In un quadro di Jean-Léon Gérôme, ‘pompiere’ della pittura neo-classicissima, Napoleone Bonaparte è al cospetto della Sfinge. Dell’enorme mostro egizio si vede il volto, gigantesco e inflessibile; il corpo animale, leone è sotterrato. Intorno, è deserto – e azzurro. Napoleone sembra attendere un oracolo, oppure, semplicemente, rende omaggio alla divinità in pietra che ha 4mila anni più di lui, ed è intatta, cupa icona della Storia, anzi, è colei che divora, con oscena pazienza, la Storia, disossata di proclami e progressi. Dalla ‘Campagna d’Egitto’ Napoleone tornò con le pive nel sacco e qualche antichità nello zaino. Fu trovata dai suoi – ma poi sottratta dagli inglesi – la “Stele di Rosetta”, che ha dato dignità e scatto all’egittologia.

Jean-Léon Gérôme, Bonaparte davanti alla sfinge, 1867-1868

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Dall’Egitto – semplificato nel simbolo ipnotico della piramide – passa la sapienza mediterranea. “Sono straordinariamente devoti, più di tutti gli uomini”, scrive Erodoto nelle Storie. Degli Egiziani lo colpiva che fossero rasati, scrivessero per emblemi, fossero del tutto concentrati verso l’al di là – i poveracci, certo, si chinavano sulle sponde del fertile Nilo senza subire la penetrante potenza della luce africana. I Greci facevano il viaggio in Egitto per perfezionare l’estro filosofico, Alessandro Magno esplora il dio nel tempio di Ammone, Plotino esercita in Egitto, i Terapeuti praticano l’ascesi nel lago Mareotide, prossimo ad Alessandria, dove sorge la grande Biblioteca. In quel luogo che misura e divora gli dèi – e dove una città in libri fu morsa dalle fiamme – nasce la traduzione della Bibbia detta dei ‘Settanta’. “Per l’uomo non c’è possesso più grande della verità, né il dio potrebbe fare dono più sacro”, scrive Plutarco nello studio su Iside e Osiride. “La seduzione dell’Egitto attrarrà tanti Greci, e sarebbe lungo ricordare i nomi e i casi di tutti: bastano tre grandissimi, Pitagora, Erodoto e Platone. Gli obbiettivi potevano essere diversi: raccontare il paese, la gente e le usanze, oppure studiare i sensi reconditi di una sapienza che si intuiva tanto più profonda quanto più arcana” (Dario Del Corno).

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In un libro che stimola il remoto e possiede profondità oniriche, Nella terra di Iside, Dora Marchese sonda “L’Egitto nell’immaginario letterario italiano” (Carocci, 2019). Il libro è un repertorio di testi e intuizioni: io ero rimasto alla prosa sintetica di Ungaretti (“Fra tanti sensi di morte che la sua vita millenaria gli ha impastato nelle vene, l’Egiziano ha ricevuto dal deserto il senso più triste: che il desiderio del piacere sia una sete estrema, la sofferenza che non si calma se non nella pazzia. Questo senso: che la pazzia sia come un accrescimento dell’anima”) e del concittadino Filippo Tommaso Marinetti (entrambi nati ad Alessandria d’Egitto): “Da tempo mi chiamavano i suoi cieli imbottiti di placida polvere d’oro, l’immobile andare delle dune gialle, gli alti triangoli imperativi delle Piramidi…”. Qui, invece, ci sono reperti egizi in Giovanni Verga (“Padron ’Ntoni aveva fatto quel viaggio lontano, più lontano di Trieste e d’Alessandria d’Egitto, dal quale non si ritorna più”), Gabriele d’Annunzio (che fa l’egittologo con Eleonora Duse; “Delirio dei profeti/ saziàti di locuste/ e beveràti con l’acqua/ lotosa dell’otre sozzo,/ visione di dolore/ e d’orrore innanzi alla Morte,/ il mio delirio fu più forte,/ la mia visione più bella… Seppellita ho anch’io la mia Sfinge/ co’ suoi enigmi nodosi”), l’improbabile Salgari di Le figlie dei faraoni.

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C’è anche una schiera di avventuriere, nello studio della Marchese. Sarah Banne Belzoni, ad esempio, inglese, audace moglie dell’esploratore e archeologo veneziano Giovanni Battista Belzoni, specie di prototipo di Indiana Jones. “Irrequieta, curiosa, indipendente, coraggiosa, appassionata”, la Belzoni accompagnò il marito nella furibonda gita egizia, “una coppia di viaggiatori che condividono la passione per l’avventura, l’indifferenza alle comodità della vita – talvolta alloggiano all’interno di templi e di sepolture antiche” (Daniela Picchi). C’è poi la storia di Amalia Nizzoli, archeologa, scrittrice, nata a Livorno, trasferitasi tredicenne in Egitto, “Fu una delle prime viaggiatrici europee in Oriente che lasciò per iscritto la sua testimonianza. Ebbe una vita ricca di spostamenti, a volte per piacere e altre a seguito del marito, con cui divise la passione per le antichità. Durante gli anni trascorsi in Egitto, ricoprì un ruolo chiave in diverse spedizioni di scavo e raccolte, grazie al dominio della lingua araba, ma anche alla sua determinazione e capacità di negoziazione”. (Mercedes Arriaga). Denunciò, tra l’altro, lo scempio dei razziatori di tombe: “Immensa era la quantità dei frammenti di mummie che dappertutto si vedevano sparse, come crani, femori, piedi, mani ed altri, con il balsamo ancora attaccato insieme alle tele di lino in cui furono negli andati secoli tanto gelosamente e con pietosa cura involti; e questa quantità di avanzi umani dissotterrati e gettati in abbandono per quei colli con un’indifferenza e disprezzo tanto inconsiderato e da chi?, da Europei specialmente e sotto lo specioso titolo del bene della scienza, destava in me un tal sentimento di dolore e di ribrezzo che più volte mi sono trovata sul punto di sospendere gli scavi”. Le due donne vivono all’ingresso dell’Ottocento, mica l’altro ieri.

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La piramide e il deserto sembrano in lotta: la pietra soccomberà in sabbia? Quando si pensa all’Egitto il concetto che gli si lega è quello della durata (la clessidra di sabbia), del tempo. L’antichità però non è criterio prevalente: va vinta, perché l’autentica antichità è ciò che resta sempre giovane. “Senza dubbio l’Egitto scoprì l’ignoto nell’uomo come lo scoprono i contadini indiani ma la sua eternità non è un rivale di quel Siva che riprende, sul corpo schiacciato del suo ultimo nemico, la sua danza cosmica tra le costellazioni: è la Sfinge. Questa è una chimera, e le mutilazioni che ne fanno un teschio colossale aumentano ancora la sua irrealtà”, scrive André Malraux. Le mummie tentano l’impossibile che il cristianesimo ha reso sogno e singolare desiderio senza bende né balsami né sarcofaghi: conservare la carne, dare a ciò che si corrompe ampiezza d’oro. La resurrezione dei corpi – questi, traslucidi – non è altro. D’altronde, il protagonista de L’immortale, il racconto di Borges, comincia la sua ricerca (spirale deforme) da Tebe. In Egitto un popolo si scopre eletto; sul Sinai, crudo suolo egizio, parla Dio; in Egitto, ricapitolando a contrario il Testo, fugge la Sacra Famiglia. Quando il tempo finisce, rifiorisce la Sfinge, libera della sua corazza in pietra. (d.b.)