“Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Devo essere proprio cattivo”: insieme a Elio Paoloni verso Santiago, tra apparizioni, rivelazioni e bestemmie. Contro gli scrittori “untori della disperazione”

Posted on Luglio 07, 2019, 7:37 am
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Il primo è un dettaglio repentino, che potete gettare alle ortiche. Dio si fa stanare in cammino. Chiede a tutti – da Abramo a Mosè, da Noè a Gesù – di muoversi per andargli incontro – che poi è un celestiale paradosso: perché Egli è ovunque e in nessundove. Fosse anche uscire dalla città e avviarsi al fiato del deserto: Dio non vuole liturgia statica ma polpacci che si corrodono, gambe fiacche, d’altronde a che serve la stazione eretta? – d’altronde, gli ebrei pregano con tutto il corpo, sono fermi ma in moto perenne. Il secondo è che il libro di Elio Paoloni, “una delle penne migliori sulla piazza” (l’autodefinizione è supportata dalla rassegna stampa relativa ai suoi libri, cito tra gli altri: Sostanze e Piramidi), s’intitola Abbronzati a sinistra (Melville, 2019), racconta il pellegrinaggio verso Santiago compiuto dall’autore, ma dichiara in copertina di essere un “Romanzo” e non un reportage. Romanzo perché Dio è il più imponderabile e fantomatico e fantastico degli eroi ‘da romanzo’ della letteratura occidentale, come ghigna Harold Bloom? Probabilmente, perché il pellegrino è consustanziale allo scrittore, ma altro da lui, e perché il libro, piuttosto, non è uno sciatto reportage, uno sciupato libro ‘di viaggio’, un estatico manuale per umettare vagabondaggi mistici. Ha la statura narrativa di un romanzo, fin dall’incipit, che flirta con l’apofatico paradosso (“Tonda, sonora, sillabata: è con una sacrosanta bestemmia che comincia il santo viaggio”), gli sketch dialogici, le osservazioni ciniche o spensierate (“Se a Dio forse non credo ancora, al Diavolo sicuramente sì: mi è sempre difficile rintracciare gli indizi della imperscrutabile Provvidenza mentre trovo facilissimo intravedere la malignità, la crudeltà, l’irrisione, propri dell’operato diabolico. Non che sia impossibile supporre, a volte, l’intervento divino – o angelico – ma l’interpretazione di certi segni non riesce mai a superare il vaglio del dubbio”) di cui è costellato il libro, compresa l’apparizione di Lui, intorno a pagina 90 (“È in questa postura svagata, sarcastica, che Gesù mi fulmina. Si china verso di me dall’alto del suo asinello e fissa i suoi occhi nei miei. Dal nulla il suo sguardo, intenso, diretto, mi investe come un treno”). Elio Paoloni, voglio dire, mi pare come quei personaggi che baluginano dai romanzi russi di un secolo e mezzo fa: mezzi atei e mezzi azzannati da Cristo, sempre a penzolare tra l’abisso della fede e quello del nulla, che raspano con occhi come chiodi fino all’ultimo verbo insensato. In più, però, ha una ironia caustica e colta, alla Buster Keaton. Il viaggia a Santiago è come quello della mano che s’infittisce nell’amazzonico costato di Gesù, mi dico, immutabilmente idiota, William Blake di periferia, da due lire. (d.b.)

Parti verso Santiago bestemmiando. Chiudi con una imprecazione. In effetti, anche Ungaretti, scrivendo La pietà, adora Dio bestemmiandolo. Hai trovato la fede cammin facendo? Che senso ha andare a Santiago da senzadio? Per trovarlo, per sfida, per gioco?

