“È necessario uscire da questo mondo omologato: troppi artisti sono attratti dal mercato per pura avidità”: dialogo con Marisa Zattini (con due invitati: Emily Dickinson e Elémire Zolla)

Posted on settembre 24, 2018, 12:58 pm
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Come un’opera di alta contraffazione, come se potesse alterare il decorso dei secoli con perizia calligrafica. Non è un mistero la mia passione per Marisa Zattini, che ha fatto di Cesena, attraverso la sua galleria nonché laboratorio editoriale ‘Il Vicolo’, uno dei centri artistici più galvanizzanti e autentici di questo pezzo d’Occidente. Marisa, con grazia virile, nell’ultimo trentennio, ha spostato l’asse dell’interesse creativo italiano: tra la sua audacia come organizzatrice di mostre – ogni rassegna è scenograficamente un unicum – il suo talento da artista e il genio editoriale, vedo una continuità. Allo stesso modo, in effetti, la Zattini fugge dall’arte intesa come fugace provocazione o, al contrario, come nostalgica epica di una forma che più non è. Così, Marisa adotta come supporto carte antiche su cui interviene con sintonia borgesiana: evoca piante animalesche, planimetrie di sensi nuovi. Ora, ad esempio, maneggia gli erbari, dando al gesto del passato qualcosa che sa di marziano, di sopravvissuto, di veniente. Forse non è peregrino ricordare la passione per l’erbario di Emily Dickinson… Dopo aver portato i suoi erbari a Salonicco, alla Moschea Yeni Camii – luogo mistico dove la disciplina musulmana si fonde alla prassi ebraica dei ‘convertiti’ – Marisa è a Cesena, con una mostra importante, Metamorphica, inaugurata sabato scorso e in atto fino al 4 novembre 2018 alla Biblioteca Malatestiana (Sala Piana) e alla Chiesa di San Zenone. Per metamorfosi, un documento che fu è oggi opera d’arte: probabilmente è questo un percorso alchemico che ci riguarda. (d.b.)

Zattini

Lei è Marisa Zattini (photo G.P. Senni 2009)

Intanto, perché ‘Metamorphica’, perché la disciplina della metamorfosi?

Metamorphica perché tutto è sempre in continua trasformazione, in mutazione perenne, anche se non ci pensiamo e non ce ne accorgiamo. Tutto è magia favolosa e nulla è mai come appare… Metamorphica, mi è parso titolo perfetto perché circoscrive da subito il campo d’azione, lo nomina. Si tratta di una visione contrastiva del logos del pensiero contemporaneo. Dal suono onomatopeico vorrei emergesse immediata la mappatura di un campo meta-razionale, dove mito e storia si incontrano, natura e cosmo convivono, fisica e metafisica si compenetrano. Mente e cuore da sempre sono complici… e ce ne stiamo dimenticando. Forse Metamorphica è, inconsciamente, una necessità, un invito e un suggerimento a riconquistare il mito, a ritrovare gli archetipi per nuove alleanze. È necessario uscire da questo mondo troppo omologato. Metamorphica è aggettivo utopico, in fondo, per aprire il campo a riflessioni fra sogno e visione, fra visibile e invisibile. Elémire Zolla sosteneva che le migliori esplorazioni delle “potenze dell’anima” si potessero raggiungere applicando “tre formule avverbiali”: «dall’alto, da dentro e da lontano». Io ho scelto di iniziare cercando “da lontano”, con una disciplina antica, per cercare di ritrovarmi“da dentro”.

Dimmi, anche, il senso dell’erbario. Cosa significa, perché un supporto antico per dare atto all’arte contemporanea, quali sono le tue fonti?

