“Ho l’animo ardente e odio questa gente buona a nulla, le prediche infinite per farci accontentare del nostro destino”. Il giovane Dostoevskij e il suo doppio

Posted on Febbraio 28, 2020, 9:30 am
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L’argomento è intrigante e malizioso. Cos’è il doppio? Chi è che ci duplica? Quando ci accorgiamo di avere una duplice presenza siamo ancora integri? Uno dei primi a darsi delle risposte fu Dostoevskij giovane ne Il sosia. Però lo fece eludendo le domande, inscenando una polemica con l’artefice della tradizione del doppio che nella sua letteratura era Gogol’: questo stando a quanto dice la storia dei libri, perché molto deve essere passato fuori di lei, nei sogni, nei disegni dei tappeti e nei cerchi di fumo.

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I manuali ci raccontano infatti una storia deliziosa e tracciata con la mano garbata dell’erudizione: il doppione parte dai racconti gialli dell’orrore di Hoffmann e di Poe e arriva ai libri brevi dei discorsi di Stevenson su Jekyll e Hyde, fino all’epilogo degno di nota col ritratto del signor Gray. Poi c’è Freud e le sue elucubrazioni sul doppione, la scissione atomica del super-io. Ma questa è un’altra storia. E credo che qui scattasse il matto a Nabokov.

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Nabokov fu il doppio di Dostoevskij, se mi si passa il motto di spirito. Entrambi scrissero da giovani sul doppio. Il romanzo di Dostoevskij è del 1846 ed esce che il nostro ha 25 anni e un po’ di galera ancora da scontare. Ma c’è già. Andiamo a sfogliare le lettere che si assiepano in quegli anni (o Aragno, ma costano milioni, o altrimenti sul web la prima edizione inglese Chatto & Windus del 1917). Sfotte così in una lettera al fratello Michael dei primi del 1846: “gli editori del Contemporaneo potrebbero rifiutarlo; non mi nuoceranno troppo”. Il sosia “come Povera gente va avanti con facilità e leggerezza”. Ecco le qualità che Freud sottovalutava nel doppio di Dostoevskij, nella personalità che si spacca senza l’accetta: la leggerezza di tocco, il gesto inevitabile di fare un romanzo ad umor nero, virato sul canto di Gogol’.

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Quanto a Nabokov. Per uno scherzo fatale, arriva a pubblicare il suo Disperazione in inglese in mezzo a una collana di libri popolari, quasi gialli, durante gli anni berlinesi (“un rinoceronte circondato da colibrì” scrisse agli amici con sagace presunzione). La cosa va avanti per le lunghe con l’editore inglese. Se voi scorrete gli estratti del suo epistolario, Selected letters 1940-1977 troverete certo le lettere più ricche che sono quelle alla moglie Vera; ma se guardate bene, ci sono delle pregevoli incazzature con gli editor, vuoi americani vuoi inglesi. In quel giro d’anni il conte Vladimir vorrebbe dare un cazzotto virtuale a Mr. Mangione (chiaramente newyorkese) e in altri momenti si trova a dover usare il pugno di ferro rivestito di velluto coi vari vassalli degli studi editoriali associati, come quando si mette di santa pazienza a difendere la sua traduzione inglese di Disperazione con tale Altagracia de Jannelli dicendogli: faccia di meglio Lei se ci riesce. “Forse può lavorare sulla traduzione dal russo che le mando sia per la vecchia edizione di Camera oscura che per Disperazione (di cui le mando il manoscritto e che dovrebbe uscire in Inghilterra la prossima primavera)”.

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Sia Dostoevskij che Nabokov fecero a pugni per diffondere a stampa le loro idee del doppio che è in noi e ci attraversa: come dicono i tedeschi, echeggiando le passeggiate romantiche, Doppelgänger, colui che cammina insieme a noi.

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In Dostoevskij è un sosia che si affaccia al salone del rispettabile protagonista e lo diffama. Una storiella che fu come un colpo di fulmine per García Márquez. In Nabokov invece “ci si interroga sulle sottili dissezioni di una mente tutt’altro che ‘ordinaria’ o ‘nella media’ dal momento che la natura ha profuso sul mio eroe una buona dose di genio letterario intingendolo nel sangue; il criminale in lui, prevalendo sull’artista, prende poi a impiegare quei mezzi che originalmente la natura aveva elargito solo al suo ‘io’ artistico. Non è assolutamente un romanzo per detective” (lettera del 1936 ad Hutchinson & Co.)

