“Dobbiamo discendere agli inferi per comprendere il valore della luce”: Matteo Fais dialoga con la cantante dark jazz Anastasia Minster di musica, Bergman e Jung.

Posted on maggio 22, 2018, 8:50 am
20 mins

La musica rock ci ha abituati ad associare il senso di inquietudine a voci sporche e roche, spesso cupe, e a rumori violenti al limite del fastidioso. Invece, a volte, quel male di vivere può trovare espressione in suoni e accenti tenui, quasi sussurrati, come nel caso di Anastasia Minster, giovane cantante e compositrice nata in Russia e di recente trasferitasi a Toronto. Il Canada, come sappiamo, ha una lunga tradizione che la lega alla musica jazz – si pensi semplicemente al Festival Internazionale di Montréal. La Minster però, che nutre una certa refrattarietà nel farsi incasellare e che ha evidentemente troppe influenze nel suo background, definisce la sua musica come dark jazz ispirato al pop da camera.

Uscita di recente con il suo primo album Hour of The Wolf (che potrete reperire qui), l’abbiamo raggiunta per un dialogo aperto in cui la cantante, praticamente ignota in Italia, ci ha parlato di sé, delle sue influenze musicali, e di come sia stata ispirata dalla visione di Ingmar Bergman e dalla lettura di Carl Gustav Jung.

AnastasiaAnastasia, sappiamo bene che, sfortunatamente, non sei molto conosciuta qui da noi. Pertanto direi di cominciare con una domanda molto semplice: come ti presenteresti al pubblico italiano? Dicci qualcosa di te.

Sono un cantante nata in Russia e che al momento risiede a Toronto, in Canada. Il modo migliore per descrivere ciò che faccio è parlare di dark jazz ispirato alla musica pop da camera. La mia musica incorpora contrabbasso, batteria, violoncello e sassofono, ma il pianoforte e la voce sono ciò a cui viene dato maggior risalto in ogni canzone.

Infatti, noto che sei una pianista e una cantante. Come è cominciato tutto? Quando e come è nata la tua passione per la musica?

Tutto cominciò tanto tempo fa, quando ancora vivevo a Mosca. Sono sempre stata fortemente attratta dalla musica e, a un certo punto, ho sentito l’urgenza di esprimere me stessa attraverso questo mezzo. È stato naturale per me. Nella prima adolescenza, cominciai a mettere insieme pezzi e frammenti di canzoni nella mia testa. I miei genitori avevano un vecchio pianoforte malconcio, spaventosamente scordato, che praticamente nessuno aveva mai utilizzato. Provai a suonarlo e immediatamente avvertii un fortissimo legame con esso. Era proprio una bella sensazione: sentire i tasti sotto le dita. Gradualmente, imparai a suonare da sola e riuscii a incanalare i suoni dalla mia mente verso il mondo esterno. Inutile precisarlo, quei primi tentativi furono decisamente scadenti.

Tu definisci la tua musica come “dark jazz ispirato al pop da camera”. Esattamente, di che genere musicale si tratta? Potrei chiederti di descriverlo ai lettori?

È sempre stato problematico per me collocare la mia musica all’interno di un genere preesistente, così ho dovuto trovare questa formula. Le canzoni si fondano su piano e voce, con l’aggiunta di altri strumenti integrati con cura all’interno della struttura sonora. Metto particolare enfasi nella melodia e nel tessuto musicale con una varietà di strumenti quali il violoncello, il sassofono, il contrabbasso, lo xilofono, eccetera, e traggo ispirazione dal jazz per quel che concerne armonia e ritmo. E, anche se mi piace far uso del termine “dark” in relazione alla mia musica, devo ammettere che non sempre questo sarebbe adatto a descriverla. Infatti, sovente le persone trovano le mie canzoni confortanti e rassicuranti. Certo, è vero che io esploro alcuni temi oscuri come la morte e la perdita, perché li ritengo aspetti estremamente importanti dell’esistenza umana. Alcune volte dobbiamo “discendere agli inferi” per poter comprendere il valore reale della vita e della luce.

Quali sono le tue fonti di ispirazione a livello di cantanti e gruppi musicali?

Essendo nata e cresciuta in Russia, sono stata enormemente influenzata dai compositori classici russi quali per esempio Sergei Rachmaninoff. Adesso che vivo in Canada, la mia fonte di ispirazione principale è il jazz nordamericano e la più grande è sicuramente Nina Simone. Ma ci sono anche tanti fantastici musicisti europei di cui ammiro il lavoro: David Sylvian, Melanie De Biasio, Agnes Obel e molti altri.

