“Con la sua faccia di cherubino dissoluto”: quando Dylan Thomas scriveva per il cinema

Posted on Luglio 06, 2019, 7:24 am
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Tutto ciò che riguarda Dylan Thomas è una freccia in faccia – il viso di oggi si fa a pezzi e resta ciò che ero, il ragazzo, diecimila maschere sotto. Cresciuto nella stucchevole periferia torinese, per me, Dylan Thomas era l’amico e la fuga, il sodale e il maestro: ma, allora, un poeta può vivere scrivendo poesie, mi dicevo mentre il resto del mondo pensava che fossi un idiota che barbaglia frasi incomprensibili. Così, quando mi capita tra le mani un libro griffato Milano Libri Edizioni, classe 1976 – non ero ancora nato – con il faccione dionisiaco di Dylan Thomas in quarta – “Nacque nel 1914 a Swansea, nel Galles e morì a trentanove anni, consumato dall’alcool. È considerato la figura più prestigiosa della poesia inglese fra le due guerre” – vado in estasi e compro. Prezzo onesto – sono povero in canna – per un libro a me ignoto, s’intitola Favole di cinema.

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L’edizione è sontuosa: traduzione di Ida Omboni – una che ha tradotto da Oscar Wilde a Flannery O’Connor, da Bernard Malamud a Gore Vidal, di cui è noto, per altro, il sodalizio ferreo con Paolo Poli – e illustrazioni, vintage, di Nicoletta del Buono. Sono raccolti due embrioni di sceneggiatura cinematografica, qualcosa tra il soggetto e lo sketch lirico: Rebecca’s Daughters e Me and My Bike. Sono testi che risalgono al 1948, quando Dylan è già un poeta eccezionale – Deaths and Entrances è del 1946 – e ha già provato l’abracadabra della prosa – Portrait of the Artist ad a Young Dog è del 1940.

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Nel 1974 Einaudi aveva raccolto alcuni “racconti per il cinema” in Il dottore e i diavoli, ora fuori catalogo: perché?

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In calce al libro, una lettera di Sydney Box, produttore per la Gainsborough Studios, ci fa capire il contesto in cui nascono queste sceneggiature e come si evolvono. “Io e la mia bicicletta non fu mai terminato. Praticamente, cominciò appena. Come sempre agli inizi, Dylan era pieno di speranze. Fece capolino dalla mia porta, con la sua faccia di cherubino dissoluto e gli occhi scintillanti di entusiasmo. ‘Voglio scrivere la prima operetta cinematografica originale’, mi annunciò. ‘Sarà tutta su un uomo innamorato della sua bicicletta; è intitolata Io e la mia bicicletta e racconta tutta la vita di quest’uomo. Che va in velocipede, in tandem, in triciclo, in bicicletta da corsa, e quado muore sale dritto in paradiso in bicicletta su un raggio di sole ed è accolto da un coro celeste di campanelli da bicicletta’. Naturalmente, incaricai Dylan di scrivere il copione”. Naturalmente, Dylan non riuscì a rispettare i patti – preda delle folgorazioni più che della pazienza di consolidarle in pagina.

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Leggo dalla biografia di Paul Ferris, Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra (Mattioli 1885, 2008), per approfondire. I soggetti abbozzati da Thomas – poi pubblicati, nel 1995, per la cura di John Ackerman, come Dylan Thomas. The Filmscripts – sono tre. “Sydney Box della Gainsborough sentì parlare di lui e nel 1948 lo scritturò per tre copioni. Per questi fu probabilmente pagato quasi duemila sterline, sebbene nessuno dei film venne mai registrato. Rebecca’s Daughters, basato su materiale già di proprietà dello studio, parlava delle aggressioni dei coloni ai caselli del dazio nelle campagne gallesi del XIX secolo. The Beach of Falesa era un breve racconto di Robert Louis Stevenson, ambientato nei Mari del Sud, e sarebbe stata una produzione costosa. Il terzo film, Me and My Bike, avrebbe dovuto basarsi su un’idea originale, che potrebbe essere stata di Thomas, strutturata come un’operetta… Per un paio di anni, Thomas fu di casa a Gainsborough. Saltuariamente compariva agli studi cinematografici nella West London per partecipare alle conferenze per le sceneggiature, indossando un completo blu lucido… Ritorna il vecchio aneddoto per cui doveva essere rinchiuso per un fine-settimana in una camera d’albergo (stavolta con una bottiglia di whisky) per completare una sceneggiatura”. In realtà, Le figlie di Rebecca diventerà un film: nel 1992, diretto da Karl Francis, con Peter O’Toole come protagonista.

