“Irriducibile e apostata, eretica e libera, sovversiva e radicale”. Emily Dickinson, il genio che fece della propria stanza il centro del mondo

Posted on Agosto 10, 2020, 8:09 am
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Nell’abbozzo di un suo saggio giovanile, intitolato La poesia o le leggi misteriose, Marcel Proust, analizzando la scissione perenne del poeta in due personalità contrastanti, faceva un curioso paragone con lo sdoppiamento tra il dottor Jekyll e Mr. Hyde, della celebre novella di Stevenson: il fatto è, scrive Proust, che il poeta sempre «lavora su se stesso: nel momento in cui lo trovate, l’altro non c’è più. Come quando cercavate di scoprire che cosa Hyde facesse a Jekyll: quando vedevate Jekyll, non c’era più traccia di Hyde, e quando vedevate Hyde, nessuna traccia di Jekyll. Lo trovate sempre solo». Solo, e con l’aria smarrita, come se avesse appena commesso un delitto e fosse stato scoperto. A che cosa voleva alludere Proust con questa immagine del double, se non al fatto che il poeta vive sempre diviso tra un suo côté sociale, mondano, pratico (il dottor Jekyll) e un altro invece solitario, alieno da tutto e da tutti, dove è dedito in modo criminoso alla sua opera, «chiuso nella sua stanza»?

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Qualunque autore sa che il proprio io più autentico coincide con l’atto (delittuoso, maniacale) della scrittura, il quale risponde a delle «leggi misteriose», ma sa anche che non può rinunciare al suo io più comune, quello che intesse relazioni sociali, che vive nel rispetto delle leggi e della tradizione. Eppure, come ogni regola, anche questa ha le sue eccezioni: la più clamorosa, la più fulgida è quella di Emily Dickinson, tra le voci poetiche più alte della letteratura americana (e mondiale), la donna che fece della sua vita una prigione domestica per consacrarsi totalmente alla sua opera: tutto ciò che visse (la passione per il giardinaggio, per gli uccelli e per il suo terranova Carlo, gli amori – platonici o reali, vagheggiati o consumati – per la cognata Sue, per il reverendo Wadsworth e per il vecchio giudice Lord, ma soprattutto la scrittura) lo visse nei confini ristretti della sua casa – ad Amherst, una cittadina del Massachussets – dove ha vissuto ininterrottamente dal 1855 fino alla morte, avvenuta il 15 maggio 1886. Niente mondanità, niente matrimonio, nessuna vita sociale, nessuna scissione della personalità. Niente dottor Jekyll, insomma, ma piuttosto un Mr. Hyde che ha scelto di seguire solo ed esclusivamente le «leggi misteriose» della poesia, «chiuso nella sua stanza», come scriveva Proust, con tutti i rischi che questa scelta comporta. Ma che cosa si nascondeva dietro questa totale ed estrema dedizione alla poesia?

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Nel suo reportage ad Amherst, appena uscito per Mattioli 1885, Benedetta Centovalli cerca di indagare il mistero di questa «Imperatrice del Calvario», di colei che seppe trasformare la sua camera nel mondo intero. Nella stanza di Emily (questo il titolo del volumetto, originariamente scritto per la collana ‘I centotrentacinque’ diretta da Filippo Tuena e adesso ripubblicato in Aperture) la Centovalli ci offre un resoconto elegante, di tocco lieve e dal tono impeccabile, di un pellegrinaggio che l’autrice ha compiuto nella casa della Dickinson, e allo stesso tempo di un viaggio nella sua vita e nella sua poesia. Un viaggio di spiccata sensibilità e di amorevole rispetto (oltre che di un’ammirevole capacità selettiva). La Dickinson che emerge da queste pagine è sfrondata da ogni incrostazione retorica: il suo ritratto si allontana da quello stucchevole che spesso è stato tratteggiato della fanciulla tutta silenzi e sentimenti repressi, della zitella che si vestiva di bianco e girava con due gigli in mano. È una Emily «irriducibile e apostata, eretica e libera, sovversiva e radicale», la Dickinson che scopriamo in questo libro, una donna dalla sessualità perturbante per la mentalità puritana del suo ambiente, che nei versi si dispiega fiammeggiante e fluida («Notti selvagge! Notti selvagge!/ Fossi io vicino a te/ Notti selvagge sarebbero/ Il nostro piacere») o sfacciatamente erotica (come nella poesia «D’inverno nella mia stanza» dove in sogno un verme «rosa, molle e caldo» si trasforma in un fallico e svettante serpente «circondato di potere»), una donna che rifiuta di sottostare alle convenzioni dell’epoca, ma soprattutto un poeta sempre più consapevole della grandezza della sua poesia, e quanto più consapevole, tanto più complessi, oscuri diventano i suoi versi.

