…e poi ci fu l’irrevocabile incontro con la ragazza dall’occhio nero: dialogo con Linda Terziroli intorno a Guido Morselli

Posted on Ago 04, 2018, 7:26 am
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La formula funziona, cattura, è accattivante. Due anni fa, per Pietro Macchione editore, esce una antologia di scritti dal titolo Guido Morselli. Un Gattopardo del Nord. Tra gli scritti, quello di Valentina Fortichiari, fortissima ‘morselliana’, che raduna la statura dello scrittore in un cammeo d’arte bizantina: “Guido Morselli, elegante a suo modo (con stringhe di corda nelle scarpe dalle pesanti suole, il nastro adesivo a fermare strappi nella fodera del trench rigorosamente inglese), misurato nei sentimenti, schivo, salutista, non mostrò mai nella vita e nella sua arte alcun segno di sbavatura, eccessi, esibizione. Rigoroso, sobrio nei temi e nei personaggi, ‘bon à tout faire, bon à rien faire’, non si ritenne mai detentore di una verità rivelata: a ogni pensiero o idea assegnava i confini di un normale buon senso, niente in fondo era apparentemente degno d’essere messo su carta. Semmai il valore assoluto, il fulcro del suo essere spirituale e creativo andava cercato in ‘una sensibilità, ohimé spesso così ardua a seguire, ad afferrare, a fissare’ (diario, 1946)”.

Morselli vino

Il ‘Vino del Sasso’ prodotto da Guido Morselli. Così ne scriveva a Calvino, nel 1963: “Non sono un filosofo. Sono agricoltore: vivo della campagna e in campagna (365 giorni all’anno, e tutt’al più mi spingo a Varese, a bordo della mia vecchia Ardea: una quattro-marce, si figuri!, che però va benissimo e con cui non corro il pericolo di “alienarmi”). Il vino di mia produzione ha riscosso gli elogi della Scuola enologica di Alba”. La nota e la fotografia ci giungono gentilmente da Linda Terziroli

Quel cesto di saggi è curato da Silvio Raffo, poeta, scrittore, straordinario esegeta di Emily Dickinson (e delle sorelle Brontë, e di Edna St. Vincent Millay e di Christina Rossetti…), e da Linda Terziroli, ‘morselliana’ pure lei, giovane (classe 1983), preparata (ha curato le Lettere ritrovate, Nem, 2009, e, per Bietti, 2013, Una rivolta e altri scritti 1932-1966), ‘muscolare’. Laureanda, è proprio lei, una decina di anni fa, indignata dal fatto che nessuno si filasse troppo lo scrittore, ragionando “sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era caduto ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore”, a istigare Raffo a ‘fare qualcosa’. Quel qualcosa si sarebbe tramutato nell’attuale Premio letterario in onore di Guido Morselli e in diverse iniziative convegnistiche ed editoriali. C’è qualcosa, però, che sfugge all’etichetta di “Gattopardo del Nord”. Morselli, infatti, più che un gattopardo, è una galassia. A leggere la consistenza dei manoscritti, custoditi presso l’Università di Pavia, si resta sbalorditi: siamo di fronte a un mondo letterario complesso e stratificato, raccolto in “21 faldoni, 6 cartelline” che comprende “molto materiale ancora inedito”, tra cui molti testi teatrali, “saggi brevi, elzeviri, abbozzi”, un Saggio su un romanzo di James, del 1942, ad esempio. Il 15 agosto Morselli compirebbe 106 anni. Per farmi capire la sua statura, Linda Terziroli, che ho contattato per capire meglio l’etica e l’estetica dello scrittore, mi invia una lettera scritta da Morselli a Italo Calvino, eccola: “Caro Calvino: qui da me, a Santa Trìnita, non ho né aspirapolvere né frigorifero (d’estate, ci ho un bosco vicino, metto le bottiglie al fresco nel bosco). Non ho nemmeno la TV! In cambio, ho un discreto cavallo da sella, col quale esploro la montagna che incombe subito dietro la mia casetta. Ho potato quest’autunno certi rosseggianti pini di Scozia, i cui rami ricchi di materie resinose dall’aroma profumato, ho messo da parte (potati da me, si capisce) da bruciare sul caminetto nelle grandi occasioni. Lei mi venga a trovare, e il pino di Scozia arderà in Suo onore. Santa Trìnita, ossia Gavirate (prov. di Varese), è a 70 minuti di treno diretto da Milano, e so che Lei a Milano viene abbastanza spesso. Lei si persuaderà che, se l’alienazione marxiana è l’amaro frutto insopprimibile dell’industrialismo, c’è un genere di alienazione, toto coelo diversa e meno grave, contro la quale l’attaccamento alla terra dat medica mina. A ogni modo, farà conoscenza del nostro vino, qui, del ’55, che qualcuno ha potuto paragonare al vostro grande Gattinara piemontese”. Morselli muore, volontariamente, nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto di 45 anni fa. La ragazza dall’occhio nero, la sua Browning 7,65, gli fece dono della sua iride di metallo.