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Incapacità cronica di stare alla cronaca dei fatti, di gestire il denaro – come istituito patto con gli uomini –, di corrispondere a richieste che non siano quella della propria violenta ispirazione, inutilità della colpa, cospirazione al deludere e all’essere adorato, stare nell’irresponsabile e nel repentino bagliore, amare continuamente e continuamente perdersi impetrando perdono (lettera canonica a Caitlin, in quel 1948: “Lasciami tornare da te. Torna da me. Non posso vivere senza di te. Non mi rimarrebbe nulla. Non ti chiedo di perdonarmi, ma ti prometto che non mi comporterò mai più da bestia insensibile, brutale e stupida. Ti amo”). Tutti questi criteri perfino posticci hanno il ‘tipo’ caustico in Dylan Thomas.

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Sia chiaro: il testo è materia per folli di Dylan. Sono, insomma, dolci materiali di scarto. La scrittura, però, è quella, scattante, ironica, a educare il sorriso. Un pezzo: “Augusto in velocipede, avanza sul viale d’ingresso. Vediamo la sua testa emergere dai cespugli, mentre pedala in un tumulto di cani che abbaiano e di galline che starnazzano. Giorgina si precipita giù dallo scalone con le gonne svolazzanti. Attraversa il vestibolo e spalanca la porta d’ingresso. Sulla gradinata si ferma per dare il benvenuto ad Augusto. La testa di Augusto va su e giù dietro i cespugli del viale. Ora o vediamo salire la gradinata, con tanto di velocipede. Una schiera strepitante di cani abbaia, latra e ulula intorno alle ruote”.

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Il poeta è totalmente sincero e totalmente fasullo, ama all’improvviso, poi dimentica, non è lui, è sempre fuori di sé, l’incoerenza lo smania, si snatura nel verso, profetizzando il volto. In questa lettera al produttore e sceneggiatore Ralph Keene, in appendice alle Favole di cinema, una confessione dell’eludere. (d.b.)

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27 luglio 1948

Caro Bunny

grazie per la tua lettera e per la scaletta riveduta di “Io e la mia bicicletta”. Ho scritto a Sydney, raccontandogli ogni cosa e aggiungendo che se crede posso mettermi a lavorare per lui da agosto e non da settembre, come stabilito. Se è d’accordo, potrei cominciare da “Io e la mia bicicletta” quasi immediatamente. Tengo infinitamente alla “Bicicletta”. Per me, come scrittore immaginativo, ha delle possibilità meravigliose ne sono più che entusiasta. Il fatto che Sydney mi dia carte blanche per il dialogo non realistico, i voli di fantasia, le canzoni, la musica eccetera, è quanto mai incoraggiante.

Ho una quantità di cose da fare: devo giudicare (che Dio mi perdoni) dei Festival di poesia, inoltre, questa settimana parteciperò al terzo programma. Il primo lunedì d’agosto, giorno festivo, lo dedicherò alle volgarità. Ma dopo mi metterò immediatamente al lavoro. Non ho idee preordinate, ma sono così entusiasta dell’intera faccenda che spero proprio di tirar fuori un copione come piace a noi.

Mi farò vivo appena succede qualcosa, tuo Dylan.