“La morale non esiste… metto in luce le parti nascoste della nostra vita”: intervista a Dino Azzalin

Posted on Ottobre 22, 2019, 9:43 am
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Attraversare colpevolmente i sentieri del tradimento. E vivere nella disperata conseguenza di quel tradimento. È più immorale rubare ai poveri o amare due persone contemporaneamente? Una lunga giornata (SE, 2019), romanzo d’esordio del medico, poeta ed editore Dino Azzalin inizia, appunto, con il protagonista francese, Philippe, scaraventato in una cella sbiadita della casa circondariale di Stresa sul Lago Maggiore, senza un motivo apparente. Doris, la bella figlia della sua compagna, è scomparsa nel nulla. Sulle pareti bianche e sporche della cella, il suo sguardo recluso indugia su una formica, piccolo talismano di libertà, che cammina lungo il muro seguendo trame invisibili. Come il destino. La presenza dell’investigatore Antonio Argento, stereotipo dell’investigatore di provincia, sembra sulle prime voler alludere ad un giallo da cui questo romanzo prende presto le distanze. Il tempo della detenzione non è altro che la lunga giornata del titolo, il momento di Philippe per passare in rassegna, al setaccio, i suoi sensi di colpa, ricordare come dentro un sogno, le sue avventure sensuali e conturbanti con la ragazza. Philippe, il seduttore: “aveva qualcosa di magnetico e di sfuggente insieme, e per sentirsi più grande non faceva altro che seminare sogni nei pleniluni sui campi di girasole”. La sua compagna di origine brasiliana, Ruxana, invece, ha fattezze piuttosto definite e poco poetiche: “tette grosse e sode (mai come quelle di Lilia), culo alto, scattante, di buon comando, quanto di meglio potesse desiderare un uomo”. E “I capelli lunghi e mori, quasi corvini, una gonna colorata che finiva su un paio di gambe dalle forme pressoché perfette. E sulle caviglie lo sguardo di Philippe si arrestò un attimo: aveva una catenina, presumibilmente d’oro, legata intorno al calcagno del piede sinistro”. La piccola Doris, figlia di Ruxana, d’altro canto, è “intrigante, dolce, mansueta, atroce quasi quanto una geisha”.

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Le pagine più belle sono certo quelle più nitide e sensuali dedicate al suo amore con la ragazza. La bellezza di Doris, frutto acerbo e misterioso rende l’amore provocante e misterioso, ma anche “un deserto di macerie”. Doris potrebbe essere sua figlia. Ma dopotutto è semplicemente la figlia della sua compagna. Il romanzo suggerisce che il mistero si risolva nel rivedere, come un film, tutta la propria vita. Ma dov’è finita questa ragazza? La verità si snoda vaga tra le pagine della memoria e il protagonista mette a fuoco i momenti più torbidi e passionali dell’amore con la ragazza che da un lato si presenta come una ragazza disinibita e aperta ad ogni genere d’amore (compreso l’amore per Nicole, la maestra di teatro di Lugano) dall’altro sembra lei stessa prigioniera di strani giochi pericolosi e trame orchestrare da altri. La Svizzera percorsa nel romanzo è una terra lontana e pericolosa. Passata la notte tormentosa nella spoglia cella, Philippe è libero. Scortato dall’amico avvocato in macchina, Alvin, attraversa la Svizzera per andare alla clinica di St Moritz. La ragazza è lì in coma farmacologico, dopo aver perso il bambino che portava in grembo. È stata Nicole, l’amante, in questo prismatico triangolo amoroso, a farla cadere dalle scale. Il bambino è di Philippe. Lo pseudo-incesto stava per dare il suo frutto. Nella sala d’attesa dell’ospedale Philippe, ritrova la sua compagna Ruxana, la madre di Doris. Lo sguardo riflesso nel distributore di bevande stilizza la presenza più che di due amanti, di due vecchi genitori, in angoscia. Cosa resta del loro amore? Il tentativo, frustrato, di tendere una mano a chi abbiamo amato, un tempo. E poi, colpevolmente, tradito.