AnastasiaParliamo adesso del tuo primo album, Hour of The Wolf. Mi piacerebbe cominciare proprio dal titolo. L’ora del lupo – sto citando da internet – è “l’ora che intercorre tra la notte e l’alba. Quella in cui la maggior parte delle persone muoiono, quando il sonno è più profondo e gli incubi più reali. È l’ora in cui chi dorme è attanagliato dalle sue paure più profonde, quando i fantasmi e i demoni sono più forti, l’ora del lupo è anche quella in cui nasce la maggior parte dei bambini”. C’è per caso una qualche connessione con il famoso film di Ingmar Bergman? Sono curioso di saperlo da te.

Certamente! Adoro Ingmar Bergman e trovo sia il film, che ho visto diverse volte, sia il concetto di “ora del lupo” incredibilmente affascinanti. Per me, simboleggia il momento maggiormente cupo nella vita di una persona, quando si viene a contatto con tutti i “mostri” interiori che abitano la parte inconscia della nostra mente. Questo avviene quando guardiamo ai nostri desideri nascosti, agli impulsi e alle paure – e ciò può essere al contempo distruttivo e incredibilmente potente. Mi fa pensare al concetto relativo all’archetipo ombra di Carl Jung, oltre che all’idea secondo cui per poter vivere una vita piena noi dobbiamo “portare l’ombra alla luce”, ovvero divenire consapevoli dei lati oscuri e più disturbanti della nostra personalità. La canzone Hour of the Wolf è stata ispirata da quelle idee, così come l’intero album. Abbiamo inoltre realizzato un video musicale noir caratterizzato da una luminosità drammatica influenzata dalla visione bergmaniana.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere le canzoni? Hai lavorato da sola al progetto?

Difficile dirlo. Alcune canzoni presenti nel disco sono state composte un anno fa e suonate mentre vivevo ancora a Mosca, a fronte di altre che sono del tutto nuove. Ho passato circa un anno provandole e lavorando sugli arrangiamenti con la mia band canadese, prima che fossimo pronti a registrare. Sono stata incredibilmente fortunata a lavorare con dei musicisti straordinari che hanno portato ognuno il proprio contributo e mi hanno aiutata a rifinire i dettagli.

Non ho potuto fare a meno di notare un certo qual senso di cupezza nei tuoi testi e nella musica – si pensi, per esempio, alla canzone intitolata When I die (Quando morirò). Pertanto vorrei domandarti: tu fai musica per affrontare la sofferenza e il dolore?

Penso di fare musica per diverse ragioni. La prima e principale è perché mi viene naturale farla. Sono fatta così. Per me, la musica è il mezzo attraverso cui esprimermi e il modo per essere legata al mondo: documentare le mie idee e le esperienze emotive, per poi condividerle con gli altri. Le mie canzoni sono decisamente intime e spesso riflettono eventi accaduti nella mia vita – sia gioiosi che desolanti – insieme ai sentimenti che li hanno accompagnati. Certo, poi, ritengo che la musica mi aiuti a fare i conti con certe emozioni negative: quando qualcosa ti fa soffrire e tu cerchi di catturare quella sofferenza per trasporla in musica, questa finisce per affievolirsi e, in alcuni casi, tutto ciò che resta è appena il suo ricordo in forma di canzone, un souvenir del caso.

Matteo Fais

*La traduzione delle risposte di Anastasia Minster è di Matteo Fais.

Si ringraziano per la fondamentale consulenza linguistica: Isabella Piras che ha revisionato le domande ed Elena Dalla Vecchia per la traduzione del cappello iniziale in lingua inglese.

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“Sometimes we have to descend into the underworld in order to understand the true value of life and light.”: Matteo Fais talks about music, Bergman and Jung with dark jazz singer Anastasia Minster

Influenced by rock music, we tend to associate hoarse, cracked, deep voices and violent, annoying noises to a sense of anxiety. Sometimes, however, existential pain can be expressed through delicate, even whispered sounds, as in Anastasia Minster’s songs. She is a young Russian singer  and songwriter, who has recently moved to Toronto. Canada has a long-lasting jazz music tradition, hosting word-famous events such as the International Jazz Festival in Montreal. But Given the diverse influences of her background, Minster is reluctant to tag her music with a single label, and defines it as chamber-pop inspired dark jazz.

