“Reclinò il capo e guardò il mare davanti a lui, nella penombra delle stelle”. La tragedia del dirigibile Italia in un grande romanzo dimenticato

Posted on Settembre 07, 2020, 10:15 am
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Che cosa si prova a guardare in faccia il proprio destino? Che cosa si sente di fronte alla certezza di un disastro imminente? Nel film La Tenda rossa, del 1969, straordinaria pellicola del regista Mickail K. Kalatozov, dedicata al celebre disastro polare, si vedono gli sguardi sconvolti degli uomini a bordo del dirigibile che, dopo essersi spezzato, vola senza comando e si perde per sempre nei cieli dell’Artico.

Era la terribile mattina del 25 maggio, quando l’aeronave Italia si schiantò sulla banchisa dell’Oceano Artico a nord-est di Spitzbergen, nelle Svalbard, a circa 81°14’ di latitudine nord. Del dirigibile squarciato restava l’involucro argenteo che, come un palloncino ad elio sgusciato via dalle mani di un bambino, prendeva quota. A bordo sei uomini (che non sono mai stati ritrovati), tra cui Attilio Caratti, Calisto Ciocca, il giornalista Ugo Lago, Renato Alessandrini e Aldo Pontremoli gettavano il loro sguardo atterrito verso terra. Anche se la terra era il pack del Polo Nord. Il capo-motorista Ettore Arduino, eroicamente, da ciò che restava del dirigibile Italia, creatura mutilata in volo, lanciò a terra la salvezza per i superstiti: combustibile, provviste ed equipaggiamento. Tra questi, la tenda che fu poi dipinta di rosso e divenne il simbolo di questa funesta impresa. La spedizione con il dirigibile capeggiata dal generale Umberto Nobile aveva poco prima raggiunto il Polo Nord. Era stato lanciato il grande crocifisso fasciato dal tricolore, dono di Pio XI. Tra gli uomini che avevano celebrato lo storico momento, c’era il fisico Aldo Pontremoli, il suo incarico quello di eseguire ricerche fisiche con strumentazione all’avanguardia per l’epoca. Il fisico intendeva mettere a frutto la sua esperienza e la sua passione nel volo, coltivata durante la grande guerra, a bordo di palloni frenati per impiego militare. Pontremoli aveva progettato, insieme a Luigi Palazzo, le attività di ricerca, costruito e testato opportune camere frigorifere, che riproducevano le condizioni termiche dell’Artide. Ma il suo destino era segnato ed era lo stesso che conobbe, poche settimane più tardi, il grande esploratore norvegese Roald Amundsen. Scomparire per sempre nei ghiacci dell’Artico.

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Dalla misteriosa fine di Aldo Pontremoli prende le mosse il romanzo “scomparso” La terra di Avram (Arnoldo Mondadori editore, 1987, purtroppo oggi fuori catalogo) di Liaty Pisani, una scrittrice di lungo corso, considerata “maestra del thriller di spionaggio” in virtù delle sue spy story dal respiro internazionale. Questo suo primo libro (che potrebbe essere facilmente trasposto in film), partendo dalla pagina bianca dell’enigmatico destino del giovane fisico di talento, ricostruisce la vita privata del fondatore dell’Istituto di Fisica Complementare dell’Università di Milano. Immagina un amore altrettanto impossibile e intenso, ostacolato per la differenza religiosa, quello tra Ludovica e Aldo Avram, pseudonimo di Aldo Pontremoli. Pisani attraversa, con garbo e una prosa cristallina, le lunghe notti polari di Aldo, disegnate su un’isola sperduta dell’Artico, attraverso il fluire dei ricordi, dolorosi e amorosi, le frustrazioni dei mancati riconoscimenti al suo lavoro scientifico. “I primi giorni sull’isola furono senza notti. Era ancora estate, il sole non tramontava mai, la notte si intuiva dalla maggiore quiete che invadeva il campo, dal silenzio dei gabbiani, dal gelo che si faceva più intenso e dalle visite degli orsi che uscivano a caccia. Anche senza il sole, durante quelle notti la luce non diminuiva. Il sole girava nel cielo seguendo una traiettoria inclinata sull’orizzonte: a mezzanotte era alto come in Italia, d’estate, verso le dieci”.

