“Voglio una nuova creazione”. Dylan Thomas in Iran. Il mistero di un viaggio tra petrolieri e teologia

Posted on Aprile 20, 2020, 6:41 am
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In arabo Abadan significa adoratore, la città è su un’isola, in Iran, in prossimità del Golfo Persico, e lui, in effetti, lo adorava. Ebrahim Golestan aveva 29 anni: iraniano, colto, aveva studiato a Parigi, conosceva l’inglese – tra l’altro, ha tradotto Hemingway per la casa editrice del padre. Sarebbe diventato un regista di qualche successo, menzionato, negli anni Sessanta alla Mostra del Cinema di Venezia. Lo hanno invitato lì, ad Abadan, perché c’è un inglese dall’accento strano e dal ceffo dionisiaco. “Mi hanno detto che lei scrive poesie…”, fa Ebrahim, atletico e piuttosto aitante al cospetto di quel tipo, gonfio di alcool e di visioni. “Mi dicono che si chiama Thomas?”. Lui fa un cenno. “Forse ha qualche parentela con Daylon Thomas? ‘Dylan’, disse lui, correggendo la mia pronuncia. ‘Dylan Thomas. Sono io Dylan Thomas’”. Da levantino fascinoso e scaltro, Golestan si muta in muto adoratore. “Al principio, fui sorpreso, ma presto capii che sebbene il suo viso fosse gonfio, un po’ sciupato, era proprio lui, il poeta che avevo letto la prima volta su Horizon. Adoravo la musica delle sue parole, la precisione rotonda, il suono. La visione ricercata, le immagini rapide, rapinose, come frecce. Le parole scintillanti, come meteore o stelle cadenti nella notte. Avevo letto e ammirato così tanto la sua poesia da avere imparato alcuni versi a memoria”.

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1951, Abadan è famosa per le vaste raffinerie di petrolio, cosa ci fa lì Dylan Thomas? Il viaggio dura tanto, dall’8 gennaio al 14 febbraio, funge da parentesi tra i fatidici tour negli States. La ragione è sempre quella. Soldi. “La Anglo-Iranian Oil Company (poi British Petroleum) gli aveva commissionato la scrittura di un film sui benefici che i petrolieri inglesi stavano apportando a un paese povero” (così Paul Ferris, Essere un poeta e vivere di astuzia e birra, Mattioli 1885, 2008). Dylan piglia al volo l’occasione – una fotografia lo ferma, in giacca&cravatta, negli stabilimenti di Abadan – i soldi paiono buoni (250 sterline più le spese). L’importante è togliersi di torno dal consueto vespaio di donne in cui è piombato. Da un lato flirta con Pearl Kazin, editrice di Harper’s Bazaar, a cui scrive mirabolanti lettere d’amore; dall’altro c’è Margaret Taylor, la sua mecenate, che non ammette tradimenti; poi c’è Caitlin, la moglie, che viene a sapere tutto (Margaret, con doviziosa malizia, fa la spia). Lo schema è il consueto: Dylan, ora in Oriente, cerca di concupire Pearl – che lo snobba – e chiede perdono a Caitlin, “Non ci sarà altro che dolore & incubi & urla nella mia testa e notti senza fine senza fine & giorni desolati finché tu non mi dirai ‘Ti aspetto, ti amo’”.

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Quindi, cosa fa Dylan Thomas in Iran? Vagabondaggi. L’idea del film non gli va: i petrolieri gli paiono “orribili”, vili burocrati lo scorrazzano in “musei infiniti, palazzi, biblioteche, tribunali, parlamenti”, insomma, “sanguino di noia”. Piuttosto, vuole la vita sanguigna, DT, i bazar, “riassunto di variopinti film mai visti… odore di incenso, tappeti, cibo, povertà”. Ecco, la povertà lo stordisce. Così scrive a Caitlin di “bambini rannicchiati nell’insussistenza”, di “abiti luridi”, di “schiere di bimbi persiani che soffrono la fame: occhi enormi, che vedono tutto e niente, pance gonfie e braccia simili a fiammiferi, da cui pende la carne, rugosa e blu”. “Dopo di che”, racconta DT, “sono stato a pranzo con un uomo che vale 30 milioni di sterline, che affitta i campi a tutti i contadini dell’Iran & ha svariati affari sinistri. Un uomo affascinante, colto”.