La bestemmia è forse il più fervido legame con la divinità: menzionare Dio o un Santo significa riconoscerne l’esistenza e il potere. Si è mai sentito qualcuno bestemmiare il Nulla o il Caso? Infatti le più bersagliate sono le figure prossime, Patroni e Protettori. Rischiando la blasfemia potremmo dire che ogni imprecazione è una rude preghiera, una maschia, orgogliosa protesta. Una richiesta di attenzione, come quando i bambini ignorati mandano in frantumi un oggetto. Se ho trovato la fede cammin facendo? Vogliamo impedire al gentile lettore di scoprirlo man mano? Il libro racconta di un’epifania. E del successivo dibattito interiore sull’attendibilità della faccenda. Ma una cosa è certa: mai ho avvertito così intensamente, in così rapida successione, il senso degli accadimenti. E di sicuro, dopo il Camino, attribuisco più facilmente un senso a ogni vicissitudine. E trovare Senso non è lo stesso che trovare Dio? Una caratteristica del Camino, infatti, per la varietà di situazioni incontrate, è quella di consentire a chiunque di vedere Segni. Se uno li cerca li trova. Se no, ti trovano loro. Si è predisposti all’interpretazione, ecco tutto. La potenza del Camino è racchiusa in questo brano: “Perché qui, sia ben chiaro, non impari niente di nuovo; tutto è già noto, cerebralmente: sono idee che accarezzi di tanto in tanto quando ti ritrovi a filosofeggiare, precetti che abbandoni appena rientrato nella diabolica routine. Il Camino però è una vita condensata, un Bignami d’acciaio: ti ripropone in breve tutte le lezioni già impartite dalle quali non hai tratto beneficio. Te le imprime così velocemente, te le impartisce così fisiologicamente che proprio non puoi fare a meno di ‘capire’. Non col cervello ma con ogni fibra muscolare, con ogni organo. Col midollo. È una marchiatura: i sellos (timbri che vengono apposti sulla Credenziale, sorta di tessera di viaggio per ottenere la Compostela, attestato ufficiale del compimento del pellegrinaggio) sono sul corpo, non solo sulla Credenziale”. Molti vanno a Santiago da senzadio (è forse la condizione più comune). Lo fanno per trovarlo? A volte sì. Ma non si può escludere che vi sia una componente di sfida: acchiappami, se ne sei capace, portami a Te.

Le fotografie a corredo dell’articolo sono di Elio Paoloni

Di libri sul cammino di Santiago, tecnici, letterari, metaletterari, ce ne sono una barca: perché dovrei leggere il tuo?

Quelli tecnici, le guide, sono una categoria a parte, possono essere letti parallelamente a quelli letterari, anche se, col senno di poi, li butterei tutti a mare. Sul Camino non si perde neanche un bambino e prevedere ogni tappa, ogni ostello, ogni cena, è fuori dallo spirito del cammino, te lo dice uno che ci è cascato. Ci si dovrebbe fermare quando non ce la si fa più, o quando un albergue ci sembra accogliente. Delle asperità di O Cebreiro o dei rituali alla Croce di ferro ti renderanno edotto gli altri pellegrini, ammesso sia necessario. Evitare l’avventura è quanto di più sciocco si possa fare. Del resto l’imprevisto è sempre in agguato. Per fortuna. A un certo punto del cammino ho una resipiscenza: “I pellegrini bramavano le piaghe. Erano proprio le piaghe che li univano al Cristo… E cosa ho fatto io per settimane? Sono andato alla ricerca di tutto ciò che ne impedisce la formazione. Sterilizzando l’epidermide ho sterilizzato questo cammino, ho annullato la sua validità catartica. Sono i meschini claudicanti di cui disprezzo l’incompetenza tecnica che dovrebbero compiangermi”. Su un portale, Eroski Consumer, c’è una grande sezione dedicata al Camino che è il perfetto equivalente di Trip Advisor: recensioni sugli albergue, sugli hospitaleros, sui locali che dispensano il menu del pellegrino. Ma non mi sento di criticare, ho imparato che disprezzare l’approccio degli altri pellegrini è quanto di più contrario allo spirito del Camino (e del cristianesimo). E quando ti rendi conto dello stato di salute o dell’anzianità di alcuni pellegrini non puoi che vergognarti di tutto il tuo fondamentalismo filologico.

