Pagano fino a 5mila euro per pubblicare i propri articoli “scientifici”. Sulla giungla dell’editoria accademica e su un infallibile sistema per fare “carriera” (che fa comodo a tutti)

Posted on Luglio 24, 2019, 8:58 am
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Secondo un recente studio di Manuel Baguesa, Mauro Sylos-Labini e Natalia Zinovyevaa, apparso lo scorso marzo su «Research Policy» (rivista di riferimento per quanto riguarda l’etica e la correttezza della ricerca e dell’editoria accademiche ‒ dunque, si direbbe, non fra le letture predilette dei baroni), un buon cinque per cento dei volenterosi e spesso ingenui aspiranti alla fatidica (e invero in molti casi inutile) Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento universitario avrebbe pubblicato sulle cosiddette ‘riviste predatorie’: quelle che, millantando credibilità e prestigio, accolgono, dietro compenso, qualsiasi articolo venga ad esse sottoposto.

I ricercatori italiani avrebbero speso, complessivamente, per tali pubblicazioni che sono di fatto carta straccia (‘junk journals’, ‘fake congresses’: convegni farsa, riviste spazzatura), circa due milioni e mezzo di dollari. Soldi che potevano decisamente essere spesi in modi più nobili ‒ o se non altro più piacevoli.

Sorge, però, il sospetto che in alcuni casi il confine fra editoria predatoria ed editoria legittima sia molto sottile.

‘Contributi’ (il famigerato publication fee) per la pubblicazione sono richiesti anche da riviste rinomate. Essi possono andare, mediamente, dagli ottocento ai tremila dollari (ma con punte di cinquemila). Questo, paradossalmente, anche e soprattutto per le riviste gratuitamente disponibili in rete, che comportano per l’editore spese pressoché nulle.

Viene da domandarsi perché le riviste ad accesso gratuito dell’area umanistica (a differenza di quelle scientifiche) non chiedano nulla agli autori per la pubblicazione di un articolo. Forse perché in campo scientifico (soprattutto medico) ci sono in ballo interessi economici molto forti (finanziamenti, brevetti), dunque vale la pena investire soldi per la pubblicazione.

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Non si può certo dire, beninteso, che l’àmbito umanistico sia un mare cristallino, libero da interessi e potentati. E non è neppure il caso di rimpiangere troppo la retorica ottocentesca delle «anime belle».

Ma a questo punto è lecito chiedersi fino a che punto la ricerca scientifica (al pari di quasi tutte le attività umane, tranne appunto poesia, filosofia e poco altro) sia immune da interessi economici. Le riviste e gli editori più prestigiosi dovrebbero essere proprio quelli che non si fanno pagare, anzi possibilmente pagano loro gli autori.

Con cinquemila euro (o forse meno) un Efialte (o se preferite un Tersite) che abbia un minimo di dimestichezza con certi ambienti può comodamente condurre al proprio talamo una decina di avvenenti Aspasie (il che è quasi meglio che pubblicare su Science o su Nature).

Non si osa pensare all’analogo di ciò nella ricerca. Se una prestigiosa rivista scientifica si fa pagare mille o più euro ad articolo, si stenta a vedere la differenza fra essa e le riviste predatorie. Se non che queste ultime, in genere, si fanno pagare meno ‒ così come ci sono Aspasie da sottoscala e Aspasie da alberghi sontuosi.

Quanto possono essere obiettive le valutazioni ‒ le fatidiche ‘peer-reviews’, le ‘revisioni fra pari’ che dovrebbero garantire dell’affidabilità di un contributo ‒ effettuate sui testi di chi è disposto a pagare fino a cinquemila euro per vederli stampati? E se un’industria farmaceutica ne paga ‒ magari attraverso la pubblicità, come effettivamente accade ‒ cinquantamila o centomila per avallare l’efficacia di un principio attivo da brevettare, i risultati pubblicati saranno del tutto obiettivi, e a prova di ogni verifica? Qualsiasi confutazione rischierebbe di uscire su riviste di minore prestigio, che forse sarebbero per questo bollate come pseudoscientifiche. Fino a che punto anche una meta-analisi (ossia uno studio che aggrega e confronta i risultati di una grande numero di studi precedenti) può essere assolutamente obiettiva? Tutto dipenderà dai criteri di selezione degli studi che vengono scelti, e dal grado di coerenza con cui vengono applicati.