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Uno dei maggiori meriti di questo breve libro della Centovalli è quello di aver spostato l’attenzione del lettore dall’influenza della vita della Dickinson sulla sua opera all’influenza che, al contrario, la sua opera ha avuto sulla sua vita. Un capovolgimento necessario per cambiare una chiave di lettura ormai piuttosto logora. «A poco più di trent’anni – scrive la Centovalli – aveva deciso che il perimetro della sua casa e poi quello della sua stanza le potevano bastare e che ciò che del mondo sapeva le era sufficiente per scrivere». Questo mi fa venire in mente una frase di un’altra grande scrittrice americana, Flannery O’Connor, che scrisse: «Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni». Non è, forse, quello che sempre fanno gli scrittori? Allestire un perpetuo teatro per i fantasmi della propria infanzia? E per farlo, occorre dedizione, concentrazione e solitudine. Il poeta/Mr. Hyde, scriveva Proust nell’abbozzo giovanile, lo trovate sempre solo. L’autoreclusione, dunque.

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Emily scriveva di notte, nella sua stanza, al lume della sua lampada, come Kafka. Come Kafka (anzi con più radicalità ancora), a parte qualche rara pubblicazione, decise di lasciare inedita la sua opera, dopo le perplessità espresse dal suo amico Thomas Wentworth Higginson, eroe della guerra civile, convinto abolizionista, ma letterato di terz’ordine. Decise, dunque, di rinunciare («La Rinuncia – scrisse, con audacissimo ossimoro – è una penetrante virtù»). La Centovalli apparenta questo rifiuto a quello dello scrivano Bartleby, del contemporaneo Melville: I would prefer not to. O a quello, potrei aggiungere, del misterioso Wakefield di Hawthorne, il primo personaggio agito della letteratura moderna, quello cioè il cui comportamento risulta oscuro sia ai lettori che a se stesso: la sua decisione di abbandonare la casa e la moglie, da un giorno all’altro, trasferendosi in un appartamento a pochi isolati più lontano, dove vivrà per vent’anni, limitandosi a spiare la vita della moglie che intanto lo ha dato per morto, salvo poi ritornare altrettanto inaspettatamente, per riprendere la sua vita di sempre come se nulla fosse, non ha infatti alcuna motivazione apparente. Le cause restano sconosciute e incomprensibili: Wakefield è un dannato della terra, con una vocazione alla solitudine; uno spettatore della vita, colui che ha fatto dell’assenza il centro dell’esistenza, come tanti personaggi che popoleranno la letteratura del Novecento.

