“Ma lei, signor Higginson, sarà il mio Maestro?”. L’incontro che cambiò la vita di Emily Dickinson

Posted on Giugno 27, 2020, 6:29 am
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La vide, si scrivevano da otto anni, era lei, naturalmente, con la grazia di una donnola, ad averlo preteso. Thomas Wentworth Higginson aveva 47 anni, i baffi ampi e la fronte onesta. Pastore unionista, si era fatto la guerra civile come colonnello del 1st Regiment South Carolina Volunteer Infantry, dal 1862 al ’64, in testa al primo corpo di guerra composto da afroamericani. Secondo i dettami di stato, i reggimenti ‘neri’ dovevano subire il comando dai ‘bianchi’. Higginson, testa fina, idee volitive, la pensava al contrario: “Noi ufficiali non siamo andati lì per insegnare, ma per apprendere. Quegli uomini scampati alla schiavitù avevano incontrato e superato più pericoli di quanti ne fossero capitati in tutta la loro vita ai miei giovani capitani bianchi”. Su quell’esperienza scrisse un libro, Army Life in a Black Regiment, uscito proprio nell’anno in cui Higginson, fiero rappresentante delle sorti progressive dell’uomo, impeccabile ottimista, sostava davanti al cancello di casa Dickinson, Amherst. Tentennò, come se quella stanza, di cui sapeva, fosse una giungla. Era il 16 agosto del 1870, 150 anni fa, si può supporre il verde, fragoroso, e gli alberi simili ad apostoli.

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Naturalmente, T.W. Higginson, degno pupillo della Harvard Divinity School, praticava la letteratura: senza patimenti, per carità, come una delle arti che nobilitano le virtù dell’uomo. Apprezzava i Trascendentalisti, la moglie, Mary Channing, sposata nel 1847, era la sorella del migliore amico di Thoreau, William Ellert Channing, per qualche anno vicino di casa di Nathaniel Hawthorne. Insomma, si conoscevano tutti. Anni dopo, Higginson avrebbe dedicato un saggio, pieno di giudizio, a Longfellow, il sommo poeta americano, il traduttore della Divina Commedia negli States. Dal 1859 dava sapienza di sé sulle colonne dell’“Atlantic Monthly”, dove, tre anni dopo, colmo di fervore americano, scrisse un lungo articolo, Letter to a Young Contributor, chiamando a sé “nuovi autori” consapevoli del “mistero [o ministero, ndr] della parola”. Voleva dedicarsi alla scoperta e all’educazione di talenti. Emily Dickinson, che aveva pubblicato sparute poesie – manomesse dai redattori e senza firma – sullo “Springfield Daily Republican”, si eccitò e gli scrisse, era il 15 aprile 1862, “Signor Higginson, è troppo impegnato per potermi dire se la mia Poesia è viva?”. La lettera custodiva una speranza ed era sigillata da un monito (“Lei non mi tradirà – è inutile che glielo chieda – perché l’Onore è pegno a sé di se stesso”). Fu l’inizio di un rapporto epistolare, che durò fino alla morte di Emily, nel maggio del 1886, entusiasmante.

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La Dickinson ha 31 anni e una spasmodica urgenza la spinge a spiegarsi, a dirsi. Higginson, figlio del proprio tempo, pur di vaste vedute – cultore dell’omeopatia, fu acceso sostenitore dei diritti per le donne, a partire da quello al voto e alla concreta presenza femminile in politica –, non poteva capire la Dickinson. Lei afferrò il primo che le era capitato per i capelli: incontrò uno che aveva voglia di ascoltarla, che la vedeva come lei voleva farsi vedere, una bestia strana, ipnotica, un po’ santa un po’ cobra. Dieci giorni dopo la prima lettera, il 25 aprile del 1862, si svela: “Mi sa dire lei come si fa a crescere – o è un qualcosa che non può essere trasmesso – come la Melodia – o la Stregoneria?… Non saprei pesarmi – da Sola. Le mie dimensioni mi paiono limitate”. Emily denuncia i suoi maestri (“I miei poeti sono – Keats – e i Browning. I miei prosatori – Ruskin – Sir Thomas Browne – e l’Apocalisse”), cala il calco della solitudine, “per parecchi anni il Vocabolario – è stato il mio unico compagno”. Higginson ammira la sua stravaganza, la straordinarietà di quella poesia che arriva cruda come una meteora, ardua come una pittura primordiale. La pensa impossibile. “Higginson commette uno dei più stravaganti errori della storia dell’editoria, classificando subito le poesie di Emily tra le ‘fortunatamente impubblicabili’”, lo rimprovera Marisa Bulgheroni (nel ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie Tutte le poesie della Dickinson). Altri sono più indulgenti: Higginson riconobbe il genio scontroso di Emily, dando nuova forza ai suoi versi, galvanizzandola al modo di chi, dal gorgo della clausura, riemerga con un interlocutore, un lettore a cui dedicarsi (così, ad esempio, Brenda Wineapple in White Heat. The Friendship of Emily Dickinson and Thomas W. Higginson, 2008). La poesia della Dickinson alterava le certezze di Higginson in un mondo armonico, le sue poesie sono il marchio di una sovversione dei sensi, dei tempi. Eppure, il 12 novembre del 1890 Higginson accetta di curare la primissima raccolta delle poesie della Dickinson, raccolte con profetica dedizione da Mabel Loomis Todd – sono solo 115, in un volume impeccabile; le poesie, rimaneggiate e corrette per facilitarne la comprensione, l’anno dopo giungono alla sesta edizione, è questo il primo imperfetto ma notevole evento che porta alla luce la tesoreria dei versi di Emily.

