Disabituati alla vertigine: 5 libri “banditi” per reagire all’idiozia editoriale odierna

Posted on Giu 18, 2018, 6:51 am
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Per formalità romantica – adoro rinchiudere le costellazioni in un barattolo – parlo di ‘banditismo’ editoriale. In realtà, dovrei dire ‘buon senso’. I libri che allineo, infatti, non sono frattaglie di autori misconosciuti – ce ne sono molti, tra l’altro, che bisognerebbe imparare a conoscere, ma questo è un altro discorso. Sono, al contrario, i libri miliari di autori memorabili. Insomma, libri che se non hai letto, beh, ti precludi la conoscenza di un pezzo di te stesso. Perché alcuni libri sono ‘banditi’ dal mercato? Per: indifferenza (uno scrittore vale l’altro), ignoranza (ma chi sono questi?), speculazione (faccio più soldi con il modesto romanzo di un vivente che con il capolavoro di un defunto). Sul sistema editoriale odierno regna un cinismo sfrontato e uno sconfinato perbenismo. Il mix, al veleno, fa sì che i grandi libri spesso siano desaparecidos, mentre i mediocri svettino, poppe al vento, in cima alle classifiche di vendita dei libri. Il tempo sarà galantuomo equilibrando i valori? No. Al tempo frega un cavolo dell’essere umano e del suo bilioso affannarsi. Non c’è scampo, i bestseller di oggi – i mediocri – annienteranno i capolavori di ieri. Io mi ribello, in scapigliato banditismo.

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burgess libroGli strumenti delle tenebre, Anthony Burgess. Leggere le ‘quarte’ dei libri è sempre un esercizio istruttivo. Compiuto dopo aver fatto invecchiare il libro qualche decennio, ha degli effetti devastanti. Non si capisce se il vino sia diventato aceto o se ci abbiano rifilato una sola di scarpa per una cotoletta. “In questo romanzo, la cui lavorazione l’ha impegnato per ben dici anni, Burgess ha superato se stesso, dandoci un libro così ricco di eventi e personaggi memorabili da non aver l’eguale nel panorama dell’odierna letteratura inglese”. Anno di grazia 1983, Rizzoli pubblica quella che è effettivamente l’opera più complessa di Burgess, Gli strumenti delle tenebre. Mai più vista in giro. Neppure il centenario dalla nascita, cascato nel 2017, l’ha fatta risorgere: per tutti Burgess è Arancia meccanica – meglio il film di Kubrick del libro di Anthony, comunque – e stop. Semplificazione tremenda e ingiusta, per uno scrittore poligrafo – 33 romanzi, tra cui: una riscrittura di 1984 di Orwell, diventato 1985; una biografia di Gesù di Nazareth, sulla scia del film scritto per Franco Zeffirelli; un bellissimo libro su John Keats, Abba Abba, e un altro, altrettanto bello, sulla vita di Christopher Marlowe, Un cadavere a Deptford – che fu anche compositore musicale. Ne Gli strumenti delle tenebre, libro che, parola dell’autore, “inizia verso il 1917 e termina nel 1971, racchiudendo quindi un’epoca in cui, pare evidente, il male si è manifestato nelle questioni umane in modo più spettacolare di quanto abbia mai fatto prima nella storia mondiale”, Burgess mette in scena il cinico Kenneth Marchal Toomey, pingue ottantenne, interrotto mentre si fa un ragazzino dall’Arcivescovo, incaricato di redigere l’agiografia del prossimo Papa. Nel romanzo, tradotto in italiano da Liana Macellari in Burgess, la moglie di Anthony, balugina fugacemente il Duce che “con cipiglio” firma i Patti Lateranensi e Roma, ora e sempre “la fogna della storia, una fogna a cielo aperto”. Incapace di accettare il progresso dell’idiozia (“disprezzo tutto ciò che è effimero ma imposto come qualcosa che ha un valore ultimo. I Beatles, ad esempio”), Burgess sapeva che “in quanto romanziere, appartengo al rango dei pericolosi”. Gliel’hanno fatta pagare.