Following the release of her first album, Hour of The Wolf (available on her website) we interviewed Anastasia Minster, an almost unknown singer in Italy. She told us about herself, her musical influences, and how Ingmar Bergman’s movies and Carl Gustav Jung’s books have inspired her.

Anastasia, I’m sure – unfortunately – you are not so well known in Italy. So let’s start with a very simple question: how would you introduce yourself to the Italian public? Tell us something about yourself.

I am a Russian-born singer and composer currently based in Toronto, Canada. The best way to describe what I do is dark jazz-inspired chamber pop. My music incorporates upright bass, drums, cello and saxophone but the main focus of each song is the grand piano and vocals.

In fact I see you’re a pianist and a singer. How did all begin? When and how your passion for music started?

It all began a long time ago when I was living in Moscow. I have always been drawn strongly to music and at some point I felt an urge to express myself through this medium. It happened naturally for me. In my early teens, I started making up bits and pieces of songs in my head. My parents had a battered old piano that was dreadfully out of tune and barely ever used by anyone. I tried playing it and immediately felt a strong connection with the instrument. It just felt right: the sensation of the keys under my fingers. Gradually, I taught myself to play and began channeling those tunes I had in my head into the outside reality. Needless to say, those early attempts were quite miserable.

You define your music as “dark jazz-inspired chamber pop”. What exactly is this music genre? May I ask you to describe it for us?

It has always been challenging for me to fit my music into an existing genre so I have come up with this definition. The songs are based on piano and vocals with other instruments integrated carefully into this framework. I put special emphasis on melody and texture with a variety of instruments such as cello, saxophone, upright bass, glockenspiel etc and I draw inspiration from jazz in terms of harmony and rhythm.  Even though I like to use the term “dark” in relation my music, I must admit that it isn’t always true. In fact, people often find my songs uplifting and soothing. I do explore some dark themes such as death and loss because I find these to be extremely important aspects of human experience. Sometimes we have to “descend into the underworld” in order to understand the true value of life and light.

Who has inspired you? Can you name any singer or band?

Having been born and raised in Russia, I was greatly influenced by Russian classical composers such as Sergei Rachmaninoff. Now that I live in Canada, I am inspired by North American jazz, my biggest influence being Nina Simone. There are also some wonderful European musicians whose work I admire: David Sylvian, Melanie De Biasio, Agnes Obel and many others.

Let’s talk about your first album, Hour of The Wolf. I’d like to start from the title. The hour of the wolf – I’m quoting from the internet – is ‘the hour between night and dawn. The hour when most people die, when sleep is deepest, when nightmares are most real. It is the hour when the sleepless are haunted by their deepest fears, when ghost and demons are most powerful, the hour of the wolf is also the hour when most children are born’. Is there any connection with the famous Ingmar Bergman’s film? I’m curious to hear from you.

Yes, there is definitely a connection. I love Ingmar Bergman and I find both the film, which I have watched several times, and the concept of “hour of the wolf” deeply fascinating. For me, it symbolized the darkest time in a person’s life when one encounters all the inner “monsters” that inhabit our unconscious mind. This is a moment when we face our hidden desires, urges and fears and it can be either destructive or incredibly potent. It makes me think of Carl Jung’s concept of the shadow self and the idea that in order to live full life we have to “bring the shadow into the light” i.e. become aware of the dark disturbing side of our personalities. The song Hour of the Wolf was inspired by these ideas and so was the whole album. We have also made a film noir Hour of the Wolf music video with dramatic lighting that was influenced by Bergman’s visuals.

How long did it take to compose the songs? Did you work alone on the project?

It’s hard to tell. Some of the songs on the record were composed a years ago and even performed when I was still living in Moscow while others are brand new. I spent about a year rehearsing and working on the arrangements with my Canadian band before I felt that we were ready to record. I was incredibly lucky to work with amazing musicians who came up with their own parts and helped me to refine the arrangements.

I can’t help but noticed there’s a sense of obscurity in your lyrics and music – let’s just think about the song called When I die. So, I’d like to ask you: do you make music because is a way of dealing with suffering and pain?  

I think I do music for a number of reasons. First and foremost, it just flows. This is the way I am. For me, music is the ultimate means of self-expression and the way of connecting with the world: documenting my ideas and emotional experiences and sharing them with other people. My songs are quite personal and they often reflect the events that happen in my life – both joyful and distressing – and my feelings about them. I do find that music helps me deal with negative emotions: when something makes you suffer and you manage to capture it in a song, the feeling starts to wane and, eventually, all that is left is a memory of the feeling. In the form of a song. A souvenir of sorts.