“Devi raspare il fondo del barile e afferrare brandelli d’infinito”. Dialogo su Dostoevskij con Danilo Breschi

Posted on Giugno 25, 2020, 5:11 am
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Dostoevskij ha incendiato la casa: possiamo scappare – o credere, oltre l’irragionevole, che il fuoco sia una benedizione, che il tempio disintegrato risorgerà nel ciclo di tre giorni. Quando si dice che Dostoevskij è stato, soprattutto, per i temi prepotenti che insinua nei suoi romanzi, un ‘filosofo’, lo si umilia. Si cerca, cioè, di dare ordine, ragione, primato a ciò che sfugge. Il filosofo è l’amico della sapienza – a Dostoevskij non importa nulla di questa architettonica sapienza. Dostoevskij mira alla verità; d’altronde, il grande personaggio della letteratura russa, dai Racconti di un pellegrino a Tolstoj, Leskov, Dostoevskij, appunto, è lo jurodivyj, lo stolto in Cristo, il beato ignorante, il reietto, il calunniato, “spazzatura del mondo, rifiuto di tutti”, di cui scrive San Paolo (1 Cor 4, 13). La sapienza dell’uomo è un ostacolo per accedere alla sapienza di Dio. Lev Šestov, il pensatore più grande tra quelli che hanno avvicinato D., il più estremo, nel 1903 pubblica La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche (in Italia edita Aragno), dove scrive che “Dostoevskij comprendeva e sapeva rappresentare solo le anime ribelli e avventurose, perennemente alla ricerca. Quando tentava di rappresentare l’uomo conciliato, colui che aveva trovato e compreso, scadeva in una deludente banalità”. In un discorso del 1921, per i cento anni dalla nascita di Dostoevskij, poi raccolto in Sulla bilancia di Giobbe (Adelphi per l’Italia), Šestov è più radicale, pare aver capito qualcosa di eclatante, che spezza la catena filosofica, il chiacchiericcio su accidenti e accadimenti che si accende, flebile come una iena, nelle aule d’accademia. “La logica – che trasforma miracolosamente le impressioni individuali ‘inutili’ in una ‘esperienza’ di utilità generale, e in questo modo crea l’ordine saldo e immutabile, necessario ai fini della esistenza sulla terra – questa logica, che è la ragione, uccide il mistero e la verità. Raccogliendo un’ultima volta le sue immense forze, Dostoevskij scrive su questo tema I fratelli Karamazov”. Dei “Karamazov” il punto dove il fuoco è più caldo – o meglio, dove il cuore, posticcio e pasticciato, dell’uomo è posto sul tavolo chirurgico della storia – è “La leggenda del Grande Inquisitore”, la fiaba allegorica – anzi, anagogica – raccontata da Ivan Karamazov. “Non si può dire che gli uomini non siano liberi, ma essi temono sopra ogni cosa la libertà. Per questo cercano la ‘conoscenza’, per questo hanno bisogno di un’autorità incontestabile, ‘infallibile’, ai cui piedi tutti insieme possano prosternarsi”: così Šestov riassume il tema della “Leggenda”, fino a dar fiato all’ineffabile, “dicendo ‘Dio esiste’, lo perdiamo immediatamente”. Su questa scia si mette Danilo Breschi, che tra le tante cose dirige “Il Pensiero Storico”, ma è, soprattutto, un cercatore, uno studioso anomalo, inquieto e viscerale, che ha curato una versione della Leggenda del Grande Inquisitore (Edizioni Feeria Comunità di San Leolino, 2020), con un commento che ne estrae i punti potenti. Dostoevskij non si legge senza ricapitolare se stessi, senza esserne masticati e arsi. La casa brucia, noi siamo la miccia, il micidiale è ovunque. (d.b.)   

Forse, dice qualcuno, Dostoevskij è il più folgorante filosofo del moderno. Almeno così è da intendere, credo, il fatto che i suoi romanzi siano collocati da Bompiani nella collana “Il pensiero occidentale”. È così? Tu come lo hai letto?