massimo-ferretti-allergiaAllergia, Massimo Ferretti. Fu una specie di Dario Campana del secondo Novecento. Fu un lampo. A riconoscere il genio selvatico, qualcosa di “unico, preistorico”, fu Pier Paolo Pasolini. Ferretti, marchigiano di Chiaravalle, aveva vent’anni nel 1955 quando pubblicò, a proprie spese, Allergia, testo che fin nel titolo scombina il mito di Ungaretti (l’Allegria di naufragi). Grazie a Pasolini, che ne rilevò “una prima impressione violenta”, Ferretti si fa grande e pubblica quella stessa raccolta – aggiornata di altri versi – per Garzanti, nel 1963, vincendo il Premio Viareggio per l’opera prima. La vita, di un Campana esasperato dalle inquietudini, lo porta prima a pascolare nel Gruppo 63 – importante il legame con Antonio Porta – poi a disprezzare tutto e tutti. Ha il tempo di tradurre (Hilda Doolittle, Arthur Koestler, Margaret Murray e Christine Brooke-Rose) e di pubblicare, in quegli anni bucolicamente politicizzati, due romanzi, Roderigo (Garzanti, 1963) e Il gazzarra (Feltrinelli, 1965) e di abbozzarne un terzo, Trunkful, che abbandona morendo, nel 1974. La morte, come accade spesso ai poeti, aiuta alla creazione di un mito tascabile di Ferretti. Nel 1994, per la cura di Massimo Raffaeli, Marcos y Marcos ripropone Allergia. Poi il nulla. Peccato, perché quell’unico libro ha la forza degli assoluti. “Ero nato per la morte immutabile della farfalla: e l’acqua che mi crepò il cuore m’avrebbe solo bagnato”, scrive Ferretti nell’audace Polemica per un’epopea tascabile. “Tu non puoi attraversare, città,/ le province della mia eleganza!”, canta il poeta, intriso di aurorale lirismo, “Mi accordo al tuo catalogo confuso/ con l’allegria che fa morire un secolo,/ ma concede una pace incorruttibile/ soltanto a chi non sa dimenticare”. Vi leggiamo il vento necessario dell’infinito esordio.

leiris1_0Carabattole, Michel Leiris. Mettendo Michel Leiris in controluce si legge la storia della letteratura francese del Novecento. Iniziato alla letteratura da Max Jacob, amico speciale di Georges Bataille, intimo di Jean-Paul Sartre, Leiris è uno dei pedoni geniali del movimento Surrealista di André Breton, ma quasi subito alterna la letteratura alla ricerca antropologica. Negli anni Trenta è in Africa al fianco di Marcel Griaule e si perfeziona seguendo i corsi di Marcel Mauss. Compie spedizioni in Cina e in Giappone. Stringe rapporti con Francis Bacon, in Italia trova affinità linguistica con Andrea Zanzotto. In Italia, in effetti, fino a un paio di decenni fa, tenevamo Leiris in un palmo di mano: questo scrittore dall’opera camaleontica era ritenuto un genio del linguaggio. Basti guardare l’edizione di Carabattole, pubblicata in pompa nella ‘Nuova Universale Einaudi’, con un saggio a dir poco ‘mostruoso’ (77 pagine…) di Ivos Margoni. Proprio Carabattole, però, è l’emblema della sciatteria editoriale odierna. Il libro – ancora rintracciabile on line – è il secondo tomo dell’opera letteraria più ambiziosa di Leiris, dal titolo “Le regole del gioco”. Il primo volume, Biffures, è pubblicato da Einaudi nel 1979, introdotto da Guido Neri. Ormai è introvabile. Gli altri due tomi, Fibrilles e Frêle bruit, brutalmente, non sono mai stati tradotti. Che sintomatica idiozia: è come se della Recherche di Proust ci bloccassimo ai Guermantes, come se della tetralogia di “Giuseppe e i suoi fratelli” di Thomas Mann arrivassimo soltanto al Giovane Giuseppe. Poi non dovremmo incazzarci… Ci dobbiamo accontentare di fare rafting nell’ego puntellato di inquietudini di Leiris: “Avaro di me stesso quanto può esserlo un bifolco dei propri soldi; incatenato dalla paura; reticente in amore; felice di recitare la parte del torero, ma senza mai trovarmi di fronte a un toro vero, e quella del don Giovanni, ma senza conquiste né sfide al Commendatore; ormai dotato di esistenza solo negli scritti, e sempre intento a formulare sentenze che hanno il tono remoto delle parole supreme, quasi che le mie dita fossero già serrate dal guanto di pietra della morte”. Superbo.