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Anche la Dickinson, anticipando l’ineffabile Walser, desiderava scomparire, non portare il peso, così ordinario, così insopportabile, di essere Somebody («Io non sono Nessuno! Tu chi sei?»): pubblicare era per lei una follia, una «Vendita all’asta/ della Mente dell’Uomo»). Ed è per questo che chiede un parere sulla sua poesia a una persona che non avrebbe mai potuto capire «la sua originalità, il timbro personale e libero, la sua andatura “spasmodica e “incontrollata”, la presunta oscurità e l’imprevedibilità, il suo verso verticale, l’affidarsi al paradosso e all’antinomia, la lingua oscillante tra quotidiano e metafora alta, la punteggiatura inventata (i trattini come device musicali, le maiuscole), lo sconfinare nell’arte visiva dei suoi versi», come scrive efficacemente la Centovalli, mostrandosi, oltre che appassionata biografa della Dickinson, anche raffinata esegeta della sua poesia. È vero: «il suo tempo e la società in cui viveva non potevano comprenderla» e dunque «lei accettò la sentenza, lei fu costretta a comprendere, e questa divenne la sua guerra con se stessa per la poesia e per l’immortalità». Ma è pur vero che lei stessa non voleva essere compresa, perché essere compresa avrebbe avuto un impatto negativo, distraente sulla sua opera, l’avrebbe costretta a diventare (anche) un dottor Jekyll. E anche perché aveva capito ciò che ogni grande scrittore intimamente sa: che si scrive, cioè, non per il presente ma per i posteri, che si scrive sempre declinando al futuro, che si scrive la propria «lettera al mondo», pur sapendo che il mondo non può rispondere, almeno non subito.

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Questo è il motivo per cui Emily non sottopose le sue poesie ad Emerson, l’unico grande letterato che avrebbe potuto apprezzarle (e con cui aveva anche molte affinità) e che già aveva scoperto e incoraggiato Whitman, dopo aver letto Foglie d’erba. L’11 dicembre del 1857 Emerson tenne una conferenza ad Amherst e pranzò e pernottò nella casa di fronte a quella di Emily, ospite del fratello e della cognata. La poetessa, dunque, lo incontrò ed ebbe la possibilità di fargli leggere le sue poesie, ma non colse questa opportunità, preferendo il modesto Higginson. In questa scelta va compresa la decisione di Emily di restare nell’anonimato, dentro il quale continuerà a lavorare, imperterrita, lasciando alla sua morte la bellezza di 1800 poesie e 1046 lettere (altrettanto importanti delle poesie). Non fu, dunque, una vera rinuncia, ma al contrario, l’affermazione ostinata di una volontà ferrea: quella di vivere soltanto nella e della sua opera. «Non c’era nulla che mi persuadesse/ a sollevare per curiosità/ gli occhi dal mio lavoro»: qualsiasi scrittore consapevole di sé e della sua grandezza non può che condividere questa affermazione terribile, quasi disumana, che mette un po’ i brividi. Un’affermazione che apparenta chiunque la dica o la pensi a un Mr. Hyde che non può più tornare a essere dottor Jekyll. Per la Dickinson, come per Kafka e Proust, vivere vuol dire vivere nella scrittura, per la scrittura. Tutto il resto non conta, o meglio tutto il resto deve essere sacrificato sull’altare dell’arte.

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«Non ci sono segreti da svelare» è questa la conclusione cui giunge la Centovalli alla fine del suo pellegrinaggio ad Amherst. L’unico segreto è che per Emily «la sua camera era come una wunderkammer, una stanza delle meraviglie» e «la visione l’unica forma possibile di vita e di poesia». Per chi ha deciso, infatti, di farsi «creatura della soglia», di vivere cioè tra due mondi, due tempi, due realtà, non resta che la propria «visione» cui dar forma in versi, per afferrare ciò che sempre sfugge, quella realtà sempre cangiante e screziata come un’ala di farfalla che si cerca di fissare con uno spillone. Aveva ragione Harold Bloom: siamo tutti ancora principianti davanti alla poesia di Emily Dickinson. Riusciremo mai a comprendere fino in fondo il genio di Amherst?  Forse no, ma il libro della Centovalli ci consente almeno di sentirci emotivamente vicini a questa silenziosa resistenza, a questo clandestino atto di fedeltà alla scrittura. In fondo Nella stanza di Emily, a mano a mano che lo si legge, diventa una sorta di specchio di noi stessi: l’autrice si confronta con il fantasma della Dickinson (con il suo double?), spingendo il lettore a fare, inevitabilmente, altrettanto. Forse è questo il modo migliore di approcciarci alla complessità dei versi della poetessa americana: tracciare una autobiografia nascosta dietro una biografia. Un modo per dire tutta la verità, ma in maniera obliqua.

Fabrizio Coscia