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Quel che fa sorridere, a conti fatti, è il destino che appaia Dostoevskij e Nabokov. In lotta con Gogol’ il primo. In lotta con Dostoevskij, sempre e comunque, il secondo. (E scusate se vedo troppa foga di far fuori i padri letterari in questa vicenda). Ironia della sorte, si trovarono a pubblicare in russo su due riviste che avevano nomi quasi identici: Sovremennik ai tempi dell’Ottocento, Sovremennye zapiski ai tempi dell’emigrazione russa di Nabokov. Erano entrambe riviste a vocazione socialistoide. Forse per questo i due geniacci si facevano terra bruciata intorno…

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Ecco Dostoevskij col lanciafiamme per finire in bellezza. Scrive al fratello senza mezzi termini un anno dopo aver composto Il sosia, con la testa ancora incasinata: “Guarda bene fratello, da tutta questa faccenda del giornale ho dedotto una sola regola. Primo, il lieto autore di successo si fa solo del male a farsi amici gli editori e i proprietari di giornali perché questi signori si prendono delle libertà e si comportano in modo disonesto. Di più, l’artista ha da essere indipendente e infine deve consacrare il suo strumento al santo spirito d’arte – ché il suo strumento è davvero santo e casto e gli richiede tutto il suo cuore, senza altri amori. Il mio cuore scoppia per tutte le immagini che gli arrivano dall’anima. Fratello, mi sta succedendo come una metamorfosi non solo morale, ma fisica. Mai prima di oggi ero stato così lucido, così ricco di dentro; mai ero stato così tranquillo di natura, né così soddisfacente per quanto riguarda il fisico”. Straordinario. Dopo aver scritto Il sosia, Dostoevskij è diventato la copia migliore di quel che era prima. Un tipo schizoide? Non sarei così riduttivista…

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E infatti, solo un anno dopo queste vicende, ne aveva 26, si trova a bestemmiare contro tutti quelli che vorrebbero semplificare il mondo e renderlo un piattume dove non ci sono anfratti per la personalità ricca di settemplici contraddizioni.

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In quel 1847 scrive “solo” La padrona, un racconto di genere nero con tanto di incubi sulla paternità e cartomanti vari. Forse si era già bruciato come autore giovane e bofonchiava col fratello: “Invero la dissonanza tra noi e la società è cosa terribile. Nervi e fantasia incominciano a prender troppo spazio dentro le nostre coscienze, ogni vicenda esterna appare colossale e ci spaventa. Si comincia ad aver paura della vita”. Davvero bisogna ritradurre perché dopo la traduzione-versificazione di Lo Gatto (1950) e quella per bibliofili di Aragno (2017) le sue parole non vadano al vento: “Dio santo, ci sono tanti con la faccia inacidita, anime piccine e di mente ristretta, filosofi dal capo ingrigito, professori di tutte le arti dell’esistenza, Farisei che si inorgogliscono della loro sedicente esperienza di vita – a dire, della loro mancanza di individualità, ché sono tutti intagliati dallo stesso pezzo di legno – gente buona a nulla con le loro prediche infinite per farci accontentare del nostro destino, per farci aver fede in qualcosa (basta che sia qualcosa) e che noi si faccia soltanto domande modeste alla vita, accettando la stazione dove ci è capitato di trovarci – e così non pensano nemmeno alle parole che usano, ché il loro contentamento è l’autocastrazione da chiostro; giudicano con indicibile e striminzita animosità la natura veemente e ardente di chi non è come loro e rifiuta di accettare l’insipido ‘compito quotidiano’ che lor signori mettono a calendario dell’esistenza. Oh come sono falsi questi predicatori che dicono false le gioie terrene, come sono falsi, uno per uno! Quando finisco in mezzo a loro soffro i tormenti dell’inferno…”. (Andrea Bianchi)

*In copertina: Il’ja Repin, “Ritratto di Aleksej Pisemskij”, 1880