In quanto alla miriade di diari di viaggio, sì, sono tutti simili, spesso stucchevolmente devoti. Quelli dei nipotini di Coelho poi, sono ancor più melensi. Non mette conto di parlare di quelli fieramente atei, vedi il viaggio-dibattito di Odifreddi con – o contro – Valzania. Il mio libro è unico, sempre sul crinale tra fede e scetticismo; il narratore è dibattuto, inquieto, e riallaccia ogni tappa esotica ad altri santuari, quelli della sua terra. Nel diario si addensano ironia, autoironia e anche pesante sarcasmo. Il mio sguardo è diverso da ogni altro e la mia scrittura è spiazzante. Un critico scrisse che io “tendo agguati”. In effetti usavo pescare in apnea, “all’agguato”. Un altro ha scritto che “prendo il lettore per il bavero”. Devo essere proprio cattivo. Se si vuol leggere un libro sul Camino che non tranquillizza, quindi, occorre leggere il mio. Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Non è un caso se Gesù chiamava Boanerghes Giacomo e il fratello. Figli del tuono. Il Sacro può essere tremendo, non è conciliante come sembrano suggerire i comuni resoconti di viaggio. Della Cattedrale dico che è “stratificata, proliferante, macchinosa, è un presidio in perenne allarme. Questa basilica è un monito. Non ha nulla del santuario accogliente, ecumenico, facile al perdono. È dura quanto e più del cammino. È un monolite extraterrestre, è Hanging Rock”. Questo libro è perfetto per chi il viaggio lo ha già fatto, forse senza comprenderlo fino in fondo, per chi vuole farlo e cerca una spinta – o una guida, una guida vera, non una mappa – per chi non lo farà mai ma ama la letteratura di viaggio – o semplicemente la buona letteratura – e per ogni individuo che si interroga sulla Fede. Sì, questo libro è un po’ una summa delle inquietudini di tutti noi, viaggio o non viaggio. Ed è stato scritto da una delle penne migliori sulla piazza. Non scandalizzatevi, sto solo mettendo in pratica le esortazioni di Leopardi: “rara quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca … Chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia”. Spacconate a parte, il mio essere cattolico ‘a giornate’ (quelle poche in cui riesco a recitare il Credo con convinzione) mi consente, credo, di affrontare temi forti in maniera originale, non ortodossa, problematica, di produrre scritti fecondi ma anche divertenti.

A un certo punto scrivi: “Quello che crediamo di pensare è solo ciò che la nostra mente ha captato, ciò con cui si è sintonizzata. Misteriosi i modi, i tempi, il senso di tutto questo”. È questo quello che hai scoperto camminando? Cosa hai scoperto?

Non sono certo il solo a ritenere che siamo attraversati. Carmelo Bene, mio gigantesco conterraneo, diceva “io non parlo, sono parlato”. Tanti comprendono che la nostra mente è solo un sintonizzatore e mi successe di raccogliere in un articolo le citazioni di diversi grandi insospettabili che attestavano di aver “subito” passivamente, del tutto inconsapevolmente, l’ispirazione, anzi la “dettatura”. Quella sciocca idea romantica si rivelava più importante della tanto decantata traspirazione. Il punto è: da cosa siamo attraversati? Dall’inconscio collettivo, rispondono i più. Da forze angeliche e demoniache, dico io. Di sicuro dalle demoniache, aggiungo, perché, come ho argomentato approfonditamente, a Dio forse non credo ma al Diavolo sicuramente sì. E come sempre in questi campi, tutto è estremamente misterioso. Non c’è bisogno di camminare per capirlo, ma, come ho detto, sul Camino molte cose diventano più nitide, tutto viene a fuoco. Parafrasando Foer, ogni cosa è illuminata. Non perché il Mistero venga svelato, ma perché si presta più facilmente alla contemplazione. Cosa ho scoperto, dici? Pare che mi sia scontrato con Gesù. O forse no. Lo scoprirete solo leggendo.

Perché ti sei messo in cammino? Si cammina per superarsi, per estinguersi, per guardarsi intorno, perché? Uno scrittore, forse, è sempre in cammino, traccia vie sulla neve vergine, come diceva Salamov. Ma forse, è un romanticismo d’accatto, questo. 