Dostoevskij è forse l’esempio migliore di cosa richieda la grande letteratura: pensiero abissale e tensione anagogica. Da un lato, devi essere capace di scendere giù fin dentro i più reconditi recessi del sottosuolo della nostra umanità, che è carnale, ossuta e sanguigna, ora sanguinante ora sanguinaria. Dall’altro lato, devi tenderti come fossi al contempo arco e freccia, per scagliarti in alto, in un altrove siderale che riecheggia il mistero che sostiene questa umana e pencolante vita terrestre. Devi raspare il fondo del barile e afferrare brandelli d’infinito, di qualcosa che senti ti oltrepassa, ti chiama e ti respinge al tempo stesso. Pertanto, sì, leggo Dostoevskij come un immenso scrittore e un filosofo altrettanto grande, al pari di Kierkegaard e di Nietzsche, ma avvertendone la maggiore forza dovuta alla capacità di racconto, di costruzione di personaggi indimenticabili, ciascuno dei quali è incarnazione di un’idea, un principio, un vizio, sovente un’ossessione compulsiva, debordante e travolgente. Attenzione: per i protagonisti dei suoi romanzi, ma anche per alcune figure apparentemente secondarie, non si tratta mai di una statica stilizzazione, ma della descrizione delle variazioni, dei trasalimenti e delle derive a cui quell’idea fissa, quel pensiero ossessivo compulsivo possono condurre, forse debbono, ineluttabilmente, condurre. Dostoevskij ha saccheggiato la cronaca nera e ce l’ha restituita quale storia perenne messa a lucido da una filosofia nitida. Che la sua narrativa compaia nella collana filosofica di Bompiani mi pare quanto mai appropriato, tenendo però conto che la sua presenza è simile a quella di un controcanto, ortodosso e slavofilo. Dostoevskij è lo specchio rovesciato in cui l’Occidente riflette la propria immagine: ciò che per l’uno sta in alto per l’altro sta in basso, e viceversa.

Nel tuo testo esegetico poni un discrimine tra felicità e libertà, nell’ambito del romanzo di Dostoevskij. Spiegaci meglio.

Nei Fratelli Karamazov, soprattutto nel capitolo V del libro V che con questa edizione e curatela riproduco come testo a sé stante, in quanto dotato di forza autonoma, vero e proprio racconto nel racconto, la felicità e la libertà non coincidono. Anzi. Se per felicità s’intende il piacere, qualcosa di simile all’appagamento dei sensi e alla quiete dell’anima, allora è più facile scivolare nella sottomissione, nella servitù. Per essere liberi si deve sempre stare in guardia, pronti a fronteggiare quella minaccia costante, pressante, che è la stessa condizione umana. Un basso e sottile stato d’allerta, che può costare fatica, diventare persino insopportabile per chi ha animo incline alla servitù piuttosto che alla libertà. La condizione perfettamente libera e felice è propria di colui che sopporta le avversità e, nonostante tutto, avanza, non arretra, al massimo rallenta. Mi viene in mente la figura di Sisifo così come immaginata da Albert Camus: felice, appunto, nonostante tutto. O il cavaliere di Albrecht Dürer ripensato nel tardo Novecento da Jean Cau come figura verticale, apparentemente imperturbabile, che, a cavallo, si apre un varco tra la morte e il diavolo. Qualcosa che nel cinema evocano molti personaggi sceneggiati e interpretati da Clint Eastwood. Capaci di sopportare in silenzio il tragico, ovvero un dolore senza rimedio. Tragici perché liberi dentro un destino. Ecco la condizione umana magistralmente descritta da Dostoevskij nei suoi capolavori, tra cui I fratelli Karamazov e la leggenda del Grande Inquisitore.

In un altro passaggio scrivi che “la filantropia poco o nulla ha a che fare con il vero amore cristiano”. Quello proposto da D., insomma, è un cristianesimo estremo (meglio: autentico), diverso dalla vulgata della buona novella. Di che cristianesimo parla D.?

