“Dobbiamo smarcare la letteratura dall’intrattenimento”: dialogo con Massimo Raffaeli

Posted on marzo 24, 2018, 11:00 am
15 mins

Mi ha sedotto la teologia del tunnel. Poi vennero quei versi. Devastanti. Come l’odore derelitto dei fiori, mentre la primavera marcisce. “Un ditirambo gratuito, proveniente dal nulla e votato ad altro nulla, arte-per-l’arte, puro spreco, ciò che un filosofo che forse non l’ha mai visto giocare, Georges Bataille, avrebbe chiamato la pura dépense”. Omar Sivori. I tunnel deliziosi di Sivori, uno che “non possedeva il cambio di marcia di Ronaldo né disponeva delle folgori balistiche di Diego Armando Maradona… però sapeva giocare da fermo, esibendo la trovata imprevista da un repertorio inarrivabile”. L’angelo più malinconico. Così s’intitola quel libro segreto che promette “storie di sport e letteratura”, pubblicato nel 2005 da Affinità elettive, una primizia. Poco dopo arrivò l’altro, il poeta. Massimo Ferretti. Con quei versi che sono dei tunnel all’asfittica tradizione lirica italica. “Sono un animale ferito. Ero nato per la felicità della solitudine e il panico vergine dell’incontro: e mi sono ritrovato in una folla di eroi incatenati”. E quei fragorosi epigrammi, “E mentre divampa la fiamma aziendale/ dell’organizzazione dell’intelletto –/ divento sempre più esperto/ nell’arte di perdere tempo…”. Tra Omar Sivori e la riscoperta di Massimo Ferretti – adorato da Pasolini, poi dimenticato – c’è Massimo Raffaeli. Voce marchigiana, eleganza austera, da ruvido europeo. Raffaeli è una creatura rara. Con pazienza tenace coltiva l’esercizio critico. Non cede un cenno al caos del ‘gusto’, all’orda della moda. Esegeta – per gioco – del calcio (nel 2007 Raffaeli cura per la Bur una fondamentale antologia dei migliori ‘pezzi’ di Gianni Brera, Il più bel gioco del mondo), Raffaeli, che ‘pratica’ l’arte critica su il manifesto e Il Venerdì di Repubblica, e collabora con Radio Rai 3, dissemina il suo lavoro in libri importanti per decrittare la nostra letteratura e dunque la nostra vita: Novecento italiano (2001), Bande à part (2011), I fascisti di sinistra (2014), L’amore primordiale (2016). Io ho amato anche libri più laterali, commossi, come Compito di italiano (2007), con quella patina di malinconia su un mondo letterario che non c’è più, su un’epica calcistica che è sfinita. Ma il critico è ancora con la faccia rivolta al contemporaneo, nella luce dell’oggi. libro raffaeliHo amato quello che Raffaeli ha scritto di Cesare Pavese (“a chi abbia occhi per leggere, e impulsi non acquiescenti – non asfissiati dal credo neodarwiniano e liberista – Pavese può tuttora parlare”) e il suo lavoro dentro l’opera di Louis-Ferdinand Céline (“Le parole che concludono il manoscritto di Rigodon… sono qualcosa di più di una clausola suggestiva: que plus rien existe, ‘che più niente esiste’, valgono tanto una dichiarazione di poetica, anzi una sintesi fulminea del nichilismo céliniano, quasi un’esalazione uscita dall’orrore della carne e degli esseri umani, quanto un sinistro presagio”). In casa, come la cresta di un uccello amazzonico che sbuca da un paio di libri, ho una specie di amuleto. La traduzione di Raffaeli – francesista – di una delle più delicate poesie di Wallace Stevens, Tredici modi di guardare un merlo (uscì sulla rivista ‘Tratti’, nel 1992). “Nelle neve di venti montagne/ L’unico punto mobile/ Era l’occhio del merlo”. Forse l’esercizio critico è anche questo. Guardare fino a tredici volte una cosa. Guardare quel gesto letterario da ogni lato possibile. Poi cucire delle frasi, dare ordine grammaticale all’effimero. Amuleti sul volto del caos.

Domanda canonica. Che fine ha fatto la critica letteraria? Voglio dire. La critica si fa ma non si vede; non esistono più autori degni di critica; non ci sono più critici degni di nota. Oppure. La critica letteraria frega a nessuno (ma è mai fregata a qualcuno? forse il discorso del ‘pubblico’ è fuorviante). Illuminaci. 