RomanziPartiamo, brutalmente, dalla morte. Ecco. Come è morto Guido Morselli?

Partirei da una citazione, non morselliana. “Purtroppo la nostra vita viene scritta senza brutta copia. Non è possibile ritoccarla, eliminare le righe. Correggere i refusi non sarà possibile”. Sergej Dovlatov. Il suicidio, in questo caso, non è letteratura. Era una calda notte varesina, quella maledetta notte del 1973 tra il 31 luglio e il primo agosto, faceva molto caldo. Un po’ come in questo periodo. Era tornato quel giorno da Macugnaga, Guido Morselli era andato al solito alberghetto, con la sua “amica” varesina, Maria Bruna Bassi. L’accompagna a casa, dalle sue figlie, ma non si ferma a cena da loro. Una cena frugale nella dépendance della villa di famiglia e poi l’incontro con la ragazza dall’“occhio nero”, protagonista dei suoi romanzi. Toglie la rivoltella, Browning 7,65, dalla coperta militare e prende l’ultima, irrevocabile, decisione. Nell’inverno precedente, aveva ormai traslocato a Varese, abbandonando per sempre la Casina Rosa, il suo buen retiro di Gavirate, divenuta ormai bersaglio di rumorosi motocrossisti che si divertivano ad infastidirlo. Inoltre, aleggiava l’incubo della Pedemontana che avrebbe squarciato la sua adorata montagna, che si innalzava verso il Campo dei Fiori. La sua casina rosa – dove hanno visto la luce le opere narrative più importanti – che aveva fatto costruire ai margini del bosco prealpino, con vista sulla catena del Rosa, “sua Maestà” come la chiamava e suoi laghi luccicanti. Il suo scrigno, nell’oasi verde di Santa Trinita, sua “piccola patria”. Penso che abbia dato uno sguardo al diario, osservato i suoi scritti, i suoi quaderni… poi ha scritto sul calendario un appunto, le cose che avrebbe fatto i giorni successivi, usando l’abituale passato prossimo, depistando i suoi lettori postumi. Forse, ha abbracciato con lo sguardo i suoi dattiloscritti, gli appunti, l’alacre lavoro di una vita. Con una dolorosa fitta nel petto.

Continuiamo con la domanda più elementare. In poche parole inquadra Morselli: la sua importanza nel recinto della letteratura italiana. E poi… perché così tanti rifiuti?

Questa è una domanda che mi pongo da molti anni. I rifiuti, a leggerli col senno di poi, sono disarmanti. Sulla parete della sua stanza, la scritta Etiam omnes, ego non, Morselli sentiva di fare eccezione. In Ombre dal fondo, Maria Corti, che aveva accolto la sua opera edita e inedita nel Fondo Manoscritti di Pavia, scriveva delle carte di Morselli: “dormivano dentro ben cinque grandi scatoloni, in attesa di ordine. Nell’aprirli e avviare la ricognizione si era tormentati da inesauribili interrogativi, che ferivano la mente come schegge: perché uomini di cultura ed editori si sono accaniti a ignorarlo e a lasciarlo inedito? Da che cosa è stata generata questa costanza di distrazione e di rifiuto?”. Un corpo letterario che non ha ancora trovato pace. E ancora, il malessere, un senso di disagio che si avverte ancora oggi, che Morselli è diventato, suo malgrado, il simbolo dello scrittore inedito, nell’ombra. “Si guardava con un senso di malessere dentro gli scatoloni: pagine dalla sottile scrittura pendente, travagliate, in cui si iscriveva la lotta dell’intelligenza con la passione, della filosofia con Dio, della vita con l’allucinazione della morte”. Guido, mi hanno raccontato, non aveva un carattere facile. E poi, non amava i compromessi, voleva cercare di comprendere il senso della vita, la ragione del male nel mondo, trovare brandelli di quelle risposte che anche noi cerchiamo, magari distrattamente, tutti i giorni. Non posso dimenticare che Morselli era rimasto orfano di madre a dodici anni, e poi anni più tardi ha perso la sorella maggiore, a cui era legatissimo, Luisa. Tragedie che lo hanno ferito e gli hanno impresso nell’anima il desiderio di una risposta, e di un risarcimento. A tutto quel dolore.

