Dio desidera chi gli volta le spalle. Non vediamo ciò che è sotto gli occhi da sempre, chi con dita inaudite ci perfora le pupille

Posted on luglio 09, 2018, 10:06 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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L’irriconoscenza. Questo è il fondamento. Piuttosto, l’uomo si muove verso lo sconosciuto – ma non riconosce chi gli è noto. Adamo volta le spalle a Dio perché ogni gesto di conoscenza è irriconoscente. Dio invia Ezechiele, “figlio dell’uomo… ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati a me” (Ez 2, 3): l’irriconoscenza implica, quasi, una genia diversa, una figliolanza dispari, spaiata, sparpagliata. Eppure, l’irriconoscenza dell’uomo spalanca la pazienza mostruosa di Dio: più l’uomo gli è irriconoscente, più Lui lo invita a sé, con la granatiera dei profeti. Quando l’irriconoscenza è al culmine, Dio si fa uomo, si fa cibo, in folle desiderio di umiliazione. C’è chi si inginocchia davanti a Dio, e c’è il Dio che preferisce essere torturato dall’uomo. I concittadini non riconoscono Cristo conoscendo Gesù, “non è il falegname, il figlio di Maria, fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone” (Mc 6, 3). Perché “erano scandalizzati” (Mc 6, 3)? Scandalo è parola enorme, che ricorre spesso nel Vangelo. Lo scandalo è una trappola, una molestia, un inciampo: chi va “per la diritta via” cade. Caduta e irriconoscenza. Questi sono i criteri del cristiano: si è caduti e si sa di non conoscere nulla, crediamo a ogni chiamata e a ogni elezione, tranne che all’unica, inaudita, inudibile. In Matteo (16, 23) scandalo è usato come epiteto del demonio. Gesù scandalizza i suoi concittadini fino a farsi riconoscere come un demonio: perché? L’enigma è qui. Dio si mostra, attraverso il Figlio, Gesù, come il noto, il banale, il già visto. Non è l’Altro, non è lo sconosciuto o l’esotico, l’esteta della risposta, il prodigio, il mago, il supereroico: ciò che hai sotto gli occhi, il solito, ti acceca. L’episodio di Marco diventa emblema nel prologo di Giovanni: “nel mondo, il mondo che fu fatto da lui, il mondo non lo riconobbe – tra i suoi, venne, e non lo hanno accolto” (Gv 1, 10-11). L’irriconoscenza è la base del rapporto tra Dio e l’uomo. L’ingenuità di Gesù (“lo meravigliava che non gli credessero”, Mc 6, 6; ma cosa significa questa meraviglia, non vorremmo giacere in quella meraviglia, sbigottimento di fronte a chi non accetta il bene?) ha un rispecchiamento teologico in quanto dice Dio attraverso Paolo: “la potenza si raffina nella debolezza” (2 Cor 12, 9). La dinamica narrativa, per così dire, della Bibbia – Dio è tale perché eleva il fragile a re, elegge l’inadeguato e suo paladino, ribalta i rapporti tra forza e debolezza – ha un sapore più profondo qui. Paolo, con una ferocia quasi sadica, dice: “mi compiaccio delle debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni, delle difficoltà, per Cristo” (2 Cor 12, 10). Paolo sa che si trova Dio dalla caduta, dal precipizio – sa che soltanto il “pungiglione nella carne” (2 Cor 12, 7) gli permette di riconoscere l’irriconosciuto, Gesù, di valicare l’irriconoscenza. L’uomo con furia funesta dice di voler essere felice, seminando la propria infelicità. Dio continua a desiderare chi gli volta le spalle: nel grumo dell’orrore umano, schifati, dita di luce ci scavano le pupille. (d.b.)