“Diego Valeri non lo si può lasciare da parte solo perché non ha mai alzato la voce, non ha mai voluto gridare”. Dialogo con Mario Richter

Posted on Agosto 07, 2020, 11:48 am
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Quando Diego Valeri scelse l’esilio, in Svizzera, era poeta notissimo. Mondadori aveva pubblicato libri solari, di assoluto successo come “Poesie vecchie e nuove”, “Tempo che muore”, “Scherzo e finale”. “Con la sua lirica cantabile, malinconica e sensuale, formalmente legata alla tradizione, ma sempre più individuabile nella sua originalità, poté contendere notorietà e favore critico alle posizioni più innovative di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale” (Matteo Giancotti). Classe 1887, studi a Padova, socialista, Valeri reagì alla scomparsa di Giacomo Matteotti, pubblicamente. Non prese mai la tessera fascista. La vita accademica, perciò, non fu facile per il poeta: il 25 luglio del 1943 assunse la direzione de “Il Gazzettino”. “Tutti abbiamo in cuore almeno un viso di giovane caduto per il nostro paese, combattendo uno contro dieci, ad armi impari, senza illusioni e, spesso, senza speranze. Tutti sappiamo di altri giovani che han sofferto e soffrono tuttavia (ma perché?) il carcere dei delinquenti comuni per aver servito un’idea politica non conforme all’idea tipo”, scrisse, nel suo primo editoriale. Durò poco: i tedeschi e i fascisti presero potere al Nord, Valeri si beccò “una condanna a trent’anni di carcere” (Giancotti), ma riuscì a riparare in Svizzera, a Mürren. Lì si trovò con Giorgio Strehler, Amintore Fanfani, Dino e Nelo Risi, tra i tanti: “Insieme ad altri professori esuli, organizza, a Mürren, un’università popolare” (Chiara Manfrin). “Percossi sradicati alberi siamo,/ ritti ma spenti, e questa avara terra/ che ci porta non è la nostra terra”, canta in una poesia, “Campo di esilio”. Fu grande maestro, grande francesista, grande uomo, Valeri, professore indimenticato – dicono i suoi allievi – all’Università di Padova. Mondadori continuò a pubblicare i suoi testi, “Terzo tempo”, “Il flauto a due canne”, “Verità di uno”. Scheiwiller edita nel 1957 un libro dal titolo bellissimo, in occasione dei settant’anni del poeta, “Metamorfosi dell’angelo”, con un omaggio di Jorge Guillén. Nel 1967 il poeta ottenne il Viareggio per le “Poesie” edite da Mondadori; due anni prima era stato onorato con la Legion d’Onore. Morì nel 1976, aveva pubblicato i primi versi su “Poesia”, nel 1909, all’epoca diretta da Filippo Tommaso Marinetti; fu amico di Marino Moretti e di Clemente Rebora, il carteggio, densissimo, dimostra rapporti frequenti con Giorgio Caproni, Andrea Zanzotto, Carlo Betocchi, Aldo Palazzeschi, Giuseppe Prezzolini, Vittorio Sereni. Fu, insomma, al cuore della poesia e della cultura italiana. Per darne memoria, Paola Tonussi ha interpellato Mario Richter, studioso eccezionale – tra le moltissime cose, segnalo l’introduzione e la revisione alle “Opere complete” di Rimbaud per la “Biblioteca della Pléiade’, Einaudi-Gallimard, e “Galleria novecentesca. Incontri da Soffici a Zanzotto” per le Edizioni di Storia e Letteratura –, discepolo di Valeri e suo erede alla cattedra dell’Università di Padova. Occorre, in effetti, risarcire una offesa. Al di là della “Guida sentimentale di Venezia”, rimessa in circolo da Lindau (onore a loro), di Diego Valeri non si trova, editorialmente, più nulla, le poesie, ormai, vanno trovate nei sottoscala, tra le catacombe, spacciate come simboli di gioia. (d.b.)

Come ha conosciuto Diego Valeri?