Il passato è sempre una scoperta, un amalgama, una radice multipla, un viaggio. Un erbario è un concentrato di ars reminiscendi. Un insegnamento trasversale, la testimonianza di un modo diverso di vedere le cose e di vivere il senso del tempo. Oggi, forse superato e considerato inutile. Un reperto “curioso” del passato. Sono nata in campagna e subisco la suggestione delle piante, la loro metamorfosi attraverso il tempo delle stagioni e delle fioriture. Adoro da sempre la metodica comparativa e amo il Medioevo, denso di figure fantastiche. Per questo progetto, che segue e si innesta a quello di Agricoltura Celeste – come sempre avviene nelle mie cose, perché da una ne germina un’altra, in modo rizomatico – sono partita dalla suggestione di disegni fatti da anonimo nel 1440-1450, conservati nell’Erbario di Rimini, conservato alla Biblioteca Gambalunga. Lì ho ritrovato piante antropomorfe e mutanti, mandragore e figure metà piante e metà animali che mi hanno colpito perché si riannodavano ad altre fatte da me molti anni fa. Un erbario è una sorta di eredità, come lo sono tutti i libri, ma un po’ più speciale. Una sorta di diario visionario che ci mette in contatto con la Natura di un tempo e con la nostra immaginazione. Perché un libro, come sostiene Scianna, è un forziere di immagini di futuro. Un traghettatore, uno strumento perfetto per chi abbia voglia di perder tempo e di oziare; un attivatore stupefacente di idee; un libro-alfabeto delle mie passioni, un libro che porta a riflettere sulla complessità delle cose del mondo, sulla loro conoscenza, sulla catalogazione compendiaria che si è perduta e che comporta sempre un vedere più profondo che comprende l’osservare, l’interpretare e il fantasticare. Credo che un supporto antico sia quanto di più stimolante un artista possa incontrare. Almeno per me rappresenta proprio questo: una fonte inesauribile di suggestioni. È bello immergersi in queste pagine, per nuovi innesti creativi. Come sai, disegno direttamente a china e pennino su fogli di due secoli fa, missive scritte a mano, dove la parola, che non ha alcun nesso con quanto vado disegnando, apparentemente ad un primo sguardo, trae in inganno palesandosi come una descrizione della pianta stessa. Poi dall’erbario, al quale, come in questo caso rendo omaggio, mi piace allontanarmi, prendere le distanze, trasgressivamente per dare forma a nuove trasmutazioni alchemiche di erbari-bestiari, ancor più metamorfici di quelli antichi, ancor più feroci e selvatici. È questo il mio linguaggio, il mio modo di esprimermi e di essere felice. Perché è fantastico poter giocare sul “non senso” delle cose. Mi piace impastare il segno alla parola scritta, alla calligrafia perduta del passato. Mi piace che il dominio della parola si faccia “segno bello” e ceda il suo senso ad una nuova realtà, composita e organica. Così, alla fine, ci si accorge che anche l’iniziale nozione stessa di erbario ha perduto la sua identità per acquisirne un’altra, succedanea, che si sovrappone e giustappone quale immagine iconica rinnovata. Poi l’erbario diviene ancor più metamorphico nelle trasmutazioni in nigredo, nelle tavole algide che realizzo grazie alle tecnologie del nostro tempo. Nella mostra cesenate i fogli sparsi – e sciolti – sono accolti nei plutei della Sala Piana della Biblioteca Malatestiana e posti a fianco delle osmotiche lastre di alluminio lucidato a specchio, realizzate a getto d’inchiostro. Segno contemporaneo e calligrafia antica si fondono in lame di luce che emergono dai fondi neri, tenebrosi e notturni. Nel primo pluteo è posto l’originale Erbario riminese, prestato dalla Gambalunga. Ci si può chiedere il perché della scelta di questo luogo espositivo: perché una Biblioteca è un moltiplicatore di senso, è un luogo denso di memoria e di storia che trasuda in ogni dove. Così si creano delle osmosi fra antico e contemporaneo, come in un ouroborus senza tempo, o meglio: al di là del tempo. E se nella Piana i fogli sono esibiti in contrappunto iconico con le piccole lastre, nella Chiesa di San Zenone regna la nigredo. Qui si concentrano le grandi tavole di una memoria “erborea”, come dilatazioni di isole percettive che entrano in dialogo con questo luogo spirituale.

Erbario 2018

Un’opera di Marisa Zattini ora a “Metamorphica”, in atto a Cesena fino al 4 novembre

Come si coniuga la tua attività di artista con quella di organizzatrice di eventi d’arte (per non dire quella di editrice, di fondatrice di riviste etc. etc.)? Intendo: sei animata da ispirazioni diverse, hai molteplici anime dentro di te?

Noi tutti abbiamo molteplice anime… o meglio, siamo abitati dai molti noi stessi, come afferma il filosofo Remo Bodei. Impossibile conoscere pienamente quell’Io straniero che ci abita e ci muove. Amo occuparmi contemporaneamente di cose differenti. Sono fatta così e cerco di ascoltarmi. Come artista, presa completamente da altre cose stupende, sono rimasta in silenzio per molti anni. Poi, all’improvviso si è risvegliato qualcosa in me, ho sentito l’urgenza fisica di tradurre i pensieri in parole, le idee in forme concrete. È accaduto nel 2006, per Doppio Panico. E da quel giorno non mi sono più fermata. È strana la nostra mente e l’ispirazione è sempre misteriosa. È come essere “chiamati” a qualcosa. E non si può che rispondere. Mi ci ritrovo pienamente a passare dall’organizzare una mostra come quella di Giò Pomodoro, a Urbino, al chiudermi di notte nel mio studio per disegnare; dal dedicarmi a un numero monografico di Graphie, e alla costruzione di un libro. Mi reputo molto fortunata nel potermi dedicare a ciò che più mi piace: fare le mie cose, curare mostre di artisti famosi o di altri validi sconosciuti o elaborare progetti interdisciplinari monotematici che mettano insieme anime differenti. Poi l’editoria: un sogno a occhi aperti perché adoro progettare libri!

In quanto artista e osservatrice di cose d’arte: cosa accade nel contesto italiano? Gli artisti sono schiavizzati dal mercato, ci sono nomi e creazioni interessanti?

Nel mercato globale dell’arte accade di tutto e di più. Molti artisti sono fortemente attratti dalle sirene del mercato, più spesso per avidità che per necessità. Ma, poiché è impossibile star dietro a tutto e a tutti – perché rischi di non avere più tempo per te, per la tua vita, per “pensare” e “meditare” prima del “fare” – devo necessariamente scegliere, selezionare. E ho deciso che mi piace vedere le cose “da dentro”, di restringere il mio mondo allargandolo unicamente nella dimensione magica del “viaggio”, per guardare attraverso la lente del passato più che quella del futuro. Mi piace vivere pienamente il presente. Che dire? Ci sono certamente nomi molto interessanti, straordinari, cervelli che mi affascinano e mi stupiscono… il mondo è pieno di personalità geniali. Ma anche accanto a noi possiamo ritrovarle, ed è per questo che amo frequentare gli studi degli artisti italiani e tenermi aggiornata sui loro lavori; organizzare eventi che coinvolgano tematicamente artisti differenti, per offrire una panoramica conoscitiva di quanto accade oggi. Perché spesso cerchiamo fuori, lontano e magari non conosciamo chi ci sta accanto, e opera con valore.

Ora, a cosa stai lavorando? A che mostra o opera vorresti lavorare?

Sto completando un progetto editoriale fantastico, che da sei anni andavo perseguendo, e al quale stiamo lavorando da due anni, un libro: La Biblioteca Malatestiana. Storie & Segreti, che verrà presentato a Cesena il 13 ottobre prossimo. Cosa vorrei fare? Applicare la terza formula avverbiale di Zolla: vedere dall’alto…