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Dino Azzalin, benché al suo primo romanzo, alla letteratura si è dedicato con impegno, rifondando e dirigendo la storica editrice Magenta – che aveva dato i natali alla celebre antologia Linea Lombarda nel 1952, con poeti come Vittorio Sereni, Clemente Rebora, Giorgio Orelli e Luciano Erba e la pubblicazione, due anni dopo, di Quarta generazione che raccoglieva scritti a cura di Luciano Anceschi e Piero Chiara con componimenti dei più grandi poeti del Novecento. E Azzalin ha il grande merito di avere pubblicato con la Nuova Editrice Magenta anche Guido Morselli, i suoi racconti inediti, nel volume Una missione fortunata e altri racconti, nel 1999, parliamo ormai di vent’anni fa. Le sue raccolte di poesia, I disordini del ritmo (1985), Deserti (1994), Prove di memoria (2006) e Il pensiero della semina (2018) sono state pubblicate dall’editore Crocetti, Diario d’Africa, Mani Padamadan, Viaggi di sola andata sono usciti per la Nuova Editrice Magenta. Nel 2010 invece è stata pubblicata, presso le Edizioni del Laboratorio, una plaquette di prose poetiche, Guardie ai fuochi, mentre nel 2016, nella stessa collana in cui è uscito questo romanzo, è stato stampato il volume di racconti, Nel segreto di lei.

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Azzalin, il tradimento è uno dei cardini di questo tuo romanzo. Che cosa significa tradire? Perché il tradimento resta ancora un tema così fertile e ricco di fascino letterario?

“L’etimologia della parola “tradimento” significa “dare”, “donare”, “consegnare” influenzata nel termine e dall’uso peggiorativo della tradizione evangelica, nella quale Gesù è consegnato ai Giudei.  Quindi è una invenzione dell’uomo, in realtà non esiste il tradimento, ma solo azioni che possono mettere in crisi l’ordine costituito. È il frutto di una religione punitiva e della morale più diffusa. Credo sia questo che attrae gli scrittori, e di conseguenza anche i lettori, andare “contro” la morale costituita, trasgredire almeno con le parole la parte più “blindata” (dalle convenzioni) della nostra vita. Ma è più giusto parlare anche del rispetto dei sentimenti altrui, che sono sacri, questo sì, (forse) e ha a che fare con “l’espiazione dei peccati” ma questa è un’altra  cosa. L’uomo è fatto di istinto, intelligenza, affetti e raziocinio, il buon equilibrio ne stabilisce le parentele”.

Al centro del romanzo c’è l’amore torbido, clandestino e passionale di Doris, la figlia della compagna di Philippe. Come mai hai scelto proprio questa relazione scoscesa e impervia dal punto di vista morale?

“La morale non esiste, esistono solo i buoni principi che vengono puntualmente “scardinati” dalla fragilità umana, lo scrittore ha bisogno di provocazioni, come Paul Claudel quando dice che “l’ordine è il piacere della ragione mentre è il disordine il piacere della immaginazione e della creatività”. Del resto le tragedie greche (e lo scrivo anche nel libro) si fondano quasi tutte sulle saghe famigliari, non sulle lineari, soprattutto su quelle vicende che tu chiami, torbide, clandestine, passionali, penso a Clitemnestra e alla uccisione di Agamennone, la prima che mi viene in mente. Mi sono cimentato, in questo tema, perché le pagine dei giornali di tutti i giorni ne sono piene. Ai lettori piace, non a tutti certo: si identificano con la lettura nella “diversità”. Il romanzo cerca di portare in luce le parti più nascoste della nostra vita. Il commissario Argento parla di tre vite per ciascuno di noi, una pubblica, una privata e una segreta. Il libro parla di quest’ultima che spesso è così improvvisa e celata persino a noi stessi, che ci sembra estranea”.