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Il viaggio parte da Teheran a Shiraz a Isfahan, nell’allora Persia. DT pare davvero il Dioniso a bordo di giaguaro che perfora l’Est. L’esito del viaggio è ambiguo. La traccia di un brevissimo documentario radiofonico, Persian Oil, che porta le zanne di DT (lo cita Paul Ferris, ecco: “Sulle acque blu bollenti i sambuchi sembrano uscire veleggiando dalla Bibbia… Man mano che il sole diventa più caldo, le vaste tribù si spostano dai pascoli invernali ai verdi altipiani… Gli ingegneri maledicono la loro birra disidratata nei club classificati a seconda del reddito. I ricchi sono ricchi. Il petrolio è oleoso. I poveri sono in attesa”). Pare che in Iran DT abbia cominciato a scrivere Non andartene docile in quella buona notte:

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte…

La poesia è inviata alla principessa Marguerite Caetani, ennesima mecenate di DT, e pubblicata su Botteghe Oscure, nel novembre del 1951. I problemi economici permangono, capitali. Così Dylan il 28 maggio 1951 a Thomas S. Eliot: “Moltissime grazie per la tua lettera e per l’assegno. È stato estremamente cortese da parte tua e l’assegno ha contribuito ad alleviare le mie difficoltà qui. Ero, come sai, molto nervoso scrivendoti per chiedere aiuto; e questo specialmente in virtù delle voci recenti circa la tua ricchezza… Stavo in ogni caso scrivendo al miglior poeta che conosca e non a una persona apparentemente facoltosa”. La chiusa è una clamorosa presa per. D’altronde, chi è baciato dal talento abbacinante non teme di chiedere – l’umiliazione è corona al genio.

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Quel viaggio, in ogni caso, è rimasto per decenni avvolto da nubi alcoliche e bizantine. Il Times scrisse, nel 2017, addirittura, di un Persian mystery. Risolto, almeno in parte, da John Goodby, “dylanologo” della Swansea University, che ha scoperto la memoria di Golestan. Nulla di che, per carità; oro per gli inglesi che sguazzano nel biografico – cioè, nel pettegolezzo. Golestan racconta a Dylan Thomas le delizie di Shiraz e il genio di Hafez, il grande poeta dell’eros e del vino. Alla parola ebbrezza, Dylan si elettrizza, blatera di Chaucer – la porzione più interessante riguarda il paradossale dialogo dei due sulla natura di Dio, alle spalle dei mostri di metallo che raffinano l’oro nero.

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“Mi disse: Dicono che tutto venga da Dio. Gli risposi: Dicono che tutto venga da Dio. Mi fissò, bruscamente, ci siamo messi a ridere. Gli dissi: Gli dèi dipendono dalle religioni, uno ha sette o otto braccia, uno ha un figlio, uno è nato e non è nato – è solo. Mi rispose: Meglio che siano soli, è più corretto – un dio solo ha mani libere, non importa quante. Solo più tardi, molto più tardi, capii cosa intendesse. Lì per lì gli dissi che era più difficile. Mi guardò sorridendo, Ma è più bello, rispose, ha necessità di bellezza, la crea. Ho chiesto: Essere soli o avere molte mani? Rise: Non creare cose simili ma creare correttamente necessita di più bellezza – intendo, una nuova creazione. Perché dovrebbe essere simile a qualcos’altro? Ogni cosa esiste, comunque. Perché imitarla? Una nuova creazione. Una seconda creazione – nuova. Resa unica spazzando via ciò che non è necessario. La ricerca della verità. Con due, tre dimensioni creiamo di più. Una visione personale dove immaginazione e sostanza si compenetrano. Comprensione e sentimento. Purezza. Personale, intima, unica”.

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Mi sembra di sentire Rimbaud. Ogni poeta vuole superare la parola – la parola è un confine, è un cancello: il poeta è dall’altra parte, gioca con le ombre cinesi e le cerbottane, ci saluta. (d.b.)