Questa dell’incompatibilità tra la filantropia e l’amore cristiano è preoccupazione comune a molti pensatori e scrittori russi del periodo a cavallo tra Otto e Novecento. Penso ovviamente a Vladimir Sergeevič Solov’ëv, ma anche a Nikolaj Berdjaev. Per loro, come per Dostoevskij, ciò che conta è la saldezza della fede, non per timore dei peccati ma per la pienezza esistenziale che si raggiunge in una vita con Dio e in Dio. Ignoranti di storia, abbiamo dimenticato che i termini “filantropia” e “solidarietà” furono coniati ed introdotti esplicitamente in opposizione alla carità cristiana. C’è un nesso tra amore cristiano, agape, e verità, con l’iniziale maiuscola. È qualcosa che fa scandalo ad una mentalità moderna, ancor più se postmoderna, per la quale il dato unico e certo sono le interpretazioni di una soggettività apparentemente dimessa, ma che in realtà nel suo narcisismo nichilista rivela un’arrogante volontà di potenza. Per un cristiano, almeno del tipo quale Dostoevskij era diventato dopo lungo travaglio, tra filantropia e agape non c’è opposizione netta ma profonda diversità di grado e una gerarchia che non puoi sovvertire, pena fuoriuscire dall’orizzonte cristiano. Non cristianamente vigilata e vissuta, la filantropia può finire con l’anteporre l’amore per l’uomo all’amore per Dio. Ciò facendo, si giustificherebbe solo in funzione della gratificazione del proprio ego individuale, ossia poggerebbe su colonne di sabbia. Alla prima timida mareggiata crollerebbe miseramente e resterebbe solo un meschino amor proprio, la nuda e amara vanità.

Chi vedi come Grande Inquisitore, oggi? E perché Dio, la parusia, la salvezza sono temi intesi come desueti, scomparsi da larga parte della narrativa occidentale?

Rispondo anzitutto alla prima domanda. Il Grande Inquisitore è colui che, vinto dalle tentazioni sataniche, pervaso dallo spirito di negazione, ritiene che il mondo si regga e si salvi solo adagiandolo sulle tre colonne del miracolo, del mistero e dell’autorità. Un miracolo inteso come esibizione di potenza taumaturgica e rimozione, o almeno ampio rinvio, del dolore e della fame è oggi offerto dalla tecnologia. Un’illusione di guarigione o dilazione permanente, ma un’illusione assai potente, perché indubbiamente efficace nel breve e nel medio periodo. Lo sviluppo del digitale e della realtà virtuale, persino aumentata, fornirà illusioni in veridicità, non verità, e in quantità tali che Leopardi risulterà superfluo con tutti i suoi mirabili versi e gli innumerevoli profondi pensieri immersi nello Zibaldone. Il mistero senza trascendenza di cui parla e intende avvalersi il Grande Inquisitore non può che dilagare in tempi di analfabetismo funzionale nonché di ignoranza e incompetenza spacciate, in modo truffaldino, come sinonimi di autenticità democratica. Sono cioè presentate come segnali di trionfo dell’uomo della strada, del tipico esponente del popolo, finalmente liberato ed incoronato. In realtà il mistero postmoderno è solo l’oscurità di menti ignoranti, annebbiate e dunque facilmente manipolabili. Accade così che le web companies, le multinazionali dell’high tech e della comunicazione si prospettino sempre più come il nuovo Leviatano che si china benevolente sui fragili e tremebondi esseri umani per calmarli, rassicurarli e infine meglio possederli, fagocitandoli. L’autorità è oggi dissolta nel senso tradizionale del termine, viene svincolata dall’esperienza ed è riformulata secondo i dogmi di quel nuovo codice etico da Santa Inquisizione che è il “politicamente corretto”. Si tratta di un’ideologia tesa a confortare coloro che l’adottano supinamente, sollevandoli dall’esercizio autonomo e critico del pensiero, gratificandoli con l’inserimento e la promozione sociale (anche la semplice non-esclusione è bastante). Chi si piega accetta l’espulsione del principio di realtà, oscurato da una serie di divieti e sanzioni, a cui si aggiungono moderni autodafé e ostracismi comminati a chi dissente o è difforme rispetto ai dogmi imposti dal nuovo clero liberal e globalista, agenzia vigilante transnazionale come un tempo lo fu la Chiesa cattolica e quella Compagnia di Gesù dalle cui file proveniva lo stesso Grande Inquisitore ritratto da Dostoevskij.

