“Nel paese inumano e crudele della Luce”. Una testimonianza sconvolgente: il “Diario di una schizofrenica”

Posted on Ottobre 05, 2020, 8:14 am
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All’improvviso scopriamo, per la prima volta, di essere diversi. Quando abbiamo provato quel sentimento di irrealtà? E come quella strana sensazione si è fatta strada in noi? Scovo tra la folta schiera di diari, genere in voga di questi tempi così esclusivi da diventare privati, uno strano diario pubblicato negli anni Cinquanta. Il suo titolo Diario di una schizofrenica non potrebbe essere più attuale. Si tratta dell’opera di Marguerite A. Sechehaye, un classico della psicanalisi, che si presta a letture certamente più profane. La presentazione è firmata da Cesare L. Musatti, la traduzione di Cecilia Bellingardi, l’editore Giunti. Dalle pagine di diario ha preso ispirazione il film omonimo, del 1968, diretto dal poeta Nelo Risi, fratello del celebre Dino.

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Anche per chi non conosce, se non in modo rudimentale, la psicanalisi leggere questo diario si rivela un interessante viatico. Sin dalle prime pagine, in cui la protagonista Renée racconta di essersi trovata in villeggiatura a passeggiare da sola in campagna. Passando davanti a una scuola sente un canto in lingua tedesca intonato dagli scolari. “Mi fermai per ascoltare e fu in quell’istante che un sentimento bizzarro si fece strada in me, un sentimento difficile da analizzare, ma che assomigliava a tutti quelli che dovevo provare più tardi: l’irrealtà. Mi sembrava di non riconoscere più la scuola; era diventata grande come una caserma ed i bambini che cantavano mi pareva fossero dei prigionieri obbligati a cantare. Era come se la scuola e il canto dei fanciulli fossero stati separati dal resto del mondo”. Anche la scuola diventa una prigione. Soprattutto durante la ricreazione: “la scuola diveniva immensa, liscia, irreale ed un’angoscia inesprimibile mi afferrava. Immaginavo che le persone dalla strada dovessero crederci tutte prigioniere, esattamente come lo ero io che desideravo tanto evadere. Altre volte mi aggrappavo alle sbarre scuotendole come se non ci fosse stata altra via di uscita; come una folle, pensavo, che volesse rientrare nella realtà”.

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Come fa una bambina a comprendere la malattia mentale e, in particolare, la schizofrenia? Cosa pensano le compagne di scuola della piccola Renée? Le rispondono, come forse risponderebbero oggi: “Ma sei proprio matta”. Insieme al sentimento di irrealtà, si scatena improvvisamente, nel cuore della giovane malata, la paura, un sentimento capace di annullare una persona. Il primo giorno di gennaio, Renée sente la morsa della “Paura”: “essa mi piombò letteralmente addosso non saprei come. Quel pomeriggio il vento fu particolarmente forte e più lugubre che mai, io lo ascoltavo e tutto il mio essere si univa a lui, vibrante, attendendo non so che cosa. D’un tratto la Paura, la paura terribile, mi invase; non era la solita angoscia dell’irrealtà, ma una vera paura, quel che si sente all’avvicinarsi di un pericolo, di una disgrazia”.

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Che cosa insegna la vicenda di Renée? Musatti, nella Presentazione, lo spiega con parole luminose. La storia di Renée è esemplare. “Possiamo dunque intendere e rivivere la storia di Renée: da un lato perché la barriera che divideva Renée ammalata dagli uomini normali era tale solo in apparenza, in quanto cioè gli elementi di cui era costruita la malattia mentale di Renée in qualche modo si ritrovano anche in noi; dall’altro perché Renée, senza saperlo e senza volerlo, ha scritto un’opera suscettibile dunque di risvegliare elementi nascosti che sono in ognuno”. Cosa distingue la schizofrenia da un’altra nevrosi? La regressione, anzitutto. La regressione “ha un carattere molto più radicale di quella che si produce nelle nevrosi: l’apparato psichico sembra ritornare alle primissime sue fasi di sviluppo, con la conseguente perdita di contatto con il mondo obiettivo”. Il malato si è trovato di fronte a un conflitto particolarmente acuto per maturare una regressione così importante. E dunque come è possibile la terapia analitica? Si può fare ricorso al transfert? “Ciò renderebbe impossibile i fenomeni di transfert affettivo. E poiché ogni forma di psicoterapia, ed in special modo la terapia analitica, si fonda sulla utilizzazione del transfert, tale terapia risulterebbe impossibile”. E se fosse inaccessibile l’azione dell’analista? Certo, sottolinea Musatti, non si può agire con l’impostazione tradizionale e tipica della psicoterapia. Senza essere anaffettivo, lo schizofrenico – la schizofrenica del Diario – prova bisogni affettivi estremamente potenti. Quindi, secondo Musatti, la terapia psicoanalitica deve realizzarsi in maniera diversa: “Deve sostituire all’atteggiamento neutrale frustrante, un comportamento fortemente ablativo; deve tentare di raggiungere una comunicazione col paziente attraverso gli elementi rimasti integri della sua personalità; deve soddisfare le esigenze affettive del paziente (esigenze che occorre individuare, o interpretare, dato che il paziente è incapace di esprimerle apertamente), evitando tuttavia che il paziente avverta queste soddisfazioni come pericolose  o proibite; e deve infine, attraverso il dosaggio di queste soddisfazioni affettive, portare il paziente a rivivere le fasi rimaste turbate, della costruzione della sua personalità infantile, e dello stabilimento di normali rapporti con la realtà; così che egli possa con un io più saldamente costituito superare le difficoltà che egli ha incontrato più recentemente, e dalle quali si è difeso psicoticamente negando la realtà e regredendo allo stadio della prima infanzia”.

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La riflessione più interessante di Musatti nella Presentazione al Diario di una schizofrenica è relativa ai rischi del mestiere dell’analista, la cui lucida integrità potrebbe essere messa a repentaglio, in pericolo, con un approccio meno neutrale a un malato di schizofrenia. Il rischio di contagio è effettivo. Se curo una schizofrenica, rischio di ammalarmi, insomma, non troppo diversamente da una malattia decisamente infettiva. Medice, cura te ipsum dicevano gli antichi. Medico, cura te stesso. “Sulla base di inconsci processi di identificazione col paziente, l’analista può ad un tratto trovarsi a vivere egli stesso transitoriamente stati ansiosi che prima gli erano ignoti”. Se una persona si scopre schizofrenica, non ha che da augurarsi di trovarsi un medico dalla personalità particolarmente solida. E se a scoprirsi schizofrenico è l’analista? Musatti non contempla la possibilità. Renée, dopotutto, guarisce. C’è un timido lieto fine. La guarigione, grazie al metodo innovativo della psicoterapeuta ginevrina Sechehaye, ha fatto il suo corso. Le ultime parole del diario della ex schizofrenica Renée restano scolpite nel cuore di chi attraversa la sua vita leggendone il diario. “Solo coloro che hanno perduto la realtà ed hanno vissuto per anni nel paese inumano e crudele della Luce, possono veramente apprezzare la gioia della vita e comprendere il valore inestimabile della comunicazione umana”.

Linda Terziroli