Penso che di critica (letteraria, cinematografica, artistica, oggi persino gastronomica) ce ne sia persino troppa, se guardiamo al ruolo e alla sua visibilità: chiunque, dal “Corriere della sera” all’ultimo blog, può arrogarsela, scrivere e dare semplicemente fiato alla bocca, praticare una virtù oggi tanto apprezzata come l’immediatezza che è, alla lettera, l’assenza di mediazione. Deficitario, residuale, è semmai l’esercizio della funzione critica e dunque, per etimologia, l’attitudine paziente a “distinguere, valutare, giudicare”. Da decenni (Franco Fortini scrisse in proposito un saggio memorabile) manca un mandato sociale che la legittimi e perciò la si esercita in caduta libera senza poter contare su niente e nessuno che non sia la buonafede personale o una certa idea del mondo. Perché l’unica autorità culturale oggi riconosciuta non è una ideologia, un partito, una qualche aggregazione di esseri umani, ma è semplicemente il mercato. Voglio dire (e so di usare un lessico arcaico) che chi voglia dirimere, davanti a un libro o un quadro o un film, tra quanto è “valore di scambio” e invece “valore d’uso” (tra una merce e ciò che non lo è) si trova nella stessa condizione di cui disse, in maniera presaga e anzi profetica, una poesia di Andrea Zanzotto, del ’68 se non ricordo male, che si intitola Al mondo. Ecco, quella poesia, che dubita della esistenza di un universo ancora umano, si conclude con una esortazione spiazzante, “Su, munchausen”: è un invito a tirarsi da soli su dal fosso o dal pozzo senza illudersi di poter contare su qualcosa o qualcuno se non, per l’appunto, la propria buona fede e quella che dalle mie parti chiamano la tigna. Non manca affatto la critica, essa prolifera: a mancare, viceversa, è lo “spirito critico”, una espressione defunta, accuratamente rimossa da qualsiasi documento perché forse sa di libro nero del comunismo a distanza di chilometri.

raffaeli libro2Non è che… nell’attuale schiavitù dell’ego non c’è più voglia di capire il presente? Concentrati sulle nostre voglie, non interpretiamo più la volontà del mondo. Giocando al canone e tornando a noi. Quali autori ti hanno formato, formando la tua personale ‘tradizione’? Quali autori leggi, oggi?

L’idea di Canone è arrivata in Italia una ventina di anni fa insieme con il libro di Harold Bloom, una cosa molto americana e che potrebbe corrispondere a una domanda del tipo: quali e quanti libri dovrebbe portarsi appresso uno che naufragasse nell’isola di Robinson o scendesse nel rifugio antiatomico? Da europeo vetusto, io preferisco il concetto di tradizione e perciò la consapevolezza che esiste un passato il cui peso è sempre variabile e reversibile: un grande storico e biblista, che è stato anche un poeta, Michele Ranchetti, diceva sempre che la tradizione non va imbalsamata, come vogliono i classicisti, e neppure sconciata, come si augurano gli avanguardisti, ma va soltanto e di continuo interrogata. Quanto a me, sono un uomo del Novecento e tale rimango, non saprei dire se purtroppo o per fortuna, e la mia personale tradizione non può essere che quella del modernismo critico, da Fenoglio a Bassani e Vittorini, da Pasolini a Primo Levi, Fortini e Volponi. Tra i critici e filologi, aggiungerei senz’altro Pasquali, Timpanaro, Contini, Debenedetti, Mengaldo. Menziono per ultimi, ma sono i primi, voglio dire una lettura quotidiana, Benedetto Croce e Antonio Gramsci. Circa i miei coetanei, o comunque contemporanei, vorrei parlasse per me una bibliografia non proprio generosa ma nel complesso abbastanza nutrita.

Tu hai ‘canonizzato’, per dire, uno scrittore anomalo e anormale come Brera. Di norma, tu hai scavato negli anfratti del ‘canone’ (penso alla cura con cui hai letto Ferretti). Chi sono autori, a tuo avviso, fondamentali ma su cui la critica ha prestato una attenzione residuale, minima?

