Dopo anni passati al fianco di Ludovico Einaudi, un disco e un concerto consacrano il talento di Federico Mecozzi. La recensione

Posted on Gennaio 28, 2019, 1:19 pm
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Sentito dal vivo il risveglio di Federico Mecozzi, la certezza è che il musicista abbia dormito molto e bene e che abbia fatto soprattutto sogni bellissimi. Un lit du roi, il teatro Galli di Rimini, ha ospitato lo scorso fine settimana (due le repliche, sabato e domenica sera, due sold out nel giro di poche ore) l’esecuzione dal vivo di “Awakening” (Warner), il primo album del violista di Verucchio che da circa due lustri affianca il Maestro Ludovico Einaudi sia in studio che nelle tournée in tutto il mondo.

L’anomalia, bellissima e assolutamente positiva, è racchiusa nella distanza che si interpone tra i pezzi live e quelli registrati nel cd, lì dove il palcoscenico si erge a luogo eletto, specchio che riflette la “stanza spaziale della verità più interiore”, cannocchiale rovesciato che punta a zoomare le note più nascoste. Federico Mecozzi, per la platea dorata del Galli, sceglie di donare al pubblico le chiavi dell’intimità.

Così “Kinetic”, il pezzo che ha aperto il concerto con le prime note eseguite a sipario chiuso, sono il preludio dell’omaggio e del rispetto che il violinista di Verucchio sente di donare al teatro di Rimini: un parlare attraverso le note mai urlato, quasi un pissipissi riservato, con quella delicatezza che permette al violino di assomigliare alla voce di una donna. La tantrica “Birthday”, lanciata con un videoclip a fine 2018, è il sorriso più gioioso dell’artista (assieme a “Desert dance”, che sembra riprendere e ampliare – con il solo accenno – quel giro di note che scandiscono il “compleanno”).

Sono musiche soffiate e delicate quelle che attraversano “Last June” e “Lost tales”, intime ma mai malinconiche, come quelle bagnate dal mare che danno vita a “Neptunus”. Una nuova luce illumina “Spring song” prima di lasciare spazio alla lettura di Giuseppe Righini, sulle assi del Galli anche per i bellissimi vocalismi di “Prayer”, un pezzo che ricorda, “voce&musica”, le sonorità dei Sigur Ros.

Con “Blue reverb”, “Desert dance” (con due ballerine che, dopo aver danzato in controluce dietro al fondale, appaiono sul palco) e “Home”, Federico Mecozzi supera la fase REM del sonno e si avvia al risveglio, dove incontrerà una giornata di sole e un futuro illuminato.
Nei bis l’esecuzione di “Rimini” di Fabrizio De André (molto apprezzata, la scorsa estate, da Dori Ghezzi) e “Breeze”, un soffio che saluta il pubblico e lo fa alzare dalle poltrone. Teatro in piedi, applausi a scena aperta. Forse servivano solo queste ultime sette parole per descrivere il risveglio di Federico.

(Il cd, uscito il 25 gennaio, è molto più “rock”. Ha un bel “tiro”, come dicono i millennials, ma allo stesso tempo ha un effetto visivo rilassante. La copertina, che vede il violinista ritratto da Chico De Luigi, ha tonalità che tirano sull’azzurro e il turchese, simbolo di comunicazione attraverso la creatività. Colore emblema della lealtà e dell’idealismo, trasmette un senso di pacatezza. Dentro però, quindi le 13 tracce che danno corpo all’album, raccontano un risveglio allegro, quello di un viaggio nelle sonorità del mondo. Forse Federico ha incontrato Angelo Branduardi – senza forse, l’ha incontrato davvero al teatro Novelli nel 2015 in occasione di “Ainulindalë – Un palco ai giovani – La musica degli Ainur”, ispirato J.R.R. Tolkien con le musiche di Mecozzi, Nicolò Facciotto, Mattia Guerra, e Ivan Tiraferri e Branduardi voce narrante – e la musica trobadorica, filtrata e resa “fusion” con la freschezza dei suoi sorrisi).

Alessandro Carli