DiarioCosa resta da scoprire e da pubblicare di Morselli, un autore quasi totalmente postumo? Intendo: dove sono custodite le sue carte, di che tipo sono, in che stato vivono?

Le carte edite e inedite, come detto, sono custodite al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia. Sogno di vedere l’opera drammaturgica inedita di Morselli, curata da Valentina Fortichiari, la prima e la più grande studiosa di Morselli e dal professore di Tor Vergata, Fabio Pierangeli, che agli scritti morselliani ha dedicato una vita. Si tratta di testi preziosi che potrebbero gettare nuova luce e riaprire il dibattito su quest’autore fondamentale nel panorama del Novecento. Penso ai due testi per il teatro Cesare e i pirati e Marx: Rottura verso l’uomo. Quest’anno, a duecento anni dalla nascita di Marx, abbiamo messo in scena la pièce, con la compagnia teatrale ‘Anna Bonomi’ (regista e Marx: Andrea Minidio). Ma penso anche ai testi L’amante di Ilaria, Il secondo amore, Cose d’Italia e lo straordinario Il redentore. Sono opere che sicuramente potrebbero incontrare l’interesse del pubblico. E, diciamola tutta, sono attualissime. Come del resto, tutta l’opera morselliana, che ha precorso i tempi, basti pensare a Roma senza papa.

So che insieme a Silvio Raffo hai creato il Premio intitolato a Morselli e che hai tentato di creare un museo nella ‘casina rosa’ di Morselli. Hai avuto facilitazioni, ostacoli o altro nel lavorare così accanitamente su Morselli?

Eravamo in auto un pomeriggio di primavera 2007, a Varese, io e Silvio Raffo. In quei giorni, stavo scrivendo la mia tesi di laurea su Guido Morselli e riflettevo, in maniera forse un po’ ingenua, sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era caduto ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore. Fermi al semaforo, chiesi a Raffo: “Ma che cosa possiamo fare per Guido Morselli?”. Quello che è poi seguito, la creazione di un premio letterario, i convegni, la realizzazione di una mostra permanente alla casina rosa è la realizzazione di quel desiderio di memoria, che sentivo bruciare dentro di me quando ancora ero una giovane studentessa dell’università, piena di aspettative e di sogni, ma senza futuro. Abbiamo cercato, in tanti anni, di far luce sulla vita di uno scrittore solitario, originale e misterioso, un dandy e un eccentrico. Gli eredi di Morselli, Loredana e Gianluca Visconti, hanno sempre sostenuto le nostre ‘fatiche’, insieme al fratello di Guido Morselli, ormai scomparso, Mario che ho intervistato, anni fa, nel freddo Vermont, all’ombra dei monti Adirondack. Purtroppo non è sempre facile organizzare questi eventi culturali e spesso diventa, a conti fatti, una sorta di volontariato, alimentato, quasi unicamente, dalla propria passione.

Da lettrice: qual è il libro più sconvolgente di Morselli, da dove partire per azzannare la sua scrittura? 

Direi che Un dramma borghese – da cui Florestano Vancini ha tratto l’omonimo film con Dalila Di Lazzaro e Franco Nero – sia sconvolgente e tragico, al punto giusto. Consiglierei di cominciare con Incontro col comunista, un breve romanzo d’amore fra una giornalista, Ilaria, e l’amico di suo figlio, Gildo. Purtroppo Morselli ha fama di scrittore di difficile lettura, eppure non è così. Non è certo Piero Chiara, bisogna imparare a conoscerlo. Per amarlo per sempre. Leggere il dannunziano Uomini e amori, oppure il divertente Roma senza papa per credere. Per gli appassionati di storia Contro passato prossimo, Divertimento 1889 e poi, per chi non riesce a leggere i romanzi, ci sono anche i racconti, pubblicati da Nem, Una missione fortunata, con il racconto Una voce, dedicato all’incontro postumo tra Pinelli e Calabresi. Per il comodino, invece, consiglio La felicità non è un lusso, o il Diario, una fonte inesauribile di riflessioni per tutti i palati. Da “Nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere”, del 1966 o “Innamorarsi di una donna non è difficile. Difficile è amarla”, del 29 dicembre 1943. Sempre sulle donne: “Le persone, le donne, che amano sopra di ogni cosa viaggiare. Anime portatili”.