Rispondo d’acchito tutti e nessuno. Voglio dire che il problema non è tanto riaccreditare un autore (questa semmai è una operazione prelibata, a cadenza, dall’industria culturale) quanto poter ricollocare la letteratura in un contesto differente e insomma smarcarla dal suo attuale status, per lo più decorativo, di intrattenimento. Infatti è egemone la letteratura di genere, la quale si fonda su automatismi percettivi che nulla aggiungono a tutto quello che sappiamo riguardo al nostro essere al mondo. In fondo ci ripete dalla mattina alla sera, come il dottor Pangloss a Candide, che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Hai voglia.

Fuori dai denti. Come è messa, oggi, la letteratura italiana (prosa e poesia)? La sovranità del mercato ha intorpidito l’ispirazione degli autori?

In Italia non mancano affatto poeti, narratori e saggisti di straordinario valore e, se debbo fidarmi delle mie sole impressioni, dico che per qualità sovrastano, ad esempio, gli attuali francesi: in Francia Houellebecq è ritenuto un classico e Finkielkraut un grande saggista, ma si può? Da noi mancano, molto più che altrove, i lettori. E questa, presumo, è la tragedia di una società che si vuole post-alfabetica senza essere stata mai integralmente alfabetizzata. Vale a dire, e in ogni senso, civilizzata.

Hai tradotto e studiato Céline. Cosa ne dici del caos accaduto in Francia intorno alla (non) pubblicazione dei pamphlet antisemiti? Giusto censirli nell’oblio, meglio leggerli? D’altronde, si può leggere il Mein Kampf…

Raffaeli libro3Le “idee” dei libelli di Céline sono gli escrementi da cui esce la musica pulsionale dei suoi romanzi, che testimoniano l’uomo-massa, l’individuo atomizzato, lasciato solo al cospetto di forze economiche e sociali soverchianti. È impossibile separare la redenzione artistica dalla paranoia ideologica che ne denuncia la fondazione. Céline veniva dall’infima borghesia, terrorizzata dal declassamento e indotta a spiegarne la dinamica con la presenza degli ebrei e di coloro che già i Maurras e i Daudet dell’”Action Francaise” chiamavano les sales métèques, i luridi bastardi, gli immigrati dalle colonie asiatiche e africane. E il fatto che Céline abbia aderito a ciò che il vecchio August Bebel chiamava il socialismo degli imbecilli (allucinare la lotta di classe in conflitto razziale, etno-religioso) oggi non costituisce una eccezione ma, piuttosto, l’estremo di una regola secolare. Quella con cui, hic et nunc, si vincono le elezioni. Regola attualissima se, tanto per fare un esempio, il dibattito in Italia sul cosiddetto ius soli ha fatto uso della identica bigiotteria razzista e delle sue metafore più convenzionali (l’invasione, il contagio, il corrompimento di una identità): solo che qui non si vedeva alcuno stile né se ne sentiva la musica, qui esalavano soltanto le feci. Astenersi dalla lettura di Bagatelle, ostacolarla, addirittura impedirla? La rete già provvede e infatti ridonda di pornografia antisemita e negazionista, da Bardèche a Rassinier, da Faurisson al fratello d’Italia Telesio Interlandi (il suo Contra Judaeos del ‘38, in pdf, si associa alla lista, e lo scopo è tuttora delatorio, dei cognomi degli ebrei italiani divulgata a suo tempo da Giovanni Preziosi: c’è anche il mio, vorrei aggiungere). Perciò discriminare fra l’autore del Viaggio e quello di Bagatelle equivale a negare la relazione fra le “idee” del dottor Louis-Ferdinand Destouches, se vogliamo una autentica canaglia, e la “musica” del romanziere Céline che le sublima. Vuol dire isolare artificiosamente un’opera di civiltà (nel qual caso dei grandi romanzi) occultando la barbarie da cui essa proviene. Una barbarie, oltretutto, ancora viva e vegeta, da noi come altrove.

A cosa stai lavorando, ora? Su chi o su cosa vorresti lavorare?

A parte la routine (articoli, saggi, note, di cui vivo ogni giorno) prima o poi vorrei scrivere un libro cui vengo pensando da tempo, un libro sul rapporto fra Denis Diderot e Alessandro Manzoni (quest’ultimo, per quanto possa sembrare singolare, è da sempre tra i miei livres de chevet). Sì, Manzoni, non il romanziere dell’obbligo scolastico, voglio sperare, ma il nipote di Cesare Beccaria.