E ora, come si fa il Governo? Semplice. Bisogna dare voce ai territori. E cambiare la Costituzione

Posted on marzo 11, 2018, 10:49 am
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Il voto del 4 marzo esprime tutt’altro che instabilità e confusione. Certo con i canoni tradizionali la situazione si presenta complessa, ma se solo provassimo a condure uno sforzo per imboccare nuove strade forse si disvelerebbe un cono di luce inatteso.

Per recuperare credibilità e potere in Europa è giunto il momento di cambiare la forma di Stato.

Il 5 marzo è iniziata la Seconda Repubblica Italiana (non la Terza perché la seconda non è mai nata), i fatti politici accaduti, al di la della retorica dei giornali e del pensiero confuso di chi è stato svegliato nella notte, mostrano un fatto inequivocabile: l’ineluttabile avvio di una transizione costituzionale. Ovvero un accordo tra tutte le forze del Parlamento che in brevissimo termine ridisegni un nuovo Stato, la cui geografia è già stata scritta dalla ripartizione dei seggi.

Molti in questi giorni si sono soffermati sulla nuova rappresentazione geografica del Paese, enfatizzando la perfetta coincidenza con lo Stato pre-unitario, senza tuttavia trarne le logiche conseguenze, inevitabili in democrazia.

Si riparta dal progetto Miglio o da quello della Fondazione Agnelli poco importa. I Cinque stelle ne parlarono per il tramite di Grillo già nel 2014, la Lega ne parla da sempre e il Partito democratico eredita una tradizione profondamente regionalista. Gli altri si aggreghino. Ci sono tutti i presupposti per la più ampia maggioranza parlamentare. Il Presidente della Repubblica, faccia da garante e benedica la nuova fase costituente.

Controproducente e inutile sarebbe attardarsi su concetti come “bene del Paese”, “bene generale dei cittadini”, “il Paese ha bisogno di un Governo” che hanno rappresentato in questi anni la vanificazione del voto popolare da parte delle più alte cariche dello Stato.

Se vogliamo continuare ad essere una democrazia matura non possiamo non ascoltare la voce dei territori e assumere le determinazioni conseguenti.

Non è appena il problema del Nord o del Sud del paese, ma la rilevanza dei territori che rivendicano scelte autonome. Basti pensare al conflitto tra il Governo e la Regione Puglia nell’ultimo quinquennio rispetto a scelte strategiche deliberate a livello centrale (Ilva, Gasdotto, etc…).

Sono i territori che rivendicano scelte autonome e responsabilità. Non v’è altra strada per risolvere la questione meridionale o la questione settentrionale se non la differenziazione, è pura logica, per problemi diversi sono necessarie soluzioni diverse.

La strada intrapresa dalle Regioni del Nord, la via dell’autonomia non ha futuro, è un percorso accidentato che si schianterà con la burocrazia dei ministeri i quali per nessuna ragione al mondo vorranno rinunciare alla loro egemonia.

Il Paese, oltre a tutto il resto, è stato affossato dall’uniformità, senza comprendere che il divario continuava ad aumentare in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata.

Siamo giunti al capolinea della prima Repubblica italiana, iniziamo la transizione verso la Seconda, modifichiamo la Costituzione della prima Repubblica e la forma di Stato. Lo chiede il popolo e lo ha espresso in modo chiaro con il voto il 4 marzo, sarebbe stolto non ascoltarlo.

Altri Paesi d’Europa, dove la situazione non è dissimile, potrebbero seguire l’esempio italiano e insieme ridefinire il grande patto Europeo. Non più un’Europa degli Stati, che oggettivamente sono un precipitato antistorico, ma un’Europa dei territori che esprimono bisogni e domande diverse e quindi risposte differenziate.

Una simile trasformazione sarebbe alla base della pronta attuazione di una “moneta unica” – bene da preservare – a più velocità, senza lasciare indietro nessuno e liberando chi è in grado di correre. La competizione su scala globale è la competizione dei territori, non degli Stati, se l’Europa vuole tornare a contare qualcosa nello scacchiere internazionale non può continuare a seguire la via dell’uniformità. Ma perché ciò accada si devono adeguare anche gli Stati nazionali. L’Italia, grande laboratorio sperimentale e politico del vecchio continente faccia da apripista.

Alessandro Venturi