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Nelle lettere a Higginson, la Dickinson si firma, a volte, “La sua Allieva”, “Il suo Gnomo”; gli dedica frasi miracolose. “Sorrido quando lei suggerisce che aspetti a ‘pubblicare’ – dal momento che la cosa è così aliena dalla mia mente, come il Firmamento a una Pinna – Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio Cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza”. La Dickinson vuole un maestro (“Ma lei, signor Higginson, sarà il mio Maestro?”), è lui davvero il devoto – ma come chiedere alla santità di esporsi?

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Sembra chiaro che un talento imperioso possa essere balbettato solo da chi gli è insufficiente, da chi non comprende, perché questa incomprensione è la sala da pranzo dove noi, decenni e secoli dopo, ci ritroviamo, in agio. A volte non occorre comprendere: è bene apparecchiare. Tutti intorno a Emily sembravano animali in paglia, rapaci, volpi, fagiani; si limitò a compatirne la staticità, lei.

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Lui la invita a Boston, il 10 giugno 1869 – lei declina, “io non oltrepasso mai i confini del giardino di mio padre”. Higginson, allora, l’anno dopo, si presenta ad Amherst. Dopo aver incontrato Emily, la notte di quell’uomo che ha avuto il privilegio di tastare l’invisibile prende forma di falò: non riesce a dormire. Scrive alla moglie. “Il passo come quello di un bimbo ed eccola, una donna minuta, bruttina, con due bande di capelli lisci e rossicci ai lati della faccia… una camicetta bianca di picchè, impeccabile, uno scialle di lana blu, traforato. Mi venne incontro con due gigli, come fanno i bambini, me li mise in mano e disse: ‘Questo è il mio biglietto da visita’, con una vocina tutta spaventata, infantile, ansimante”. Il fato ha prediletto quest’uomo per consegnarci il dagherrotipo scritto di Emily (Martha Ackmann racconta questo incontro in These Fevered Days: Ten Pivotal Moments in the Making of Emily Dickinson, che potete leggere qui). La Dickinson conosce il verbo dei fiori – le sue poesie, d’altronde, turbano per intensità d’odore, come ciò che è troppo maturo per mormorare la morte. “Cara amica, le mando un fiore del mio giardino – anche se morrà nel momento in cui arriverà a lei, lei saprà che viveva quando lasciò la mia mano – Amleto ha esitato per tutti noi”, scrive a Mary Elizabeth, sette anni dopo aver visto il marito, in estate.

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L’anno in cui Emily invia fiori a Mary, imbustati, quasi una premonizione, è il 1877, lei, la moglie di Higginson, muore. Vedovo e senza figli, il letterato si risposa due anni dopo con Mary Potter Thacher, che gli dà due eredi. Higginson, uomo d’azione, di ‘società’, è eletto tra i membri dell’American Antiquarian Society, è tra i fondatori della Society of American Friends of Russian Freedom, che ha lo scopo di aiutare i russi vessati dall’autoritarismo zarista (vi farà parte anche Mark Twain), nel 1905 lavora con Jack London e Upton Sinclair alla fondazione dell’Intercollegiate Socialist Society, passa ad altra vita – caso mai – nel 1911. La lapide è ampia, spaziosa, come la vita di colui di cui dice la morte, ai piedi sorgono fiori bianchi, sarebbero piaciuti a Emily: Higginson è sepolto a Cambridge, Massachussets, sotto il suo nome c’è scritto Colonel.  Naturalmente, in quel giorno del 1886 era lì, da Emily. Descrisse il suo funerale, perché il destino l’aveva reso il San Paolo di quella cosa santa: “La campagna era fulgida, la giornata perfetta… in ogni angolo della casa e del giardino regnava un’atmosfera singolare, strana e suggestiva – quasi una Casa Usher più nobile e pia… Sul volto di Emily Dickinson un prodigioso ritorno di giovinezza… Non un capello bianco, non una ruga, una pace assoluta sulla bella fronte… Ho recitato alcuni versi di Emily Brontë”. Era stata una spina, uno spigolo, nella sua vita, Emily, gli si era incisa come una frase verticale, in fronte. Poi, tutto tornò monotono, noto. (d.b.)