Il mondo dell’editoria italiana è pieno di “cattiveria atroce”, gratuita, inutile, meschina. Forchielli definisce tali imprenditori miserabili disperati, io dico che è bene imitare il Giappone e perseguire l’armonia

Posted on Aprile 03, 2019, 11:11 am
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Leggendo i giornali del 2 aprile scopriamo che il Giappone, dal prossimo primo maggio, entra nell’era dell’“ordinata armonia” – il termine giapponese è “Reiwa” –, in concomitanza con l’incoronazione di Naruhito, 59 anni, che succederà nel ruolo non banale di imperatore al posto del padre Akihito, che a 85 anni si è rotto le balle e ha deciso di abdicare – va detto, le motivazioni ufficiali sono più articolate.

Si sa, in Giappone non scherzano. I due caratteri che significano “ordinata armonia” saranno ovunque: dalle monete ai calendari, dalle testate dei quotidiani fino ai documenti ufficiali. E il premier Shinzo Abe – si legge sul Corriere – ha spiegato che Reiwa rappresenta l’aspirazione che “nel nostro popolo ognuno si prenda cura dell’altro, in un bel clima di armonia e speranze”.

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In Italia, lo stesso giorno, al contrario, abbiamo scoperto perché Said Machaouat, 27 anni, cittadino italiano di origini marocchine, lo scorso 23 febbraio ha sgozzato il commesso 33enne Stefano Leo. Said l’ha detto al procuratore vicario di Torino, Paolo Borgna: “Era troppo felice. Non sopportavo la sua felicità. Volevo togliergli le promesse del futuro. Toglierlo ai suoi figli, ai suoi parenti e ai suoi amici”.

Sulla notizia, il Quotidiano Nazionale chiede un commento allo psichiatra Renato Ariatti, che lapidario dice: “Non chiamatela follia, è cattiveria atroce”.

Parlando per esperienza personale, quindi nell’ambito della mia vita e dei miei lavori, sapete cosa vi dico? Che in Italia di gente dalla cattiveria atroce ne ho incontrata anche a livello professionale.

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Solo pochi esempi dell’ultimo anno capitati a me o a persone che conosco bene: l’editore di libri piuttosto famoso e ghigno snob che paga autori e collaboratori con ritardi annuali; il direttore editoriale che fa lo sbruffone impunito oltre ogni regola, tipo modificando di nascosto il pdf definitivo già approvato dall’autore; l’editore di giornali a tiratura nazionale che cambia il contratto al collaboratore perché i 4 soldi che prende sono comunque troppi; poi giù, a scendere nella catena alimentare, fino al minuscolo editore specializzato e ad alcuni “giornalistucoli” di settore e compagnia bella, tutti a primeggiare nell’essere il più atrocemente cattivo tra editoria, giornalismo e comunicazione, che, appunto, rappresentano i miei ambiti lavorativi.

Ognuno di loro, in variabili diverse, è davvero accomunato dalla stessa cattiveria atroce nei confronti di taluni, che forse, come nel caso di Said, risultano troppo felici o, più spesso, nella logica di essere forti con i deboli e deboli – e leccaculi – con i forti.

Con l’aggravante che questi comportamenti non arrecano reali vantaggi, se non forse in termini di spiccioli. Tant’è che Alberto Forchielli li definisce dei miserabili disperati. Ed è per questo che si tratta di cattiveria atroce, perché è del tutto gratuita, meschina, senza scrupoli e senza vantaggi – nell’eventualità che qualcuno accetti cinicamente l’idea machiavellica del fine che giustifica i mezzi.

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Ecco perché trovo meravigliosa l’aspirazione dei giapponesi a prendersi cura dell’altro. Azione che potrebbe funzionare molto meglio anche da noi se ci decidessimo tutti, finalmente, a dare dei gran calci nel culo alla gente dalla cattiveria atroce; certo, in un bel clima di armonia e speranze.

Michele Mengoli

www.mengoli.it