Quanto alla seconda domanda, credo che Dio, la parusia e la salvezza siano temi intesi come desueti, scomparsi da larga parte della narrativa occidentale per un fatto fondamentale che nello stesso anno, il 1946, fu percepito con chiarezza assoluta da due uomini di pensiero e scrittura estremamente diversi tra loro. Proprio per questo la sostanziale convergenza del loro giudizio segnala che un brandello di verità è stato afferrato. Scriveva Benedetto Croce sulla sua rivista: «La fine della civiltà […] è non l’elevamento ma la rottura della tradizione, l’instaurazione della barbarie, ed ha luogo quando gli spiriti inferiori e barbarici, che, pur tenuti a freno, sono in ogni so­cietà civile, riprendono vigore e, in ultimo, preponderanza e signoria». Nello stesso anno Ennio Flaiano annotava sul suo Taccuino: «La saggezza di certi vecchi alberi mi riempie di venerazione. Ognuno, credo, è legato agli alberi della sua terra, come ogni uomo si accorge, un bel giorno, di essere suo padre e suo nonno e che questa è l’unica immortalità possibile». Il fatto fondamentale accaduto nell’ovest del pianeta negli ultimi settant’anni è esattamente questo: lo spezzarsi dell’asse universale di trasmissione, tanto tra le generazioni quanto tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte, tra gli dèi e i mortali, al cui posto subentra il mito della novità, dell’andare per andare, del futuristico marciare per non marcire. Nei fatti si tratta solo di un’angoscia profonda, implacabile, dell’insanabile ferita di un essere amputato. È la condanna di chi, spirito inferiore e barbarico, non riesce più a credere che c’è sempre qualcosa di nuovo nell’antico, che c’è linfa inesauribile nell’apparente ripetizione delle questioni eterne su cui si arrovellano tutti i personaggi dostoevskiani, a cominciare da Ivan e dallo stesso Alioscia Karamazov. Come ebbe a dire Cioran, un secolo di psicologia ha ridotto la civiltà occidentale allo stremo e ha distrutto gli ultimi resti d’ingenuità. Un secolo di bulimia introspettiva freudista, più che freudiana, nonché di auto-assoluzione sociologica (insomma, è tutta colpa dei padri e/o della società), oltre ad una trentennale orgia di mobilitazione totale e guerre di distruzione industriale di massa, hanno dissanguato e disanimato lo spirito occidentale. Abbiamo perduto del tutto l’innocenza di chi ama e brama la verità, la quale, come ogni vero amante sa bene, si ricerca e mai si possiede, se non per istanti. Di questa perdita e di questa introversione che isterilisce l’anima e rende impotenti i pensieri la narrativa occidentale è da decenni ridotta a registrare la stanca e asfittica contabilità.

Mi pare che tu legga sempre gli autori – spesso anomali, laterali – ricavando da loro non tanto una morale quanto uno scatto, una promessa, un impegno. Quali scrittori, oltre al sommo Fëdor, consigli come una specie di antidoto al tempo presente, di scatto che scardina, verso il futuro?

Buona parte della risposta sta già nelle considerazioni che ho appena espresso. Alcuni nomi sono affiorati qua e là. Non vorrei aggiungerne altri, anche perché il migliore scrittore che potrei suggerirti è quello che scoprirò o riscoprirò domani, conferendo così un significato pregnante e trainante al mio eventuale sopravvivere su questa terra un altro giorno ancora. Amori, figli e libri (più in generale, opere d’ingegno e creatività artistica): ecco il senso della vita. Questi preziosi e salvifici sopravvenienti dovranno essere scrittori capaci non tanto di immunizzarti dal presente e proiettarti nel futuro, se è valido quanto finora detto, ma piuttosto di radicarti e ramificarti quasi tu diventassi un vecchio albero gigante, saggio e venerabile, come quelli descritti da Tolkien. In tal modo, proprio come aveva intuito Flaiano, riceverai la grazia di assaporare un briciolo d’immortalità.