“Dopo una puntura di Voltaren ho capito che avrei potuto fare il cantante. In effetti, sono come Ian Curtis, ma vorrei tanto essere Thomas Mann”: intervista folle a Nicolò Locatelli, voce e verbo dei Se Naoko

Posted on maggio 21, 2018, 11:27 am
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Forse non aveva neanche 18 anni, era decisamente allampanato, con un talento genetico per la pallacanestro, un nonno artista avvenirista, tra Piacenza e Milano, l’altro, faccia da Marlon Brando, con una zona al mare a Riccione. L’insegnante di italiano assegnava una stirata sufficienza ai suoi temi, fin troppo sgargianti. Quando ne scovai il talento – litigando con il parlamento dei prof – ci siamo inventati una rivista, Il Cannibale, dove Nicolò Locatelli, che giocava a schiacciare in testa ai nerd e ai palestrati sui più luridi parquet della Riviera, poteva furoreggiare a piacere. Ora, anni che sembrano millenni dopo, Locatelli guadagna bene come ghost writer, ha imparato che tra un sonetto di Petrarca e un annuncio pubblicitario Barilla non c’è differenza – conta, sempre, la grana del linguaggio – studia come si fa a scrivere un romanzo di successo alla Scuola Holden, e già lo vedo tra i kapò Feltrinelli, mi giocherei lo stipendio che non ho puntando su di lui come Premio Strega nel 2028. Nel frattempo, Locatelli – che è diventato serio e professionale come Baricco – ha firmato un disco, Il Nord – titolo, invero, semplice e bellissimo – con il suo gruppo, i Se Naoko, di raffinata tortuosità (il primo singolo, Di cenere, con video è appena uscito e lo ascoltate qui; il disco, per La Schiuma Dischi, esce il 23 maggio), di accesa malinconia, di lussuoso tedio. Mi viene da dirgli: beh, da romanziere fallito ti dai al cantautorato. Ma è una cretinata. In realtà, Nicolò ha la coerenza di chi cristallizza le nuvole in un impero. Tre anni fa, pubblicando il primo libro – di cui è lecito, sempre, vergognarsi un po’ – E i tuoi capelli non sono nient’altro che vetro, per un editore importante, storico come Guaraldi, era già tutto previsto. In ‘quarta’ lo si presentò come “il primo romanzo dotato di playlist”, scaricabile, per cui “ogni capitolo va letto ascoltando una musica particolare, da Jacques Brel ai Joy Division, da Ryuichi Sakamoto ai Sigur Ròs, da Nick Drake ai The Stranglers”. C’erano anche pezzi dell’autore, Nicolò, a significare che tra canto e scritto la distanza è uno sputo, un tango delle palpebre. Ora. Il Nord. L’emblema della bussola. Il luogo dei luoghi. L’incipit, si spera, al grande romanzo, la colonna sonora del romanziere che sarà. Applausi, ora.

Intanto. Perché “Il Nord”. Perché Se Naoko. 

Due o tre anni fa mi ero preso l’otite bollosa emorragica e nessuno a casa mia mi credeva, in quel periodo stavo leggendo per la prima volta Norwegian Wood di Haruki Murakami e l’ipocondria andava gonfie vele: per assecondarla sono andato al pronto soccorso da solo, e lì mi hanno fatto una puntura di Voltaren o di qualcos’altro con il nome simile a un cognome veneto. Avevo ragione. Il giorno dopo ricordo di essermi svegliato con in testa questo pensiero: “Il Nord sarebbe un discreto titolo per una canzone e Se Naoko andrebbe bene come nome dell’intero progetto”. Allora l’ho proposto a Nicola, il bassista – all’epoca eravamo soltanto io e lui i coinvolti – che ha subito accettato.

disco locatelliCosa ascolti?

Sono cresciuto in una casa con cinquemila dischi stipati in un mobile accanto all’ingresso, e per questo ho sempre ascoltato di tutto, dal jazz alla new wave, cantautorato italiano, francese, ma soprattutto musica inglese. Gli americani mi irritano, non riesco mai a capire se sono dieci passi avanti a noi oppure completamente fuori di testa: aprono le finestre di casa e appena sentono freddo sparano il riscaldamento al massimo. È molto probabile che in parte siano vere entrambe le cose. Diciamo che mi porto nel cuore più di tutti i Joy Division e i The Style Council, ma anche gli Oasis e Françoise Hardy, Nick Cave, i Bluvertigo, King Krule, David Sylvian e così via. Piero Ciampi, Paolo Conte, Tom Waits e Apparat, poi Neffa e i Radiohead, ma anche i The Strokes. Ultimamente consiglierei questi, data la primavera: Dr Buzzard’s Original Savannah Band. Roba molto viva. Fra quelli che fanno trap i miei preferiti sono Rkomi – più radicale – e Young Signorino.

Cosa leggi?

