“Non ti attendere un grande scrittore, ma una persona bizzarra. Sono sul sentiero di Blake e penso che Wordsworth sia una piattola”: le lettere di Dylan Thomas a Pamela

Posted on Marzo 28, 2019, 7:39 am
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Inevitabilmente, ne fu marchiata. Era di due anni più grande, nella fotografia lui ha la faccia di un fauno e lei ha il corpo vittorioso, inevitabilmente attraente. Gli scrive nel 1933, lui ha 19 anni, gli scrive che è un poeta straordinario – e lui, che aveva appena scritto versi indimenticabili come And death shall have no dominion e The force that through the green fuse drives the flower, essendo un poeta, inevitabilmente s’innamorò. Durò il tempo di una manciata di lettere straordinarie (una delle quali è pubblicata qui sotto, per la traduzione di Andrea Bianchi), eppure, molto tempo dopo, nel 1981, quando si trattava di redigere il suo ‘coccodrillo’ lei era sempre quella che, nonostante “abbia scritto circa 25 romanzi”, “da giovane era stata amica intima di Dylan Thomas”. Collezionò amanti e libri, Pamela Hansford Johnson: nel 1936 si unì al giornalista australiano Gordon Neil Stewart, nello stesso anno in cui l’indimenticato Dylan conosceva Caitlin Macnamara. All’australiano Pamela diede un paio di figli, combinò il divorzio nel 1949, l’anno dopo si unì a C.P. Snow, scrittore di fama (Gli uomini nuovi passò per Einaudi, nei Sessanta), con cui firmò una serie di libri. D’altronde lei, londinese, madre cantante e attrice di vaglia che si era risolta a fare la dattilografa dopo la morte del marito, funzionario coloniale britannico in Nigeria, s’era conquistata l’indipendenza artistica da subito, con il romanzo, spigliato e di grande successo, This Bed Thy Centre. Era il 1935, lei aveva 23 anni, raccontava con agio la sessualità – e l’avidità carnale – dei giovani di quel tempo. Il successo, va detto, coincide con ‘l’amicizia’ con Dylan Thomas, il quale, contemporaneamente, pubblica 18 Poems nel 1934 e poi Twenty-Five Pomes nel 1936. Come a dire: il rapporto fu esteticamente fruttuoso. I due parlarono di matrimonio, da artistoidi in cerca di fama – lasciarono le intenzioni nuziali alle nuvole. I lavori di Pamela Hansford Johnson – un poco cannibalizzata dal marito –, che si occupò criticamente e con piglio di Thomas Wolfe, Ivy Compton-Burnett e Marcel Proust, sono restati in ombra negli ultimi decenni. Dopo la pubblicazione della biografia di David Deirdre, Pamela Hansford Johnson: A Writing Life (2017), si è risvegliata una cospicua attenzione: Hodder ha rimesso in circolo i libri più famosi di Pamela (tra cui, oltre al successo d’esordio, An Impossible Marriage, The Last Resort, The Holiday Friend). Lavinia Greenlaw, in una articolessa sulla London Review of Books ne scrive come di Such Little Trousers. Un aneddoto estratto dal caso è la didascalia ustoria della sua vita. “Il nonno era il tesoriere dell’impresario Henry Irving”, scrive Pamela nell’autobiografico Important to Me, “e detestava il suo segretario, Bram Stoker. Un giorno, tornò a casa con un volume tra le mani, dalla copertina grigia. Il nonno disse arcigno ai suoi figli: ‘Stoker ha scritto un libro bestiale, di persone che succhiano il sangue, di lunatici che divorano mosche’. Lo gettò nel fuoco. Era la prima edizione di Dracula”. Povera Pamela, la scrittrice vampirizzata da mariti e amanti. La ricordiamo traducendo una lettera inviatale da Dylan Thomas. (d.b.)

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A Pamela Hansford Johnson, 15 ottobre, 1933, Swansea

Grazie. Devo scusarmi per non aver imbucato la lettera.

Le esternazioni reciproche di un romantico eccentrico (pochi dubbi su chi è romantico) andranno perse per i posteri; credenze e fedi, le quali cambieranno così come gli anni ci cambiano, ma nondimeno sono sincere, rimarranno inespresse; insulti e complimenti, saggezze e nonsense, mai verranno detti; e un’amicizia tutto sommato carina verrà rotta quasi prima che sia nata. Persino ora dodici pagine fatte col cuore stanno solleticando i sensi del soprintendente delle Lettere Morte, e tre poesie scaturite anche loro dal cuore giacciono sotto il cuscino di qualche ragazzo laureato, laggiù, dalle parti di Llangyfellach o di Pwllddu. (Anch’io conosco niente di Gallese e questi nomi fanno venire i brividi a me come a te).