Non sorprende che gruppi come Grin Verlag o (peggio ancora) Lambert Academic Publishing siano stati fatti oggetto di forti critiche. Pubblicano senza chiedere soldi. E perciò rischiano di far crollare il mercato. Per lo stesso principio per il quale se una Messalina iniziasse a concedere per strada i propri favori gratuitamente, sarebbe linciata da consorelle e lenoni.

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Umberto Eco derideva, finanche con un filo di spocchia, i poeti che pubblicavano a proprie spese (cioè pressoché tutti). Non si vede perché gli esimi scienziati debbano essere immuni da una derisione analoga. Se non, forse, perché nei casi più fortunati quelle prezzolate pubblicazioni dischiudono prospettive di carriera. E poi chi osa mettere in discussione «le magnifiche sorti e progressive»?

Forse (ma non sono uno scienziato) la soluzione sta in siti come Arxiv, dove i contributi possono essere discussi pubblicamente (proprio lì Grigorij Jakovlevič Perel’man pubblicò la sua geniale soluzione della congettura di Poincaré, che gli valse la Medaglia Fields, poi ‒ per disinteresse, nobiltà d’animo, o forse follia ‒ rifiutata).

Peer-review democratica, aperta a tutti. Agorà e agone virtuali. Il valore e l’attendibilità di giudizi commenti critiche emergeranno dalla preparazione scientifica di chi li formula. Preparazione che dovrebbe trasparire con tutta evidenza: un commento o una critica insulsi, infondati o preconcetti si vanificano da sé (a meno che, ovviamente, a formularli non sia la commissione di un concorso universitario, immune, per tacita consuetudine, dai comuni princìpi dell’argomentazione e dalle normali esigenze della coerenza logica).

Ma questa apertura non sarebbe accettata precisamente dai potentati che gestiscono l’editoria e l’accademia. E la cui volontà e il cui interesse sono tesi a mantenere determinate gerarchie, e a controllare ‒ tramite il dorato feticcio del «prestigio scientifico» ‒ carriere e cattedre.

«Denari fanno l’uomo comparere, / denari il fingono scienziato, /  denari coprono ciascun peccato, /  denari danno donne per godere», diceva un poeta del Trecento, Niccolò de’ Rossi. («Denari danno donne per godere», ben più di «Amor ch’a nullo amato amar perdona» o «Al cor gentil ripara sempre amore», è verso che resta indelebilmente inciso, a lettere di fuoco, nella memoria di tutti i miei studenti maschi – e anche di qualche fanciulla).

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Difficile dire a quando risalga la consuetudine (antica, a quanto pare) di ottenere meriti e prestigio culturali a suon di denaro (e, beninteso, grazie alla posizione sociale ‒ che del denaro è in genere, del resto, un corollario).

Certo, leggendo l’egizia Satira dei mestieri, si può avere il dubbio che l’Antico Egitto (in cui, contrariamente a ciò che ancora dicono i libri di scuola, gli ‘schiavi’ erano in realtà operai e servitori ottimamente pagati, e la donna godeva di ampia libertà) fosse in fondo più meritocratico della modernità. «Desidero che tu ami i libri più di tua madre, e che la loro bellezza si rifletta sul tuo viso. Tu sei figlio del popolo, ma nessuno ti darà del pezzente. Un solo giorno di scuola sarà per te un beneficio. Esso serve per l’eternità, saldo come una pietra».

Chi ‒ operaio impiegato insegnante, beninteso, non avvocato o medico o simili ‒ rivolgesse oggi questo auspicio ai propri figli sarebbe, più che un idealista o un ingenuo, uno sconsiderato.

Matteo Veronesi