“Tutto affogò nello stordimento di una notte di giugno dedicata alla lettura… Macchie d’eccitazione simili a stelle mi percorrevano le guance”. Dostoevskij, il mito del criminale e la lettura di Musil

Posted on Novembre 12, 2020, 10:44 am
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Il tema del crimine, che sembrava principalmente una questione per giuristi e avvocati, dalla seconda metà dell’Ottocento, con Emerson, Nietzsche, Maeterlinck e Dostoevskij divenne interessante anche per filosofi, saggisti e romanzieri. Sempre più frequentemente andò diffondendosi l’opinione che il soggetto geniale che fa eccezione possa diventare delinquente senza essere punito.  Dal momento in cui sono state definite “rappresentanti dell’umanità”, persone come Napoleone Bonaparte hanno potuto mentire, contraffare e versare copiosamente sangue in modo sfrenato, senza che tutto ciò venisse loro accreditato come crimine. Uomini di quella specie semplicemente non hanno commesso crimini.

A uno “spirito universale” com’è stato Napoleone, secondo Maurice Maeterlinck (da Saggezza e destino), “tutti gli elementi della più alta moralità, la saggezza più certa, la virtù più perfetta sarebbero a tal punto a disposizione che egli non può che ritenersi giustificato nel mettere da parte, senza esitazione, saggezza, moralità e virtù non appena quelle non risultino favorevoli ai suoi piani”.

Tali idee sul genio del potere circolarono nella letteratura del XIX secolo e arrivarono anche a Dostoevskij, investendo i suoi personaggi. Uno di questi è Rodion Raskol’nikov che in Delitto e castigo uccide una prestatrice su pegno a San Pietroburgo: Rodion voleva diventare un Napoleone, ecco perché ha ucciso, ammette lui stesso, sviluppando a cospetto del suo amico Razumichin la teoria delle persone straordinarie cui sarebbe permesso il superamento di “certi ostacoli”, “qualora lo esigesse la realizzazione” di un’“idea (che talvolta forse è decisiva per l’intera umanità)”.

Ciò che in altri scrittori era un suggerimento, forse un’allusione al Rinascimento o alla Rivoluzione francese e al suo erede, Napoleone, è stato raccontato da Dostoevskij in un romanzo di molte centinaia di pagine nel modo più drammatico, commovente ed emozionante. Non c’è da stupirsi dunque che la lettura di Delitto e castigo sia stata una delle esperienze più intense del giovane Robert Musil.

Nelle righe che seguono (da R. Musil, Gesammelte Werke, a cura di A. Frisé, vol.9, Rowohlt Verlag, 1978, p. 1461), mai proposte in italiano fino ad ora, l’austriaco descrive nel 1914 quanto quindici anni prima, durante un soggiorno a Steyr, la città della sua infanzia-adolescenza, fosse stato messo in agitazione dalla storia della rapina a Pietroburgo:

Ciò che in questo momento [giugno 1914] so di Raskol’nikov è la coscienza di un tremendo sconvolgimento. Nient’altro. Tutto affogò nello stordimento di una notte di giugno dedicata alla lettura… La luce della candela tremolava. Macchie d’eccitazione simili a stelle mi percorrevano le guance. Nella seconda città più piccola dell’Alta Austria, dopo anni passati lontano da lì. Questo lo so. In un albergo sulla Marktplatz, da dove ragazzino, inginocchiato su una sedia e appoggiato al lungo cuscino di finestra di velluto rosso, vidi la processione del Corpus Domini […]

[…] Il libro aveva una rilegatura marrone, ma forse mi sbaglio e piuttosto era il prestito di una qualche biblioteca, mentre ne avevo uno con la rilegatura nera, e quelle misere grazie le rivedo in questo momento attraverso una notte decisiva che è qui semplicemente come un buco attraverso il quale il ricordo guarda ciò che vi è dietro…Cosa resta dell’arte? Noi restiamo. Pochi e imprecisi dettagli; coincidenze biografiche del lettore; sapere di un grande sconvolgimento che non ritorna mai allo stesso modo, tutto, non ciò che conta. L’essenziale restiamo noi, così come siamo stati cambiati. – Si conosce qualcosa di più preciso sulla propria vita, cos’altro resta? Ad un certo punto, quando arriva la loro ora, le cose vecchie prendono vita… in un certo luogo si ritrovano uomini…   

Non c’è altro autore letto in gioventù rispetto al quale Musil abbia usato espressioni simili. Con la lettura di Delitto e castigo, con Dostoevskij, il giovanissimo austriaco aveva provato in una forma particolarmente intensa la sensazione del tua res agitur. E a quanto pare questo non fu meno vero con altre opere del russo: con Il sosia, che recupera in maniera coinvolgente un tema caro al romanticismo, e per L’eterno marito, nel quale Musil probabilmente riconobbe una situazione casalinga analoga alla sua (una madre alle prese con due uomini).  

Non è un caso dunque che in una lettera Musil abbia definito Dostoevskij “stella della sua gioventù” e che le tracce di quel brillare e riscaldare si ritrovino nei punti più nascosti della sua opera. 

Vito Punzi