Come molti altri studenti della Facoltà di Lettere dell’Università di Padova, ebbi inizialmente modo di vedere, ascoltare e in parte conoscere Diego Valeri frequentandone le lezioni. Era il 1956, e Valeri si stava allora avvicinando alla fine della sua attività accademica, che infatti si sarebbe conclusa l’anno seguente, al compimento dei settant’anni (era nato nel 1887). Non sembrava affatto un settantenne alla fine della carriera. Aveva un portamento che univa l’agilità all’eleganza, e chiunque poteva accorgersi che non si trattava di una qualità soltanto fisica ma di un modo d’essere che rispondeva alla sua personalità intera. Tuttavia la conoscenza che era possibile avere vedendolo e sentendolo parlare dai banchi di un’aula non poteva essere che di carattere generale, non molto significativa, più o meno la stessa che condividevo con altri. Ricordo che le lezioni erano seguite con interesse da molti. Rivedo ora i volti giovanili di Armando Balduino (che da poco ci ha lasciato), di Giordana Canova, di Vincenzo Mengaldo, di Manlio Pastore Stocchi, di Lorenzo Polato, di Giuliano Scabia, forse anche, se non sbaglio, del più giovane Lorenzo Renzi…, tutte personalità che si sono poi variamente affermate nel mondo della critica, della filologia, dell’archeologia, dell’arte e della letteratura. Ma io ebbi la fortuna di essere fra quelli che conobbero Valeri in modo più intimo, trovandomi spesso ad accompagnarlo nel tratto di strada che conduce dal “Liviano”, dove teneva le lezioni, al palazzo del Bo, dove aveva lo studio e dove qualche volta s’intratteneva a conversare con me (e penso che lo facesse volentieri). La conversazione verteva soprattutto sulla poesia, alla quale a quel tempo mi dedicavo anch’io con un certo impegno. In queste circostanze, che furono piuttosto frequenti, ebbi la possibilità di approfondire e rendere molto più personale e viva la mia conoscenza di Valeri. Lo rividi a Venezia nel 1971 all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, di cui era presidente. Mi venne incontro accennando persino a un abbraccio, gesto molto significativo per lui, che non era certo persona dalle eccessive effusioni.

Lei ha insegnato vari decenni nella cattedra che fu di Valeri: cosa colpiva in lui come docente?

In più di un’occasione (come anche in Galleria novecentesca. Incontri da Soffici a Zanzotto, Roma 2017) mi è già capitato di ricordare il carattere delle lezioni di Valeri. Con lui sembrava di essere non tanto a una lezione universitaria quanto piuttosto di partecipare a una conversazione, a un tranquillo e sereno incontro fra amici. Anche l’ora (le cinque del pomeriggio) in qualche modo favoriva questa gradevole impressione. Ogni lezione assumeva il valore di un incontro apparentemente estemporaneo, inatteso. Non si sapeva mai quale direzione potesse prendere il discorso di Valeri. Ogni volta era una sorpresa, anche se lo studente accorto era sempre in grado di cogliere nel diverso e vario argomentare del professore (anzi, del poeta) una linea segreta, una continuità di pensieri, una suggestiva coerenza. Non era però sempre facile prendere appunti. In quei lontani pomeriggi, al Liviano, nell’aula di Valeri qualche volta aleggiava un non so che di nobilmente mondano. Determinanti, per questo, potevano essere certe signore della buona società che non di rado noi ragazzi trovavamo troneggianti nei primi posti. Mancava soltanto che qualcuno, data l’ora, venisse a servire il tè…

E come persona?

Valeri era una persona squisita, discreta, gentile. Aveva l’atteggiamento un po’ sorridente e distaccato del gentiluomo veneto, del tranquillo e pacato umanista. Sapeva davvero vivere la vita e la poesia, come diceva, “distrattamente e al tempo stesso appassionatamente”. Parlava a noi studenti con un tono del tutto semplice e piano, con una sua particolare voce paterna che non è possibile dimenticare. Ripeto che a lui piaceva instaurare con noi una conversazione, quasi un dialogo. Ricordo che spesso assegnava un argomento di studio ai più volonterosi e, quando questi si dichiaravano pronti, li metteva in cattedra e lui stava ad ascoltarli con attenzione, con pazienza, e poi amabilmente commentava, interrogava, correggeva. Aveva un grande e sincero spirito democratico. Quando gli dissi che avrei gradito dire qualcosa su Ardengo Soffici, uno scrittore che aveva tenuto posizioni politiche opposte alle sue, accettò subito ben volentieri e poi mostrò di conoscere bene l’opera di quell’artista tanto diverso da lui e di apprezzarla in molti suoi aspetti. Non gli faceva velo la passione politica, che pure in lui era viva ma senza alcun fanatismo.