Cosa mi ero scordato nella tua lettera? Tre poesie, dodici pagine di passione, tutte affermazioni e dinieghi, un pensiero su Shakespeare e un sospiro per Sigfrido! Mio Dio, e tutto per tre mezzi pence.

C’è tanto da dire sulla tua ultima lettera, tanto su cui andare d’accordo e su cui litigare davvero con violenza, così che devo accendermi la sigaretta e poi, con mano pronta e mente felice (più o meno) affrontare i punti proprio in ordine dall’inizio e fino all’ultima curva dell’ultima lettera dell’inutile ‘Johnson.’

1) Sono contento che tu non sia tormentata dalla cretineria come lo sono io. Avrei dovuto andare avanti per mesi, senza mai scrivere il tuo nome, evitando consapevolmente il gesto di amicizia così consueto: chiamarti ‘Pamela’, o ‘Pam’ o come altro devo farlo. Il mio nome insolito – per qualche pazza ragione viene da Mabnogion e vuol dire “principe dell’oscurità” – fa rima con ‘Chillun’, come mi suggerisci.  Non so con cosa rimi invece Pamela, a meno di non dire ‘family’ in qualche modo ricercato, e perciò non si può ripetere con un piccolo distico.

2) Quell’uccel di bosco di Vicky, senza dubbio una variante del pappagallo, non sembra gradire quel che gli abbiamo lanciato la scorsa settimana. Lo dicevo che i suoi gusti erano un abisso misterioso. Gli ho spedito di nuovo una poesia molto breve e oscura con un verso indecente. Che gli hai spedito da dover essere piazzato in modo vergognoso tra stalloni decrepiti? Una poesia breve e oscura con DUE versi indecenti? No, difficilmente lo credo. Non vuole premiare sempre le stesse persone, per principio. Deve stampare il lavoro di altri, ogni tanto, e vomitare egualmente e imparzialmente le sue pagine. Miss Gertrude Pitt deve mostrare la sua foga; e Mr. Martineau deve riparare il suo cuore spezzato con qualche canzone sentimentale.

Dylan Thomas con Pamela Hansford Johnson nel 1933: lui aveva 19 anni, lei 21

3) Sono sul sentiero di Blake, ma così indietro rispetto a lui che vedo solo le scie esterne delle sue ruote. Ho scritto sin da ragazzo e sempre mi sono dimenato in mezzo alle stesse cose, con l’idea di poesia come oggetto del tutto lontano da compiacenze e ‘pennellate lessicali’, e con la messa da parte di emozioni delicate ma diffuse, il tutto con parole ben scelte. Non ci sono compromessi; solo una parola giusta, quella sola: usala, al di là delle associazioni sciocche o banalmente ridicole che evoca; ho usato ‘double-crossed’ poiché era quel che intendevo. È parte del mestiere di poeta pigliare una parola abbattuta e prostituita, come per esempio quella meravigliosa di ‘bionda’ e levigarla, farvi scomparire le vene senza esito, e rimetterla in giro come merce fresca e verginale. Neuburg blatera di una certa regione senza sette, sulle nuvole, dove la poesia raggiungerebbe i livelli più alti. Ma così lui rovina la verità qui implicita dicendo poi che un artista deve per necessità predicare il socialismo. Non vi è necessità per un artista di fare alcunché. Non c’è. Lui o lei è legge a se stesso e la sua grandezza o piccineria accresce o precipita per questo motivo. Vi è solo un vincolo ed è molto stretto: limitazione della forma. La poesia trova la sua propria forma; questa non andrebbe mai imposta; la struttura dovrebbe svilupparsi a partire dalle parole, dalla loro espressione. Non solo voglio esprimere quel che altri hanno sentito; voglio spazzar via qualcosa e mostrar loro cose che mai hanno visto. A causa dell’avvolgimento dentro di me non sarò mai buon poeta: solo procederò sulle prime onde, ponendo le mani più a fondo e poi facendole emergere, di nuovo. Ma anche questo per me è meglio di costruire o ornare alla perfezione padiglioni fatti di sabbia. Cambiando l’immagine, la prima è un breve avventura in zone selvagge, la seconda una piccola galoppata in zone tranquille e note.

