi non mi conosce crede che io sia fredda; in realtà, sono estremamente sensibile”: insieme a Elisa nei mondi di luce evocati da Emily Brönte

Posted on Giugno 27, 2019, 10:05 am
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Secondo il mito Clizia è una ninfa che si innamora del Sole, tanto che “il suo amore per il Sole era sfrenato”. La passione verso l’entità irraggiungibile strugge Clizia finché la ninfa, come narra Ovidio nelle “Metamorfosi”, si trasforma in girasole, il fiore che si muove guardando l’astro che nessun occhio umano può vincere né sostenere. “Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore”. Clizia, figura terrena dell’amore solare, sfrontato e immutato, viene ripresa da Eugenio Montale, in una delle sue liriche più belle, “La primavera hitleriana”: “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”. Questa è la ragione del titolo che abbiamo assegnato a questa rubrica, ‘Clizia’: la bellezza in ogni sua variante, la solarità di un viso, ci portano al concetto di un amore immutabile, che non cambia mentre ogni forma, preda del divenire, morsa dal tempo, inevitabilmente muta. L’amore che non muta è ciò che permette all’uomo, tramite la visione di una forma vana, di vincere la morte.

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La bellezza, a volte, è un giogo – un peso, qualcosa di ultimo. Si dice che non si può sopportare lo sguardo di una divinità, d’altronde, perché gli occhi del dio, che conoscono il futuro e ciò che è originario, inceneriscono. “Molto spesso chi non mi conosce crede che io sia fredda; in realtà, sono estremamente sensibile”, dice di sé Elisa. Di certo, ha occhi inesorabili, definitivi, come di chi ti guarda accerchiando la sanzione di un destino. Non sarà un caso che Elisa, “impulsiva, testarda, determinata e ambiziosa” – questi i punti cardinali del suo carattere, sinonimi di una energia dura, che ha sonorità d’assoluto – studi giurisprudenza a Bologna, convinta che “un giorno sarò magistrato”. L’unica legge della bellezza è soccombere. A una donna per cui “viaggiare è la mia più grande passione” e ha sguardi che gelano, che gettano in un altro tempo, dentro brume arcane, avviciniamo una poesia di Emily Brönte. Nata nel primo Ottocento, dotata di genio scontroso e feroce e di una maturità che ghiacciava gli scrittori dell’epoca, Emily è la scrittrice di Cime tempestose, romanzo-icona dell’amore distruttivo, che acceca per eccesso. Donna di rapace splendore, fino alla morte, che la coglie giovane – trentenne – ed è presa con stoica dedizione, Emily scrisse anche un nugolo di vertiginose poesie. Questa è una.

Più felice sono quanto più lontana 
porto l’anima mia dalla sua casa di creta 
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

La bellezza astrale di Elisa pare vagare nello sconfinato, in mondi di luce. Non è freddezza, incendio, piuttosto.

*Le fotografie sono di Antonio Tonti

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