Valeri fu sia poeta sia saggista …

Di sicuro è rimasta prevalente la sua attività di poeta, che fu da lui costantemente coltivata sin dai primi lustri dello scorso secolo ottenendo un crescente riconoscimento fino a diventare successo. Ma resta di grande valore anche la sua opera di studioso, di saggista. Ci sono alcuni suoi libri che hanno fatto data e che, se ancora li si vuole prendere in mano, non hanno perso il loro valore, la loro suggestione. Penso almeno a Saggi e note di letteratura francese, del 1941, a Il simbolismo francese da Nerval a De Regnier, del 1954, fino al suggestivo Da Racine a Picasso, del 1956, fino a Lirici francesi, del 1960, fino al delizioso e vario Giardinetto, che è del 1974. Bisognerebbe però anche ricordare un aspetto meno noto della sua attività di saggista, ossia la sua intensa, acuta e ininterrotta operosità in ambito propriamente artistico. La critica d’arte di Valeri, rimasta sparsa in molte diverse sedi, è stata riportata meritoriamente alla luce in un libro del 2005 che dobbiamo all’intelligente e accurata indagine di Giuliana Tomasella. Il titolo è Scritti sull’arte e raccoglie ben 247 interventi critici che Valeri pubblicò via via in riviste, rivistine, rotocalchi, opuscoli e dépliants di varia natura. Ricordo che un lavoro di questo impegno l’aveva giustamente auspicato, già nel 1979, Neri Pozza in un suo appassionato intervento al convegno veneziano dedicato a Valeri.

Come poeta imparò molto da Pascoli e da D’Annunzio, ma anche dai crepuscolari… meno, in apparenza, da Carducci...

Sì, questo è anche vero, ed è stato rilevato da molti critici. Non c’è dubbio che Valeri muove i suoi primi passi da quei poeti, da un “crepuscolare” come  Marino Moretti o magari anche come Govoni, di sicuro dal D’Annunzio dell’Alcyone ma specialmente dall’ultimo Pascoli, al quale si viene presto ad aggiungere la forte suggestione dei francesi Verlaine e certo anche Maurice de Guérin: il primo, per dirla in breve, con la sua particolare espertissima musica verbale, il secondo con quella natura vissuta nella sua primitiva innocenza animale (mi riferisco a Le Centaure, a cui Valeri nel 1925 dedicò un bellissimo saggio concepito secondo il gusto di Renato Serra). Carducci, con le “viete eleganze” del suo particolare neo-classicismo così ostentato e vigoroso, non era certo fatto per piacere a Valeri, che rifuggiva da ogni voce altisonante. Tengo però subito a sottolineare che Valeri non è un imitatore, non si entusiasma per l’ultimo poeta che legge. Ha sempre e soltanto cercato se stesso, la sua natura segreta. Non ha mai tradito il suo unico, personale, inconfondibile timbro poetico. In questo sta la sua più inconfondibile e preziosa originalità.

La produzione poetica di Valeri va dal 1913, l’esordio, al 1975, dunque un arco temporale molto ampio… Cosa può ritrovare anche oggi il lettore moderno nella sua poesia?

Nell’opera poetica di Valeri esiste un progressivo affinamento o perfezionamento formale, una sempre più esigente essenzializzazione (mi si passi il termine), ostinatamente cercata durante il lungo arco di tempo indicato. Valeri ha seguito con molta attenzione e competenza lo sviluppo della poesia nel corso del suo tempo. Ha valutato in profondità e certo anche con sofferenza il radicale giro di volta attuato da Baudelaire e da Rimbaud, gli sconvolgimenti delle avanguardie (Futurismo ecc.), l’apporto innovatore di un poeta come Apollinaire, il mallarmeismo della variegata esperienza ermetica. Ma non si è mai lasciato impressionare da tutto questo. Ripeto che ha voluto rimanere sempre se stesso evitando ogni suggestione che non fosse alla sua portata, cercando di trovare la sua più autentica voce personale, quella che lui chiamava la “verità di uno” (significativo titolo di una delle sue ultime raccolte). Ricordo che gli piaceva citare una frase famosa di Montaigne: “Chaque homme porte la forme entière de l’humaine condition”. Così la verità di uno, di un singolo uomo, dovrebbe anche essere, nella sua particolarità, quella di ogni altro.

C’è una sua raccolta poetica che Lei ama forse più di altre, o a cui è in qualche modo più legato?