4) Ti chiedo scusa per le Credenze da Uomo Qualunque, ma davvero non penso fossero oscure. Per mio conto le ho capite alla perfezione, ma probabilmente sono stato l’unico. Anche questo è scorretto per la grammatica.

 5) E perché mai Wordsworth? Perché citare quel decennio? Shelley lo posso sopportare, ma il vecchio Padre William era una pecorella sotto spoglie umane ossessionato dal panteismo. Mai un barlume mistico. Come poteva essere un metafisico? Poesia metafisica è semplicemente struttura di logica, intelletto, e poi un’ipotesi solida su basi mistiche. E il misticismo è illogico, senza sale intellettuale, e pure dogmatico. Citiamo Shelley, e va bene. Ma Wordsworth era una piattola da ora del tè, il Frost della letteratura buona per studenti americani, il reporter verboso-senza humour-piallato della Natura nelle sue modalità più sciocche. Piglia una sua pagina qualsiasi: e lì giace la lingua inglese non (come dice di Pater George Moore) in una bara di vetro, ma in una scatola larga, soffocante e igienicamente dubbia. Senza viscere e senz’anima. Afferralo nei suoi vezzi da uomo schivo, mentre sale le colline col daffodil spiaccicato sulle labbra, e coi fiocchi di neve lanosa-invernale che gli picchiettano sul petto. O afferralo di nuovo nel suo modo pomposo, la sua posa da dea Vittoria Vergine, il suo humour terra terra che insegue un fantomatico dogma giù per un vicolo cieco e pieno di parole dalle ossa rotte. Ammetto che la Immortality Ode sia meglio di tutto il resto (unica eccezione il credo panteista di Tintern Abbey); tra altre cose mediocri e tutte basse in classifica, quella Ode spicca come un capolavoro; ma giudicata da una prospettiva più corretta, dietro i versi di Shakespeare, Dante, Goethe, Blake, John Donne, Verlaine & Yeats, non è più che discreta. Tutto quel che dice è stato detto prima e meglio, e poi manco è stata capace di dirlo. Tu prova a cancellare l’alone di fama e quella nebbiolina veneranda intorno a lei; tenta di dimenticare il fatto ripetuto dai maestrini di pedagogia che lui sia un mistico inglese: e vedrai dopo uno choc che è tutta clichés, inversioni ridicole di discorso e pensiero, tutti i trucchi del mestiere di un versificatore mai originale che non è mai stato richiamato per il suo bluff. E qui metto pure le poesie di Matthew Arnold, e penso a che delizioso splash, ben forte, verrebbe se li gettassi nel fiume, tutti assieme.

Forse avrai intuito che non mi piace Wordsworth. Mi dispiace, ma è uno dei pochi accettati dal senso comune che io rifiuto in tutti i modi. Questo in sintesi il punto rilevante del mio sommario: scrive di misticismo e delle sue Relazioni con la Mente del Giovane. Solo come esperimento, leggilo di nuovo con queste mie opinioni antagoniste tenute in fondo alla mente. Sono passato in giornata dall’amare Swinburne fino ad esserne riluttante. Basta. Ora vedi tu.

6) Anch’io vorrei tanto incontrarti. Lo possiamo mettere a calendario ma non prima dell’inizio di settembre quando andrò a trovare mia sorella vicino Chertsey. Non attenderti troppo da me (è inteso e ipotizzato che lo farai); sono una persona bizzarra, scompagnata, piccola. Non ti immaginare il grande scrittore mascelluto che rimugina il suo ultimo capolavoro nello studiolo in legno di quercia, ma una figura sottile dai capelli crespi che si fuma moltissime sigarette con un polmone fuori dai giochi, mentre scrive i suoi versi indefiniti sul retro di una villetta di provincia. 

7) Per favore non battere a macchina la prossima volta; le parole più calde paiono gelide.

E ora pure io devo finire, non per qualche appuntamento venale ma perché penso di aver scritto in abbondanza. Ora è il TUO turno. Ci sono molte cose di cui vorrei scrivere, ma sarà per la prossima volta. Mi aspetto una lettera molto, molto presto – e lunga quanto la mia.

Dylan

P.S. Tre poesie per te. Dimmi se ti piacciono o meno. E perché. Farò lo stesso se mi mandi le tue. La poesia del genere ‘conversazione’ è molto violenta, come vedrai, la poesia ‘Noise’ assai romantica e l’altra più sul mio solito registro. Scegli tu, mammina.