Dio è il grande carnivoro, la sua dentatura è più vasta della Rosa dei Beati. Il cristiano è il Suo pasto permanente

Posted on giugno 04, 2018, 10:40 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Il Dio del Primo Testamento è carnivoro. Anzi, non mangia. Non mastica. Non ha i denti, Lui, che è il morso supremo: chi può penetrare nella dentatura di Dio, più ampia della Rosa dei Beati?

Prima Dio parla a Mosè, poi “Mosè scrisse tutte le parole del Signore” (Es 24, 4). Scrivere equivale a crocefiggere: inchioda al dovere. Da adesso “tutte le parole del Signore” sono eseguite ed eseguibili, sono una esigenza non esente da punizione. Esistono all’uomo. In cambio delle parole, Dio vuole la carne: Mosè – che non si sporca le mani – “incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione per il Signore” (Es 24, 5). Scrittura, allora, intinta nel sangue. Dio non mangia l’olocausto – lo contempla, soddisfatto. Vuole ammirare la morte – in risarcimento alla colpa. Qualcuno, dopo che Dio ha parlato, deve morire.

Diversa la situazione nel Nuovo Testamento, dove è Dio – nella figura di Gesù – a farsi olocausto: è il Figlio a placare la fame di vita e la fama di morte del Padre. “Non per mezzo del sangue di capri e vitelli, per mezzo del sangue proprio entrò una volta e per sempre nel santuario, ottenuta la redenzione eterna”, scrive Paolo, con consueta radicalità (Eb 9, 12). L’episodio di Marco è una piccola, potente icona. Gesù parla ai discepoli, agli scelti, in una casa privata, “mentre erano a tavola” (Mc 14, 18); Mosè parla a “tutto il popolo” (Es 24, 3), durante una assemblea pubblica. Anche nel Vangelo, al cospetto di Gesù, qualcuno muore: è scritto che i discepoli “prepararono la pasqua”, cioè l’agnello (Mc 14 ,16). Ma forse Gesù – che denti ha Gesù? di quale forma e di quale entità è il bagliore del morso? – non consuma la pasqua: nel corpo del morto cucinato, riconosce il suo. Gesù si fa, ora, pane e vino, cioè corpo e sangue, offerto al cannibalismo umano. Si dice. Nel Primo Testamento è l’uomo che offre sacrifici a Dio; nel Nuovo è Dio che si offre in sacrificio all’uomo. “Non berrò più del succo della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel regno di Dio” (Mc 14, 25), dice Gesù. In effetti: lasciando la tavola, Gesù si dirige “verso il monte degli Ulivi” (Mc 14, 26). Il contrasto è tra il sangue/vino, la vita – Mosè “prese il sangue e ne asperse il popolo” (Es 24, 8), lava Israele nel sangue perché abbia nuova vita; Gesù benedice, si toglie la vita per dare vita – e l’olio, con cui si lubrifica il corpo del morto e si avvia il fuoco, la luce.

C’è un dettaglio, però. La casa in cui si svolge ‘l’ultima cena’ è donata a Gesù da un ignoto. “Andate in città. Vi si farà avanti un uomo che trasporta un’anfora d’acqua. Seguitelo”, dice Gesù (Mc 14, 13-14). Quest’uomo, irriconoscibile – quanti uomini a Gerusalemme con un’anfora sulla spalla? – “vi mostrerà una grande stanza al piano superiore, già arredata e pronta” (Mc 14, 15). Vorrei conoscere quest’uomo. Chi è? Come fa a sapere? Che lavoro fa con l’acqua? Che cos’è la casa se non il ricovero di parole d’amore atroce, a preludio di una morte? L’acqua lava il sangue, purifica dalla vita. Nel Nuovo Testamento Dio da carnivoro diventa cannibale. Mangia il Figlio. E dopo la morte del Figlio sono i cristiani a farsi olocausto permanente, al posto di capre, agnelli, giovenche. Il cristiano muore la ripetuta morte di Cristo; muore perché altri viva cibandosi del suo corpo. Dal corpo del cristiano non fiotta sangue, sgorga acqua. (d.b.)