Oggi sto rileggendo Elianto di Stefano Benni. La prima volta avevo cinque anni, quindi ne sono passati venti: è confortante sentirsi vecchi, poter dire a qualcuno “Sono passati vent’anni dall’ultima volta che ho letto questo libro!”. Lo dico tanto per ridere ma giuro che è andata così, se l’era comprato mia madre, nel 1998, e io ero rimasto stregato dalla copertina. Ho cominciato a leggere libri a partire da quel giorno. Il secondo è stato “Spid il ragno ballerino”. I miei autori preferiti sono Boris Vian e Yasunari Kawabata, ma aggiungo anche Kafka, Dostoevskij e Tolstoj. Negli ultimi anni ho trovato illuminanti Furakawa Hideo, Inoue Yasushi, Ueda Akinari e Kobo Abe: la letteratura giapponese mi affascina e spiazza. Murakami e Kazuo Ishiguro invece me li porto dietro da più tempo, così come Rilke, Thomas S. Eliot, Rimbaud e Joyce.

Incapace come scrittore ti dai al cantautorato. O viceversa?

Come scrittore sto cercando di purificarmi, il motto è quello del “basta meno”. “Less is more” lo dice chi non ci crede sul serio oppure chi abita a Milano e per questo è abituato a infarcire i discorsi con angolofonie per deformazione molto poco professionale. Ogni volta che passo da quelle parti mi dispiace per chi ci abita. Di mio dico già abbastanza cazzate, divertendomi, quindi – contrariamente alla mia gioventù – cerco di utilizzare una lingua abbastanza analfabeta nella prosa, e di concentrare termini più letterari nelle canzoni. Il bello delle canzoni è che non importa quasi a nessuno cosa stai dicendo – non vorrei essere frainteso, se qualcuno presta attenzione al testo è piacevole – ma a volte quando suono dal vivo quasi preferisco che l’impianto sia una merda e impasti tutte le parole: a Riccione e dintorni i miei testi suonano piuttosto grotteschi. A Torino un po’ meno.

Che differenza tra scrivere canzoni e racconti, stessa pietosa pappa linguistica?

Un racconto è una corsa. È importante la partenza, un’accelerazione progressiva ed è importante che termini con un’epifania, un punto d’arrivo. Nel racconto la struttura è sempre fondamentale. Un romanzo invece è un viaggio, si possono prendere più mezzi, cambiare la velocità. Un viaggio può essere tante cose. Una canzone equivale a una passeggiata oppure a un saggio: si dice cosa si pensa.

Letteratura italiana contemporanea. Chi ti piace, con chi parli?

Penso che alcuni lavori di Stefano Benni siano sottovalutati. Elianto è letteratura: immaginifico e spietato, ha una struttura formidabile. Ovviamente quando avevo cinque anni non l’avevo notata. Anche Saltatempo ha poco da scherzare. Il fatto che siano catalogabili come “romanzetti divertenti” secondo me è soltanto un valore aggiunto. Poi leggo Marco Missiroli: Bianco Atti osceni in luogo privato sono i suoi due libri che più mi sento di consigliare. Tra gli “autori classici più recenti” nomino Antonio Moresco e Stefano D’Arrigo.

Musica italiana contemporanea. Chi ti piace, con chi parli?

Rkomi è davvero bravo. Non rientra nel mio genere ma lo trovo fortissimo, immediato, crudo e comunicativo: è in grado di rendere nuovi dei contenuti triti e ritriti. Mi raperei a zero per farci un pezzo insieme. Niccolò Contessa poi è un altro geniaccio, ma ammiro anche Le luci della centrale elettrica – nonostante Terra non mi abbia fatto complessivamente impazzire – e Motta, per non parlare dei Baustelle e dei Verdena. (Afterhours e Bluvertigo su tutti, ma forse l’ho già detto).

Preferisci essere Thomas Mann o Bob Dylan, Dylan Thomas o Ian Curtis?

Thomas Mann: il Bob Dylan italiano lo fa già De Gregori, chissà che non gli diano il Premio Strega un giorno. Scherzo. Sceglierei il tedesco anche se avesse scritto soltanto Tonio Kröger e La montagna incantata. Poi mi vedo più come scrittore che come cantante, è un segreto che sanno tutti. Ian Curtis. Gli unici in grado di mettermi in crisi in questo gioco – accanto a Ian Curtis – sarebbero Liam Gallagher e John Lennon per ovvi motivi. Anche se comunque sceglierei Ian. Poi mi vedo più come cantante che come bagnino di salvataggio, e anche questo è un segreto che sanno tutti.

Ma… lo stai scrivendo il libro che cambia la storia? Di cosa parla? Straparli? 

Oltre a fare il ghost writer – ultimamente ho rallentato un po’ – sto scrivendo un libro ambientato in Romagna, una storia dark-pop che nella mia testa associo vagamente a Donnie Darko, anche se in realtà non c’entra nulla. Non me la sento di raccontare di cosa parla ma posso anticipare che si tratta di una narrazione con una trama complessa e una lingua immediata, molto chiara, quasi quanto il fatto che io straparli: parlo davvero troppo, così tanto da stufarmi di me stesso più volte al giorno, fino a detestarmi così tanto da scrivere – o dire, fare – cose che non dovrei. Come ad esempio censurare una domanda di quest’intervista. Quale? Non potreste ricordarla, l’ho proprio tolta.