mario-l-epicureoMario l’epicureo, Walter Pater. La Bibbia dell’estetismo fu Mario l’epicureo (1885) e il suo Mosè è stato Walter Pater. Oscar Wilde, semmai, ne fu il pimpante evangelista. Eppure, di quel romanzo rinchiuso in una ineffabile perfezione formale, ambientato nella Roma di Marco Aurelio, che profila l’icona dell’esteta solitario, dell’asceta della bellezza, e che influenzerà schiere di scrittori – da Henry James alle Memorie di Adriano della Yourcenar, da Robert Graves a Gabriele d’Annunzio – non c’è più traccia nel nostro Paese degli straccivendoli. Pubblicato da Einaudi sotto gli auspici di Mario Praz, cultore dell’opera di Pater – “qualcosa di religioso e di liturgico aleggia sulle pagine di questo sacerdote della Bellezza, officiante in solitudine” – il romanzo di Pater – pensatore a cui dobbiamo, per altro, l’esaltazione del Rinascimento italiano – ha subito la stessa sorte, infame, di altri testi miliari dell’epoca Vittoriana. Praeterita, l’autobiografia abbagliante di John Ruskin, ad esempio, o Gli eroi di Thomas Carlyle. Non c’è da stupirsi: rabboniti da lustri di ‘realismo socialista’ in arte e da ‘neorealismo’ al cinema e da spiccia sociologia della letteratura oggi, gli italiani non sono più abituati alle vertigini.

L’età dell’ansia, Wystan Hugh Auden. Auden fu, probabilmente, il poeta più intelligente e polimorfico del secolo, una specie di Picasso del verso. Leggere i suoi saggi, intrisi di salutare cinismo (“Nessun poeta o romanziere vorrebbe essere l’unico mai esistito, ma molti ambirebbero a essere gli unici esistenti, e non pochi nutrono l’infondata convinzione che tale desiderio sia stato esaudito”) è una esperienza impagabile. Trafficando nelle opere di Auden – uno che credeva che “la poesia non è magia: se si può attribuire alla poesia, o a qualsiasi altra forma d’arte, uno scopo ulteriore, questo consiste nel disincantare e disintossicare, dicendo la verità” – si ritiene, a ragione, che bastino ad avere una sufficiente educazione estetica, perciò umana, per tutta la vita. Il libro più importante di Auden s’intitola L’età dell’ansia: in quel poema l’autore “ha espresso le ansie e le aspirazioni della sua generazione con un grado di intensità e di complessità senza pari” (Mario Praz). audenIl libro, con cui Auden ottiene il Premio Pulitzer nel 1948, diventa un paradigma: “l’età dell’ansia” è la nostra, quella in cui impera il caos (“Nell’alto dei cieli,/ Nei luoghi senza età,/ Gli dèi, il custode assente, torcono consunte/ Le grandi mani e la macchina del mondo/ Scricchiola e si screpola”). Eppure, Auden oggi, in Italia, si può leggere per sporadiche raccolte; oppure chi è ricco può approcciare le Poesie scelte in scintillante edizione Adelphi (sganciando 70 euro). Restiamo orfani, tuttavia, del poemetto miliare, tradotto nel 1969 da Mondadori, riproposto nel 1994 da Il Melangolo, ora un miracolo che è apparso e scomparso. “Se la poesia fu mai per lui una questione di ambizione, visse abbastanza a lungo perché essa diventasse semplicemente un modo di esistere. Di qui la sua autonomia, la sua assennatezza, il suo equilibrio, la sua ironia, il suo distacco – in breve la sua saggezza”: ci restano, come un epigrafe, le parole di Iosif Brodskij a ornare l’esistenza di Auden, morto a Vienna nel 1973. Entrambi – Brodskij e Auden – dovrebbero essere imposti a tutti i cittadini di questa Europa dell’ansia per salvarci la vita, per confortarci, per vivere.

Davide Brullo