La reclusione – mi sono ricordata del tuo rapimento in Africa – unitamente al mistero di una sparizione e alla presenza di un ispettore inizialmente evocano il giallo, genere a cui non appartiene questo romanzo. Perché hai scelto questi ingredienti tipici?

“La libertà, insieme alla salute e alla intelligenza umana sono le risorse primarie della nostra esistenza. Ci si accorge di loro soprattutto quando mancano. Certo a me è stata privata (la libertà) in Africa durante un sequestro lampo con la violenza della sopraffazione ed è una cosa diversa, ma nell’inconscio forse resta sempre qualcosa. Mi attrae molto il mistero, come un uomo o una donna possano svanire nel nulla, ne scompaiono migliaia solo in Italia ogni anno, storie che a volte mi commuovono per la loro disperazione, altre sono addirittura terribili oltre ogni immaginazione, e mi colpisce come la mente umana possa partorire simili piani criminali e si possano fare delle trasmissioni televisive su questi argomenti”.

Tra le pieghe del testo una riflessione amara sulla giustizia riporta alla mente foschi casi di cronaca locale. A chi ti sei ispirato?

“L’ingiustizia è sempre un partito preso delle cose in base a decisioni predeterminate, indipendentemente da considerazioni obiettive. Sui tavoli del Tribunali prevale spesso quello delle carte, che a volte raccontano anche la verità. In ogni città ci sono crimini che sfuggono alla giustizia, l’ispirazione è sempre da un fatto reale, i protagonisti sono però pura invenzione creativa, almeno nel mio libro”.

Torniamo alla tua esperienza di editore. È notizia recente la rifondazione della tua casa editrice. Quali sono le novità nella linea editoriale? Cosa bolle in pentola?

“Sì, ho ceduto più dell’80% delle quote per fare spazio a una vera e propria struttura editoriale. Volevo dedicare più tempo, vista la mia età, alla famiglia e alla creatività letteraria, anche se rimango a disposizione della casa editrice con compiti dirigenziali. I soci che hanno rilevato le quote di maggioranza della NEM srl sono persone molto valide di cui si sentiva la mancanza. La linea editoriale è molto ambiziosa, 10 testi l’anno e cambio di strategia distributiva, rinnovato il sito, e puntando su autori di grande rilievo nazionale e sui giovani di talento alle loro Opere Prime.  Puntiamo anche sull’organizzazione di eventi culturali importanti…”

Dopo i racconti africani e quelli sensuali (sempre a stampa ES) tornerai alla poesia?

“La Poesia è come il primo amore… Proprio Valerio Magrelli, poeta che stimo molto, ha scritto cose bellissime sul mio primo romanzo. Sto lavorando a un libro sui grandi e più importanti “Incontri d’Africa” che mi hanno cambiato la vita. Poi a un saggio romanzato su mia madre (96enne) e sul tema della immigrazione contadina degli anni ’60, un tema di grande attualità,  ma il prossimo libro (già presso un editore importante), sarà un romanzo meno legato alla sensualità e più  d’amore che tratta una sorta di redenzione verso i sentimenti più alti, sullo sfondo del colpo di stato in Turchia”.

Hai conosciuto tra i migliori poeti e letterari del Novecento (penso alla tua amicizia con Alda Merini, con Luciano Erba…), oggi a chi ti ispiri? O più semplicemente quali sono i libri che tieni sul comodino (insieme alle lettere d’amore che hai trascritto fedelmente nel romanzo)?

“Grazie, è vero, ma hai dimenticato il mio maestro Andrea Zanzotto… Mi piace sorprendere, cambiare genere e stili non solo nella scrittura ma anche nella lettura. Sto leggendo tutto Shakespeare e Sadeq Hedayat, scrittore suicida persiano, ed Elizabeth Smart, autori che forse un tempo non avrei mai letto. Sul mio comodino non manca mai l’ultimo libro di Simenon e l’ultimo numero della rivista “Poesia” del mio amico Nicola Crocetti. Lettere d’amore? Quali…?”.

Linda Terziroli