Le motivazioni, come si comprende all’inizio del testo, sono chiaramente confuse; non ce ne è mai una sola. Spesso ne dichiariamo – ce ne dichiariamo – una a caso ma di sicuro c’è dell’altro sottotraccia. Abbiamo tutti questa strana forma di pudore, l’unica rimasta a quanto pare, che ci impedisce di confessare anche a noi stessi di cosa andiamo realmente in cerca. E di Gesù, come scrisse Messori, non si parla tra persone educate. Le motivazioni, in realtà, divengono chiare solo alla fine del Camino. O qualche tempo dopo: “il Camino non dà risposte, ti aiuta a formulare la domanda. Quasi certamente, nel campo delle stelle, ti saranno chiariti i tuoi moventi. Almeno quelli”. In ogni caso, il cammino, quello fisico, non quello metaforico di Salamov, è la mia condizione naturale. Come ho scritto: “In rete, nei libri, a colloquio, tutti dicono di ‘aver trovato una nuova dimensione’. Io no. Rientro semplicemente nella mia. Non ne ho mai avuto altre vere. Per me vivere la giornata spostandomi nella natura, che sia camminare, pedalare o pinneggiare, è sempre stata la vita. L’unica vera vita. Tutto il resto è parentesi, tortura subita tra ribellioni soffocate, velenose”.

Ma il pellegrinaggio è un’altra cosa. “Il pellegrino girovaga, per così dire, – scriveva in un omelia l’allora Cardinale Ratzinger – nella geografia della storia di Dio. È in cammino alla volta di un luogo che gli è stato segnalato, non verso una località che cerca da sé. Prestando attenzione ai segnali che la Chiesa – per la potenza della sua fede – ha predisposto, i pellegrini hanno la possibilità di godere ancor meglio di ciò che il turismo cerca… ma anche coloro che lo degradano a mero exploit atletico o a una vaga spiritualità New Age, percepiscono implicitamente lo spirito profondo del Camino, ‘almeno come nostalgia’”. In effetti, io mi sono fatto questa convinzione: quali che siano le motivazioni di coloro che fanno il cammino, dalla generica devozione ai voti veri e propri, dai viaggi in suffragio – o perlomeno in memoria – di un congiunto alla spiritualità new age, dall’atletismo al turismo alternativo (come nel caso della ricca annoiata che tra il viaggio a Dubai e un soggiorno sul lago di Como intendeva intercalare il brivido di una vacanza da poveri) e anche quando le motivazioni sono addirittura assenti (c’è chi si aggrega così, per fare compagnia a qualcuno), ebbene, tutti, in qualche modo, finiscono per risentire della effettiva spiritualità di questo tragitto; tutti, mi piace pensare, vengono toccati dall’Apostolo.

Giudizio sugli artisti (ti leggo): “Sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Rissosi, assassini, debosciati, precocemente persi, i familiari marchiati a fuoco. Non ci sono solo i maudit, certo, esistono pure i longevi maestri. Ma a quanto hanno rinunciato? Quanto hanno dovuto soffrire perché la loro sensibilità si affinasse? Gelo, questa è la parola che Eduardo ripeteva in una delle ultime interviste, sconsolato, disperato, ma con forza, scandendo nitidamente le due sillabe”. La pensi così? Dimmi cosa pensi dei letterati odierni, della letteratura di oggi. 

È pieno zeppo di scrittori brillanti, forse non ce ne sono mai stati in tale quantità. Mi pare però che non abbiano proprio nulla da dire. E che non abbiano una personalità propria. Uno scrittore dovrebbe essere innanzitutto un carattere. Vedo – e invidio, un po’ – scrittori che ‘scelgono’ i soggetti. Si guardano intorno e ‘decidono’ di affrontare un tema, così, perché ne sono venuti a conoscenza e li solletica Io scrivo di ciò che mi occupa fortemente. Non posso farne a meno. E non posso scrivere d’altro. Da parecchi anni inoltre concordo con l’affermazione di Antonio Franchini ne Il signore delle lacrime: un libro che non ha dentro nessun sentimento religioso non vale niente. Trovo fortemente limitati gli scrittori che ostentano distacco non solo dalla religione ma anche dalla morale ‘borghese’: dalle tradizioni, dalla bellezza, dal bene. I condannati al noirismo in senso lato, come dicevo anche in una vecchia intervista. Neri i libri, neri loro, neri i lettori. Libri che ignorano programmaticamente bellezza, grazia, bontà. Che dopo averci scaraventato all’inferno, non ci portano mai a riveder le stelle. Non si tratta solo di un genere commerciale più o meno vendibile. Certi autori sono gli untori della disperazione, a volte nascosta sotto affreschi di liberissimo erotismo, di scherzosa indifferenza, di accigliato impegno.