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Il romanzo è uno struggente ricamo di più voci che si dirigono verso un unico punto di convergenza, quella spedizione tragica e senza scampo. Una bambina sensibile, all’inizio degli anni Sessanta, scopre per caso la storia dell’eroica impresa e ne rimane turbata e avvinta. Sfugge così ai miseri vincoli del tempo e dello spazio la vicenda trasfigurata di Aldo Pontremoli per diventare la storia di un amore impossibile, segreto e ideale che attraversa e collega le anime. Il pregio del romanzo, oltre a mettere in scena il fisico italiano Aldo Pontremoli protagonista dell’opera, sta in questa delicata levitazione dal dato storico verso una vicenda possibile e una storia ideale, dalla traiettoria metafisica. Che cosa attrae e avvince più di quello che non si può conoscere? Come non innamorarsi di chi mai, nell’esistenza terrena, potremo stringere tra le braccia? “Avram era certo che, negli anni a venire, l’Artide sarebbe stata meta di molte spedizioni, soprattutto scientifiche, sempre più numerose con il perfezionamento dei mezzi aerei e forse, prima o poi, qualcuno avrebbe raggiunto anche la loro isola, scoprendo i resti dell’accampamento. Questi pensieri non suscitavano in lui alcuna emozione. Che i posteri trovassero i suoi scritti, le sue osservazioni scientifiche, il romanzo della loro agonia, lo lasciava del tutto indifferente. Eppure provava una sorta di vago rimpianto al pensiero delle basi scientifiche che certo, da lì a qualche anno avrebbero popolato quei ghiacci. Sarebbero state installate basi meteorologiche, laboratori per la ricerca oceanografica, per la fisica dell’alta atmosfera, della glaciologia. Ma lui non avrebbe partecipato a quelle imprese: aveva compiuto la sua esperienza prematuramente, come un naufrago, non come uno scienziato”.

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Aldo Avram culla, nella solitudine della sua ultima notte polare, il suo perduto sogno d’amore. Desiderava e desiderava essere desiderato dalla sua donna amata. “L’unico dolore, ora che la rassegnazione coloriva il tempo che gli restava, era la mancanza di Ludovica, del suo viso, della sua voce, del suo corpo. Ed era tutto ciò che desiderava ritrovare, un giorno: lei nella sua completezza, e non soltanto un puro spirito nella beatitudine di un angelico aldilà. La desiderava al punto da udire quella sua voce liquida e bassa; desiderava toccare la sua pelle, sentire la consistenza del suo corpo, decifrare le sue parole e i suoi pensieri, comprendere, come non gli era mai riuscito in quella vita. Voleva desiderare ed essere desiderato come l’essere umano che era stato e che voleva ridiventare in un’altra vita, in un altro tempo e sempre con lei”.

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In più punti ritornano le immagini di quell’incredibile monstrum che storicamente è stato il dirigibile, in quella ormai lontana stagione delle imprese impossibili e assai celebrate dell’aeronautica italiana. Il dirigibile viene descritto “come un enorme cetaceo arenato. I tecnici venuti da Roma per ripararlo salivano e scendevano dal pallone come alpinisti in cordata, illuminati dalla luce del sole che si riversava dalla grande entrata, rendendo l’hangar simile ad uno sterminato acquario. «Il dirigibile aveva un aspetto penoso, all’arrivo» disse Lundquist indicando i danni visibili che l’aeronave aveva subìto durante il travagliatissimo viaggio da Milano a Stolp. «Era mezzo vuoto di gas, schiacciato come una sogliola, incrostato di ghiaccio, con le eliche smangiate dalla grandine e l’impennaggio orizzontale sinistro squarciato»”. Per gli appassionati di storie polari e dell’epopea storica della tenda rossa non può sfuggire la figura del meteorologo svedese Lundquist che ricalca Finn Malmgrem, il meteorologo di fiducia amico di Roald Amundsen e già al suo fianco nella spedizione del dirigibile Norge di due anni prima. Anche Malmgrem perse la vita durante la spedizione di Nobile perché si era allontanato con Zappi e Mariano dalla tenda rossa alla deriva nelle acque del polo. “Lo svedese era di ottimo umore e il suo inglese più scorrevole del solito. Il sole – Avram aveva avuto modo di notarlo spesso durante i suoi viaggi – rendeva i nordici di una gaiezza fanciullesca. Il collega, che era il meteorologo della spedizione, prese a parlare del tempo, entusiasta di quell’eccezionale giornata di sole, giunta dopo una settimana di pioggia ininterrotta. Anche la temperatura si era fatta quasi primaverile, e per lo svedese questo era motivo di grande gioia”.

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Pisani registra gli ultimi attimi di vita del fisico Aldo Pontremoli e ricostruisce il suo nostalgico reticolo di pensieri, “il suo senso di sconfitta”: “con fatica si rimise in marcia, ma subito ricadde. Le forze lo avevano abbandonato, questa volta per sempre. Un centinaio di metri lo separava dalla riva. Gli abiti, completamente induriti dal gelo, gli impedivano di muoversi. Cercò di accomodarsi meglio in quella posizione, ruotò un poco su se stesso abbandonandosi su un fianco, come un bambino rannicchiato in attesa del sonno; reclinò il capo e guardò il mare davanti a lui, nella penombra delle stelle”. Nel film La Tenda rossa, Kalatozov immagina Amundsen – l’affascinante Sean Connery – che ritrova, grazie a uno squarcio tra le nubi, il relitto perduto del dirigibile Italia e gli uomini sparsi tra i rottami, paralizzati dal gelo della morte, tra cui il fisico Aldo Pontremoli. E un libro, eterna consolazione rassegnata nello scenario di morte. In una desolazione artica, nella immacolata solitudine della morte, il destino si compiva, mentre una folata di vento si insinuava timida dentro l’involucro, disarmato e inservibile, del dirigibile Italia.

Linda Terziroli