Non è facile rispondere a questa domanda, perché Valeri, a ripensarci, è diversamente vivo e vero in ogni sua opera, realizzata con amore e con la più esigente cura formale. Potrei forse indicare l’ultimo libro che pubblicò, Calle del vento (1975), giudicato “essenziale al Novecento lirico” da un critico sottile come Luigi Baldacci. E ne scrisse poi brevemente ma con tocco sicuro Cesare Galimberti, un altro eletto scolaro di Valeri. In quel libro si scopre probabilmente l’essenza della sua personalità poetica e umana; l’adesione alla vita, intensamente amata, l’amore per la natura, l’accettazione rassegnata e quasi stupita del dolore che sempre l’accompagna con la precarietà di ogni cosa, fino a quel magnifico “E così sia” che chiude il libro. È indimenticabile il suo particolare struggimento di fronte alla provvisorietà e labilità di ogni cosa. In ogni momento Valeri aveva presente il grande mistero della vita, del suo implacabile dissolversi, e credo che non fosse del tutto estraneo a un’oscura speranza, magari, sotto sotto, addirittura a una speranza cristiana… Ma ecco che adesso, per indicare un’opera di grande valore e quasi per contrasto, mi torna a mente la sua traduzione poetica di quaranta favole di La Fontaine, l’autore francese che gli doveva essere più congeniale e che a lui piaceva avvicinare all’adorato Ariosto. Le ha pubblicate Sansoni nel 1952 (riproposte al pubblico, se ben ricordo, nel 1988). Si tratta di un libro esemplare, nel quale Valeri è riuscito a dare nuova e piena vita a quel grande poeta francese. Ha saputo farlo completamente suo, trapiantandolo a meraviglia nella nostra lingua, nelle nostre regole metriche, nella nostra più peculiare sensibilità. È davvero sorprendente vedere che un poeta del valore di Valeri, sempre presente nelle antologie della poesia del Novecento, non sia stato accolto in quella che nel 1999 Cesare Segre e Carlo Ossola hanno allestito per Einaudi. Personalmente ritengo ciò un preoccupante segno della scarsa sensibilità poetica che affligge il nostro tempo. Com’è possibile dimenticare un poeta che ci ha dato, fra i suoi molti, gioielli di squisita purezza lirica come “Albero”, come “Quel pomeriggio dolce” o come “Riva di pena, canale d’oblio”…? Sarebbe come escludere Giorgio Morandi dalla pittura del Novecento. Valeri non lo si può lasciare da parte solo perché non ha mai alzato la voce, non ha mai voluto gridare.

A parte i saggi meravigliosi di letteratura francese, restano indimenticabili gli scritti dedicati a Padova, ‘città materna’ e a Venezia, ‘città d’elezione’… 

In questi due libri in prosa, pubblicati negli anni più tragici della seconda guerra mondiale, non c’è una sostanziale differenza dal discorso poetico di Valeri. È sempre lui. Vi si ritrova lo stesso sguardo, la stessa partecipazione. La cura della frase si organizza in un ritmo insieme naturale ed elegante, direi anche vivo e spontaneo. Qualcuno ha osservato che Valeri si rivela sensibile alla “prosa d’arte” che all’indomani della prima guerra tanto aveva impegnato gli scrittori raccolti intorno alla rivista “La Ronda”. Mah! L’accostamento può forse avere qualche fondamento, anche se a me pare che l’agile prosa di Valeri non presenti visibili condizionamenti letterari. Nella Guida sentimentale di Venezia, il grande passato della città adottiva, dell’“indicibile città”, è rivissuto attraverso i suoi più gloriosi edifici, osservati con stupore e delicatezza, con precisione e acume, rivisitati nel loro insondabile enigma. Nella Città materna c’è la rievocazione autobiografica dell’infanzia del poeta, dei suoi prediletti compagni, della sua vecchia Padova, la particolare temperie perduta dei primi anni del secolo con i suoi portici, le sue piazze, i suoi palazzi, i suoi monumenti, la sua campagna, le magiche stagioni, il Prato della Valle e i suoi giochi, il tutto rivissuto e come trasfigurato da un commosso ricordo. Anche questo è un Valeri che non può essere dimenticato.

Il lascito di Diego Valeri a Lei personalmente, e poi ai suoi studenti e lettori?

Posso soltanto dire qualcosa su ciò che Valeri ha lasciato a me personalmente. Sul piano specifico dell’insegnamento, mi ha fatto entrare nella comprensione profonda di un grande come La Fontaine, un poeta che gli era anche vicino per la sua amara visione della nostra natura, visione sempre attraversata da un sorriso non privo di un sentimento di malinconica indulgenza. Mi ha anche aperto ai maggiori problemi della modernità poetica, a cominciare da Leopardi e da Baudelaire, fino a Picasso e ad Apollinaire. Ma c’è un più importante lascito che non ho mai dimenticato: Valeri pretendeva che ciascuno fosse soltanto se stesso, senza ammantarsi di valori non suoi. Non apprezzava gli imitatori. Era appunto per “la verità di uno”. Questo è, per me, il suo lascito più importante. Pretendeva l’onestà intellettuale. Cercando di rispettare questo suo essenziale insegnamento, ho così finito con lo scoprirmi non poco distante da lui, dai suoi gusti e insomma dal suo modo di essere. Questa rimane la più grande gratitudine che gli devo.

Intervista a cura di Paola Tonussi